06/11/14

CIAO CRISTINA!

Quello che segue è lo stralcio
del discorso pronunciato
da Cristina Acidini - l’ultimo
da Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino - alla presentazione
del programma di mostre
di “Un anno ad arte 2015”. 
L’intervento si è tenuto martedì 4 novembre, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, a Firenze.
"Questo è il mio ultimo intervento a Firenze in qualità di Soprintendente e diventa inevitabilmente un discorso di congedo, dopo otto anni pieni di servizio in questo posto. Infatti alla fine del 2006 ho preso il testimone dal mio autorevole predecessore Antonio Paolucci. Lo ringrazio in modo speciale e sentito per quello che mi ha insegnato, ed è tanto, fin dagli anni 70 in cui sotto la sua guida compilavo schede di catalogo OA - oggetti d'arte - andando per chiese nell'Appennino pistoiese o nel Mugello. Ma soprattutto lo ringrazio per la fiducia che mi ha sempre manifestato, da quando la vincita di un concorso pubblico mi ha letteralmente sbalzato a fargli da vicario nel 1991, a quando, lui Ministro, ho retto la sua posizione fino al suo ritorno, a quando gli sono subentrata continuando a godere del suo assenso e del suo sostegno. Spero di non averlo deluso.
Per il bene di tutti resisterò alla tentazione di fare bilanci e di esprimere ringraziamenti, anche se questi ultimi avrei voglia di farli cominciando da tutto il personale della Soprintendenza, dai colleghi funzionari, tra i quali ho molti amici di vecchia data e compagni d'università, agli addetti alla vigilanza e custodia che presidiano fin le ville più lontane, agli organi nascosti che consentono la vita di questa complessa struttura amministrativa: la direzione amministrativa e del personale, con Giovanni Lenza e Silvia Sicuranza e negli ultimi due anni Silvia da sola, gli uffici, gli archivi, i servizi e ultima ma non ultima, la segreteria del Soprintendente, sempre in prima linea a far fronte alla mia presenza incombente.
Per le molte, moltissime cose accadute in questi anni, ci sono i Rapporti biennali d'attività dal 2007, che son costati e costano enorme lavoro - specie alle curatrici, prima Giovanna Damiani poi Anna Floridia – che devono sollecitare l'affluenza delle notizie e delle immagini: perché tutti si vive tesi verso lo scopo successivo, ed è raro che ci si volti indietro ad archiviare in bell'ordine i risultati raggiunti. Eppure val la pena di farlo, perché la cronaca dev'esser resa disponibile alla storia. E quei volumi, che credevo servissero agli storici di un futuro lontano, assumono invece un valore di testimonianza e di memoria nei confronti di un assetto che dovrebbe a breve non esser più quello, e dunque saranno uno strumento per gli storici già fin dall'anno prossimo.
Certo, i rapporti d'attività fotografano la faccia illuminata della luna. Gli ampliamenti dei musei: e come non ricordare quello degli Uffizi, che grazie all'avanzare del progetto Nuovi Uffizi - e qui ringrazio Alessandra Marino, la collega soprintendente che ne è responsabile, ma pensando a tutti - con un aumento di spazi e di strutture di servizio e con l'apertura di oltre 50 nuove sale, da 45 che erano nel 2011 a 103 oggi. I grandi restauri, con protagonisti anche privati come le generose e fedeli associazioni Amici degli Uffizi e Friends of Florence e l'aggiunta della Salvatore Ferragamo e di altri munifici donatori. E poi gli allestimenti, i restauri, la cura del verde, l'attività didattica, la ricezione di acquisti e doni, i comodati, gli accordi, lo spettacolo dal vivo, le mostre a Firenze, le mostre in Italia, le mostre all'estero anche con partenariati prestigiosi. La fitta rete di relazioni, che va dal