14/11/16

LA MIA ALLUVIONE di Giulio Arcangeli

L’alluvione? Certo che me la ricordo. Ma se mi chiedi quale è la prima cosa che mi viene in mente ti dico la scuola.
I miei mi avevano iscritto al Galileo, alla IV ginnasio, nella sezione più dura perché c’era una prof bravissima, che guarda caso era amica della mia nonna, anche lei insegnante a Firenze qualche anno prima. 
Sì, era un po’ severa, ma bravissima e perfetta per far maturare un ragazzino – un bambino via – immaturo come me. Che tra l’altro, secondo la moda del tempo della borghesia ero un anno avanti; il mio primo anno con “le femmine” ché alle medie ero in una classe solo maschile, fatta di bambini come me ma anche di ragazzotti arroganti e cresciuti; mi ricordo di uno che alla lezione della prof di scienze si metteva al primo banchino, quelli vediazzurro di formica, lo spingeva fin sotto la cattedra che era ancora sulla pedana di legno, e da lì non visto passava tutta la lezione con l’uccello di fuori appoggiato sul ripiano inferiore del banco.
Beh, ma torniamo alle femmine. Mi invaghii subito di una con il caschetto biondo alla Caterina Caselli; le assomigliava anche, stessi caratteri del viso un po’ marcati. Solo da adulto anziano ho capito che mi attirava perché stimolava il mio lato sado-maso.
La prof, oltre che bravissima e severa, era terribilmente tetra, forse anche la recente perdita di un figlio. A me ricordava uno scheletro e passavo il tempo delle lezioni a lavorare dei gessetti formando dei piccoli teschi bianchi. Vi giuro bellissimi, vere opere d’arte. Ne ero così affezionato che solo molto tempo dopo li regalai con grande enfasi e spirito di sacrificio alla mia prima ragazza. Credo che li abbia persi il giorno dopo.
Anche considerato l’impegno si può immaginare quali fossero i miei risultati scolatici. Latino, greco, italiano, tutto un disastro. Ma ero in buona compagnia. Con un gruppetto di amici tornavamo dopo scuola a piedi verso casa e si commentavano tra noi i voti. Arrivammo a fare una schedina del totocalcio, dove gli x erano i voti da 3 in sù e vi garantisco che di pareggi nel nostro campionato ce ne erano davvero pochi. E che risate ci facevamo, che meravigliosa allegria. Ma appena svoltavo l’angolo della strada di casa mia facevo subito una faccia seria ed afflitta per il rischio di incocciare nei miei.
Dunque questa era la mia situazione il 4 novembre 1966 dopo quasi due mesi di scuola.
Quando le notizie dell’alluvione cominciarono a diventare più definite – l’acqua si fermò a trenta metri dal portone di casa mia – parve chiaro che la zona centro, quella di via Cavour, fosse stata completamente allagata. Con mia sorella si immaginava di come fosse ridotta la scuola e, in particolare, in che condizione potessero essere gli odiati registri che contenevano la mia schedina, molto povera di pareggi. In cuor mio, considerata la mota che aveva riempito tutta la città, facevo un tifo sfegatato e molto motivato per l’Arno.
Non mi deluse. 
Al rientro alle lezioni, oltre un mese dopo l’alluvione la prof ci confermò che tutto era andato perso. Una incredibile amnistia generale. Sì certo la prof bravissima e severa un’idea di me se l’era fatta, ma non aveva prove! Si ripartiva da zero con un registro completamente vergine, bianco.
Questo è il primo ricordo che mi viene in mente quando mi si chiede dell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966.
Ah dimenticavo. A giugno mi dettero 5 materie, aggiunsero anche Educazione Fisica, ginnastica insomma,  per essere proprio sicuri che non potessi riprovarci a settembre.
Insomma il sacrificio dell’Arno per me fu del tutto inutile. 
Ma fu un anno scolastico bellissimo.




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