rapporto prioritario e privilegiato con il nostro Ministero, alle intese proficue con il mondo ecclesiastico, con le università, con l'associazionismo e il volontariato. Dal rapporto con il concessionario ATI Giunti a quello con l'Ente Cassa, gli istituti bancari e le fondazioni, alle tante componenti della società civile. I riconoscimenti internazionali, come l'inclusione delle ville e giardini dei Medici nella lista del patrimonio mondiale dell'umanità, e il Polo ne ha 5 su 14. Ho ricordato alla rinfusa, ma potrei continuare. Visitatori e introiti sono in crescita, e questo nonostante proprio dall'estate 2006 cominciasse quella crisi economica (vi ricordate? scoppiò la bolla dei subprime in America) che da noi si manifestò nel 2008 e che tuttora occupa il campo. Il bilancio è solido, tanto da consentirci d'aiutare gli altri, dalle altre soprintendenze speciali al Comune di questa città.
Questo, dicevo, il volto luminoso del mestiere che faccio, che facciamo. Potrei parlare ora del volto buio, ma non lo farò: lascio ognuno libero di popolarlo come meglio sa o crede, con le fatiche, i rischi, i conflitti, i contenziosi, con la pressione crescente dell'aggressività politica e mediatica degli ultimi anni. Anche per questo vedo nella riforma che si annuncia un effetto positivo. Accanto a quello, ovvio, di conferire maggior autonomia e visibilità ai musei individuati, c'è l'altro –che forse percepisco meglio di chiunque altro - di suddividere questo smisurato carico di responsabilità tra posizioni apicali diverse, rendendolo per ognuna umanamente sostenibile. E auguro anche ai futuri nuovi responsabili d'essere affiancati da competenze professionali specifiche, adatte a questo momento storico, che ora sono carenti o mancano del tutto nella nostra amministrazione.
Ancora qualche frase e poi concludo: un accenno al giorno e un accenno al luogo, circostanze che mi commuovono entrambe. È il 4 novembre, ricorrenza dell'alluvione del 1966, che segnò la devastazione di tanta parte del patrimonio culturale fiorentino ma anche la sua rinascita, facendo della nostra città la capitale del restauro che è ancora oggi, ricca di operatori d'eccellenza pubblici e privati, con quell'autentico gioiello che è l'Opificio delle Pietre Dure della cui storia mi onoro di far parte, da Soprintendente con alternanze in un periodo di otto anni dal 2000 al 2008. Il 5 novembre 1966 cominciava la mia piccola avventura di “angelo del fango” tra gli scantinati fangosi della città: e domani, 5 novembre, il mio ultimo giorno di servizio, interverrò a Roma all'Accademia dei Lincei proprio su questo tema, la catastrofe di Firenze e la sua formidabile capacità di riscatto o, come dicono gli scienziati, di resilienza.
E poi, il luogo. Qui a Palazzo Pitti, dove approdai da laureata con Mina Gregori, avevo ricevuto da Marco Chiarini l'invito a partecipare alla schedatura dei dipinti della Galleria Palatina (un'impresa che si è sviluppata negli anni successivi e che ancora continua), qui nella Cappella Palatina ho sposato Claudio Luchinat 37 anni fa, qui ho avuto il primo lavoro a Firenze, nella Soprintendenza consorella, in un corridoio buio dove a tratti affiora dalla parete la ruvida roccia natia della collina di Boboli.
A chiusura di un arco cronologico di quasi quarant'anni, concludo il mio servizio nella Sala Bianca, la più splendida della reggia di Firenze, nel fulgore dei suoi lampadari tutti accesi. Credo di aver vissuto il sogno più bello che uno storico dell'arte possa concepire, e sono grata a tutti coloro che hanno avuto fiducia in me, come sono grata a voi oggi, per la vostra presenza che è per me segno di vicinanza partecipe e affettuosa".

22/10/14

IL PREMIO CIAMPI FA VENT'ANNI

(Dal sito www.premiociampi.it)I

l Premio Ciampi, grazie al sostegno del Comune di Livorno, della Regione Toscana, della Fondazione Livorno, della Fondazione Goldoni e della Siae, entra nel vivo delle manifestazioni che caratterizzeranno la sua ventesima edizione (1995-2014). L'intento degli organizzatori, per celebrare l'importante anniversario, è quello di trasformare la città labronica, dal 25 ottobre all'8 novembre, in una sorta di megapalcoscenico, investendo spazi all'aperto ed al chiuso, grazie anche ai contributi di tanti artisti e tante associazioni culturali livornesi che, con grande sensibilità e disponibilità, hanno aderito ai nostri inviti. Il grande protagonista di questo festival, senza precedenti nella storia del Premio per la qualità e la quantità delle iniziative in cartellone, sarà lui, Piero Ciampi, investigato attraverso le più diverse latitudini espressive (musica, teatro, cinema, poesia, arti figurative) con lo scopo, come sempre, di valorizzare la sua opera. Cinque gli eventi clou che il programma prevede: l'apertura ufficiale (25 ottobre, ore 21,30, La Goldonetta) affidata all'attore teatrale e cinematografico Alessio Boni che, con Marcello Prayer, proporrà il recital "Amore scalzo", dedicato al poeta e cantautore livornese, il concerto di Franco Battiato "Joe's Patti Experimental Group, finalizzato al recupero delle sonorità elettroniche e sperimentali anni Settanta (4 novembre, ore 21, Teatro Goldoni), "Piero Ciampi.... ve lo faccio vedere io" ( 6 novembre, ore 21, Teatro Goldoni), un tributo di Bobo Rondelli al repertorio ciampiano , uno show che mette in luce le affinità elettive tra i due talenti labronici , ma anche l'approccio originale dell'ex Ottavo Padiglione che riceverà, sul palcoscenico del teatro, una "targa speciale" della Giuria del Premio. Un altro appuntamento a cui gli organizzatori attribuiscono una rilevanza particolare è la presentazione del libro "Premio Ciampi, vent'anni di musica, parole e immagini "(Edizioni Ets) curato dal direttore artistico Franco Carratori (30 ottobre, ore 21,30, Bodeguita). Alla serata prenderanno parte, oltre al curatore, Bobo Rondelli, i Gatti Mézzi , Enriquez Greppi della Bandabardò e altri amici. La ventesima edizione del Premio chiuderà i battenti (8 novembre, ore 20,45, Teatro Goldoni) con una non stop cui prenderanno parte Nada, Piero Pelù, Bandabardò, Gatti Mézzi, Tricarico & Letti Sfatti, la Compagnia Mayor Von Frinzius di Lamberto Giannini, la Banda dell'Svs, il cantautore inglese Blair Dunlop, Maldestro, La Filarmonica Municipale La Crisi (vincitrice del nostro concorso nazionale), I Virtuosi di San Martino (vincitori per la migliore cover di un brano ciampiano). A presentare la kermesse finale sarà Paolo Pasi, giornalista di Raitre, scrittore e musicista.

PROGRAMMA COMPLETO

21/10/14

IL GIOVANE FAVOLOSO di Gianni Caverni



Per molti, oltre a me, Leopardi è uno dei tanti autori, come Manzoni del resto, che, nonostante le buone intenzioni, la scuola ha massacrato. Almeno la scuola dei miei tempi, ma temo anche quella di molti anni successivi. 

Del resto ognuno di noi, forse proprio a causa di questo massacro, si è fatto poeta "pessimista" intorno dai 14 anni e a ripensarci poi viene sempre in mente Fabrizio De Andrè che scrisse che "tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino".

Il giovane favoloso”, il bel film di Mario Martone, interpretato da un gigantesco Elio Germano, rende giustizia al poeta dedicando una sua metà al periodo giovanile vissuto sotto, più che con, il padre a Recanati e l'altra metà che racconta della vita a Firenze, dove incontra Fanny e Antonio Ranieri che marcano la realtà emotiva di Giacomo. 

A Firenze conosce anche la pochezza della società intellettuale dell'epoca che rifiuta “l'eccessivo pessimismo” del poeta così in controtendenza con la volontà politica di valorizzare le sorti magnifiche che il nuovo secolo non può che portare.

Infine Napoli dove Leopardi muore e dove scrive “La ginestra”, praticamente il suo testamento poetico e morale, la cui lettura conclude il film.
Mi piace riportare anche qui “La ginestra”.



La ginestra 
Qui su l'arida schiena 
Del formidabil monte 
Sterminator Vesevo, 
La qual null'altro allegra arbor né fiore, 
Tuoi cespi solitari intorno spargi, 
Odorata ginestra, 
Contenta dei deserti. Anco ti vidi 
De' tuoi steli abbellir l'erme contrade 
Che cingon la cittade 
La qual fu donna de' mortali un tempo, 
E del perduto impero 
Par che col grave e taciturno aspetto 
Faccian fede e ricordo al passeggero. 
Or ti riveggo in questo suol, di tristi 
Lochi e dal mondo abbandonati amante, 
E d'afflitte fortune ognor compagna. 
Questi campi cosparsi 
Di ceneri infeconde, e ricoperti 
Dell'impietrata lava, 
Che sotto i passi al peregrin risona; 
Dove s'annida e si contorce al sole 
La serpe, e dove al noto 
Cavernoso covil torna il coniglio; 
Fur liete ville e colti, 
E biondeggiàr di spiche, e risonaro 
Di muggito d'armenti; 
Fur giardini e palagi, 
Agli ozi de' potenti 
Gradito ospizio; e fur città famose 
Che coi torrenti suoi l'altero monte 
Dall'ignea bocca fulminando oppresse 
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno 
Una ruina involve, 
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi 
I danni altrui commiserando, al cielo 
Di dolcissimo odor mandi un profumo, 
Che il deserto consola. A queste piagge 
Venga colui che d'esaltar con lode 
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto 
È il gener nostro in cura 
All'amante natura. E la possanza 
Qui con giusta misura 
Anco estimar potrà dell'uman seme, 
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme, 
Con lieve moto in un momento annulla 
In parte, e può con moti 
Poco men lievi ancor subitamente 
Annichilare in tutto. 
Dipinte in queste rive 
Son dell'umana gente 
Le magnifiche sorti e progressive . 
Qui mira e qui ti specchia, 
Secol superbo e sciocco, 
Che il calle insino allora 
Dal risorto pensier segnato innanti 
Abbandonasti, e volti addietro i passi, 
Del ritornar ti vanti, 
E procedere il chiami. 
Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti, 
Di cui lor sorte rea padre ti fece, 
Vanno adulando, ancora 
Ch'a ludibrio talora 
T'abbian fra sé. Non io 
Con tal vergogna scenderò sotterra; 
Ma il disprezzo piuttosto che si serra 
Di te nel petto mio, 
Mostrato avrò quanto si possa aperto: 
Ben ch'io sappia che obblio 
Preme chi troppo all'età propria increbbe. 
Di questo mal, che teco 
Mi fia comune, assai finor mi rido. 
Libertà vai sognando, e servo a un tempo 
Vuoi di novo il pensiero, 
Sol per cui risorgemmo 
Della barbarie in parte, e per cui solo 
Si cresce in civiltà, che sola in meglio 
Guida i pubblici fati. 
Così ti spiacque il vero 
Dell'aspra sorte e del depresso loco 
Che natura ci diè. Per questo il tergo 
Vigliaccamente rivolgesti al lume 
Che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli 
Vil chi lui segue, e solo 
Magnanimo colui 
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle, 
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle. 
Uom di povero stato e membra inferme 
Che sia dell'alma generoso ed alto, 
Non chiama sé né stima 
Ricco d'or né gagliardo, 
E di splendida vita o di valente 
Persona infra la gente 
Non fa risibil mostra; 
Ma sé di forza e di tesor mendico 
Lascia parer senza vergogna, e noma 
Parlando, apertamente, e di sue cose 
Fa stima al vero uguale. 
Magnanimo animale 
Non credo io già, ma stolto, 
Quel che nato a perir, nutrito in pene, 
Dice, a goder son fatto, 
E di fetido orgoglio 
Empie le carte, eccelsi fati e nove 
Felicità, quali il ciel tutto ignora, 
Non pur quest'orbe, promettendo in terra 
A popoli che un'onda 
Di mar commosso, un fiato 
D'aura maligna, un sotterraneo crollo 
Distrugge sì, che avanza 
A gran pena di lor la rimembranza. 
Nobil natura è quella 
Che a sollevar s'ardisce 
Gli occhi mortali incontra 
Al comun fato, e che con franca lingua, 
Nulla al ver detraendo, 
Confessa il mal che ci fu dato in sorte, 
E il basso stato e frale; 
Quella che grande e forte 
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire 
Fraterne, ancor più gravi 
D'ogni altro danno, accresce 
Alle miserie sue, l'uomo incolpando 
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella 
Che veramente è rea, che de' mortali 
Madre è di parto e di voler matrigna. 
Costei chiama inimica; e incontro a questa 
Congiunta esser pensando, 
Siccome è il vero, ed ordinata in pria 
L'umana compagnia, 
Tutti fra sé confederati estima 
Gli uomini, e tutti abbraccia 
Con vero amor, porgendo 
Valida e pronta ed aspettando aita 
Negli alterni perigli e nelle angosce 
Della guerra comune. Ed alle offese 
Dell'uomo armar la destra, e laccio porre 
Al vicino ed inciampo, 
Stolto crede così qual fora in campo 
Cinto d'oste contraria, in sul più vivo 
Incalzar degli assalti, 
Gl'inimici obbliando, acerbe gare 
Imprender con gli amici, 
E sparger fuga e fulminar col brando 
Infra i propri guerrieri. 
Così fatti pensieri 
Quando fien, come fur, palesi al volgo, 
E quell'orror che primo 
Contra l'empia natura 
Strinse i mortali in social catena, 
Fia ricondotto in parte 
Da verace saper, l'onesto e il retto 
Conversar cittadino, 
E giustizia e pietade, altra radice 
Avranno allor che non superbe fole, 
Ove fondata probità del volgo 
Così star suole in piede 
Quale star può quel ch'ha in error la sede. 
Sovente in queste rive, 
Che, desolate, a bruno 
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, 
Seggo la notte; e su la mesta landa 
In purissimo azzurro 
Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle, 
Cui di lontan fa specchio 
Il mare, e tutto di scintille in giro 
Per lo vòto seren brillare il mondo. 
E poi che gli occhi a quelle luci appunto, 
Ch'a lor sembrano un punto, 
E sono immense, in guisa 
Che un punto a petto a lor son terra e mare 
Veracemente; a cui 
L'uomo non pur, ma questo 
Globo ove l'uomo è nulla, 
Sconosciuto è del tutto; e quando miro 
Quegli ancor più senz'alcun fin remoti 
Nodi quasi di stelle, 
Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo 
E non la terra sol, ma tutte in uno, 
Del numero infinite e della mole, 
Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle 
O sono ignote, o così paion come 
Essi alla terra, un punto 
Di luce nebulosa; al pensier mio 
Che sembri allora, o prole 
Dell'uomo? E rimembrando 
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno 
Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte, 
Che te signora e fine 
Credi tu data al Tutto, e quante volte 
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro 
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome, 
Per tua cagion, dell'universe cose 
Scender gli autori, e conversar sovente 
Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi 
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta 
Fin la presente età, che in conoscenza 
Ed in civil costume 
Sembra tutte avanzar; qual moto allora, 
Mortal prole infelice, o qual pensiero 
Verso te finalmente il cor m'assale? 
Non so se il riso o la pietà prevale. 
Come d'arbor cadendo un picciol pomo, 
Cui là nel tardo autunno 
Maturità senz'altra forza atterra, 
D'un popol di formiche i dolci alberghi, 
Cavati in molle gleba 
Con gran lavoro, e l'opre 
E le ricchezze che adunate a prova 
Con lungo affaticar l'assidua gente 
Avea provvidamente al tempo estivo, 
Schiaccia, diserta e copre 
In un punto; così d'alto piombando, 
Dall'utero tonante 
Scagliata al ciel profondo, 
Di ceneri e di pomici e di sassi 
Notte e ruina, infusa 
Di bollenti ruscelli 
O pel montano fianco 
Furiosa tra l'erba 
Di liquefatti massi 
E di metalli e d'infocata arena 
Scendendo immensa piena, 
Le cittadi che il mar là su l'estremo 
Lido aspergea, confuse 
E infranse e ricoperse 
In pochi istanti: onde su quelle or pasce 
La capra, e città nove 
Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello 
Son le sepolte, e le prostrate mura 
L'arduo monte al suo piè quasi calpesta. 
Non ha natura al seme 
Dell'uom più stima o cura 
Che alla formica: e se più rara in quello 
Che nell'altra è la strage, 
Non avvien ciò d'altronde 
Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde. 
Ben mille ed ottocento 
Anni varcàr poi che spariro, oppressi 
Dall'ignea forza, i popolati seggi, 
E il villanello intento 
Ai vigneti, che a stento in questi campi 
Nutre la morta zolla e incenerita, 
Ancor leva lo sguardo 
Sospettoso alla vetta 
Fatal, che nulla mai fatta più mite 
Ancor siede tremenda, ancor minaccia 
A lui strage ed ai figli ed agli averi 
Lor poverelli. E spesso 
Il meschino in sul tetto 
Dell'ostel villereccio, alla vagante 
Aura giacendo tutta notte insonne, 
E balzando più volte, esplora il corso 
Del temuto bollor, che si riversa 
Dall'inesausto grembo 
Su l'arenoso dorso, a cui riluce 
Di Capri la marina 
E di Napoli il porto e Mergellina. 
E se appressar lo vede, o se nel cupo 
Del domestico pozzo ode mai l'acqua 
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli, 
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto 
Di lor cose rapir posson, fuggendo, 
Vede lontan l'usato 
Suo nido, e il picciol campo, 
Che gli fu dalla fame unico schermo, 
Preda al flutto rovente, 
Che crepitando giunge, e inesorato 
Durabilmente sovra quei si spiega. 
Torna al celeste raggio 
Dopo l'antica obblivion l'estinta 
Pompei, come sepolto 
Scheletro, cui di terra 
Avarizia o pietà rende all'aperto; 
E dal deserto foro 
Diritto infra le file 
Dei mozzi colonnati il peregrino 
Lunge contempla il bipartito giogo 
E la cresta fumante, 
Che alla sparsa ruina ancor minaccia. 
E nell'orror della secreta notte 
Per li vacui teatri, 
Per li templi deformi e per le rotte 
Case, ove i parti il pipistrello asconde, 
Come sinistra face 
Che per vòti palagi atra s'aggiri, 
Corre il baglior della funerea lava, 
Che di lontan per l'ombre 
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge. 
Così, dell'uomo ignara e dell'etadi 
Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno 
Dopo gli avi i nepoti, 
Sta natura ognor verde, anzi procede 
Per sì lungo cammino 
Che sembra star. Caggiono i regni intanto, 
Passan genti e linguaggi: ella nol vede: 
E l'uom d'eternità s'arroga il vanto. 
E tu, lenta ginestra, 
Che di selve odorate 
Queste campagne dispogliate adorni, 
Anche tu presto alla crudel possanza 
Soccomberai del sotterraneo foco, 
Che ritornando al loco 
Già noto, stenderà l'avaro lembo 
Su tue molli foreste. E piegherai 
Sotto il fascio mortal non renitente 
Il tuo capo innocente: 
Ma non piegato insino allora indarno 
Codardamente supplicando innanzi 
Al futuro oppressor; ma non eretto 
Con forsennato orgoglio inver le stelle, 
Né sul deserto, dove 
E la sede e i natali 
Non per voler ma per fortuna avesti; 
Ma più saggia, ma tanto 
Meno inferma dell'uom, quanto le frali 
Tue stirpi non credesti 
O dal fato o da te fatte immortali. 

19/10/14

REWIND - FENOMENOLOGIA DEL TUBO DI SCAPPAMENTO (2011) di Gianni Caverni

Mi piace ripubblicare alcuni dei pezzi che ho scritto nella mia rubrica settimanale "Sigarette turche" di "STAMP", fra parentesi nel titolo l'anno di pubblicazione; di tempo ne è passato, vogliate scusare se alcuni anacronismi salteranno agli occhi.


Cos’è un tubo di scappamento? Un apostrofo plumbeo fra un motore e l’aria. Un niente, l’ultima propaggine di un’automobile, la coda di un motore a scoppio, l’apparato escrementizio di un veicolo. Eppure basta osservare con un po’ di attenzione (ok, l’ammettiamo, con un’attenzione un po’ maniacale) le auto che affogano l’aria nelle code sulle strade cittadine per accorgersi che la parte più umile dell’auto sta raccogliendo una crescente attenzione dai Dolce & Gabbana delle case automobilistiche. Una volta, quando la TV era in bianco e nero e i ciclisti si dopavano in libertà, i tubi di scappamento erano “piccoli e neri”. Appena appena più larghi del dito medio di Bossi uscivano timidi e incerti da sotto la parte posteriore della carrozzeria: che tenerezza! A dire il vero anche oggigiorno si vedono circolare auto che hanno mantenuto, almeno in quell’elemento, la sobrietà e l’understatement di un tempo; ma sempre più spesso i tubi di scappamento (quelli rotondi, perché ci sono anche ovali e rettangolari) si avvicinano al diametro di un pompelmo neozelandese, escono arroganti dal profilo posteriore del veicolo con malcelato esibizionismo e sono lucidi e abbaglianti, di una cromatura perfetta. “Me ne frego dell’inquinamento io! Consumo un sacco di benzina o gasolio perché faccio come mi pare e vado dove mi pare! E ho un sacco di soldi da spendere!”, sembrano dire con aria sfrontata. In fondo si tratta dell’eterno conflitto fra ragione e cuore: mentre gli amministratori delle grandi città pongono sempre nuovi limiti alle emissioni assassine delle auto nello stesso momento si producono macchine che offrono dei veri e propri bocchettoni alle illusioni di onnipotenza degli automobilisti e alla loro indole competitiva. Insomma l’impressione è che così grandi, belli e lucidi non servano proprio a niente, sono specchietti per le allodole: perché a voler approfondire, insomma a guardarli più da vicino (quindi ancora più maniacalmente) si vede che non si tratta altro che di capsule cromate applicate alla parte finale del tubo di scappamento vero il cui diametro è più o meno quello solito. Poteva presentarsi una Porsche dell’ultima generazione con un paio di normali tubi posteriori? Certamente no! Ma a ben guardare si vede che con qualche centimetro di metallo cromato si raddoppiano, per finta sia chiaro, i canali di emissione e l’aggressività apparente (fotogallery). D’altronde anche i progettisti di un’auto piccola eppure così modaiola come la nuova 500, dopo la prima serie diciamo “normale”, sono corsi ai ripari fornendo all’auto così cara a Lapo Elkann un bel tubo sovradimensionato e cromato. L’apparenzismo, il bungabunghismo, il menotassepertuttismo, l’abbronzatissimismo non faranno parte della stessa famiglia del tubodiscappamentismo? Non ne siamo sicurissimi ma …

POST SCRIPTUM - ARIN MIRKAN – NEL MIO CIELO NON C’è SPAZIO PER GLI EROI di Domenico Coviello

Mi piaceva essere fotografata in uniforme. A vent’anni ero bella. Eccome. I miei due bambini mi ricorderanno così.

Mi dicono kamikaze, perché mi sono fatta saltare in aria con l’esplosivo per non cadere nelle mani del nemico. Avevo finito le munizioni ed ero accerchiata: ho portato a termine la mia missione di comandante il 5 ottobre 2014 a Kobane in Siria. E ho fatto fuori un bel po’ di banditi tagliagole dello Stato Islamico.
Se non mi fossi uccisa mi avrebbero catturato, stuprato a turno e poi decapitato. Ma non ho dato loro questa soddisfazione.
Adesso so che tutto ciò che ho fatto ha un valore. Anche se è stata una follia. La follia lucida della guerra.
Ma noi donne curde che si deve fare? Siamo spose bambine, nei campi profughi o nelle città assediate. Senza patria. La mia casa è tutto il mondo, ma ero come un passero senza nido dove posare il capo. Così sono diventata soldato, come migliaia di altre donne curde. Di tutte le età. Per noi non c’è scampo: o si combatte o vivere non ha senso.
Ora mi dicono eroina del popolo curdo nella storica battaglia di Kobane. Forse il mio sacrificio non sarà vano: ho saputo che proprio in questi giorni, a un mese dall’assedio dell’Is i nostri stanno riconquistando la città, pietra dopo pietra, casa dopo casa. I comandanti che stanno guidando la riscossa sono un uomo e una donna.
Ne sono molto orgogliosa. Lo saranno anche i miei figli. Anche loro combatteranno, vestiti in uniforme, dotati di armi scadenti, con tutto il mondo contro.
Per noi non c’è scampo. Siamo costretti a fare gli eroi. E’ il mestiere peggiore che esista. Però che importanza ha vivere 90 anni per arraffare tutto il benessere possibile se invece ne hai vissuti 20 dando te stessa per una buona causa?


17/10/14

12 X 12 GALLERIE IN-CONTEMPORANEA, SABATO 18 OTTOBRE, DA MEZZOGIORNO A MEZZANOTTE.

Dodici ore dedicate all’arte contemporanea, undici gallerie aperte in contemporanea, due città coinvolte. 12 x 12 gallerie in-contemporanea è la manifestazione che sabato 18 ottobre coinvolgerà, a Firenze e a Prato, dodici delle gallerie associate ANGAMC, l’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, che per l’occasione apriranno al pubblico i propri spazi ben oltre il consueto orario proponendo, da mezzogiorno a mezzanotte, ad appassionati e collezionisti, le mostre organizzate per l’autunno, molte delle quali si inaugureranno proprio in questa giornata.

Alla manifestazione, vero percorso espositivo che sabato unirà il centro di Firenze a quello di Prato, hanno aderito Alessandro Bagnai, Frediano Farsetti, Santo Ficara, Frittelli Arte Contemporanea, Il Ponte, Galleria d'Arte Mentana, Open Art, Poggiali e Forconi, Eduardo Secci Contemporary, Armanda Gori Casa d'Arte, Tornabuoni Arte – Contemporary Art.

Alla Galleria Alessandro Bagnai (, nata a Siena alla fine degli anni ’80 e dal 2012 nella sede fiorentina di Palazzo Ricasoli, avrà luogo l’inaugurazione della personale di Vittorio Corsini con “Reaching the Landscape”, filo conduttore dell’intera mostra il paesaggio, inteso dall’artista livornese come forma di conoscenza, come continuità tra mondo e mente.

Da Frittelli Arte Contemporanea, inaugurata nel 2006 con i suoi 2000 mq completamente ristrutturati dall'architetto Adolfo Natalini, troviamo Nanni Balestrini con il suo progetto inedito “Fuori tutto” e due nuclei di opere recenti, “I maestri del colore” omaggio-dialogo con le icone della storia dell'arte riprodotte nella famosa collana dei Fratelli Fabbri editori, e “Neri”, una nuova riflessione sul concetto di ‘distruzione’ in cui macchie nere invadono lo spazio costruito dalle parole.

Passiamo poi alle sperimentazioni, alla serialità variata che ricostruiscono “Germinazione di un’idea 1964-1972” di Rodolfo Aricò, ovvero il percorso creativo di oggettivazione della pittura intrapreso nella seconda metà degli anni Sessanta dal pittore milanese e in mostra da sabato 18 ottobre alla Galleria Il Ponte. Spazio storico per l’arte contemporanea a Firenze, la Galleria Il Ponte durante i suoi quasi quarant’anni di attività ha presentato un ampio ma selezionato nucleo di artisti che abbracciano tutto il XX secolo

Alla Galleria Mentana apre invece la collettiva Confronto Astrattismo - Realismo, un evento che mette in relazione arte figurativa e arte astratta attraverso le opere di 15 artisti italiani e stranieri: Luca Benini, Marco Bianchi, Fabio Campari, Valter Candotti, Mirko Colletti, Eleni, Grazyna Federico, Carolina Ferrara, Arianna Olivieri, Giacinto Ruo, Paola Salvestrini, Mario Papa, Marco Zampetti, Peter Zelei, Maria Zimari.

Alla Galleria Frediano Farsetti troviamo “Umani non Umani”, la mostra che ricostruisce un incontro del tutto eccezionale: quello tra il teatro totale di Carmelo Bene e la pittura di Mario Schifano, avvenuto sul set di “Umano non Umano”, e qui riproposto attraverso l’opera di un terzo protagonista, Claudio Abate, uno dei maggiori fotografi italiani viventi. 50 fotografie di Claudio Abate, scattate durante il decennio del suo sodalizio con Carmelo Bene (1963-1973) sono messe a confronto con un gruppo di opere importanti dello stesso periodo di Mario Schifano. 

Da Poggiali e Forconi è previsto un doppio opening: Luigi Ghirri – L’immagine impossibile, un’antologica di uno dei più importanti maestri della fotografia del XX secolo, composta da oltre venti fotografie e nel suggestivo spazio della project room della galleria, Monochrome, la personale dell’artista romano Danilo Bucchi che espone per la prima volta a Firenze.

Si tratta invece della prima mostra in Italia per Richard Dupont alla Eduardo Secci Contemporary, la giovane galleria molto attenta alle nuove tendenze del contemporaneo. Tendenze che si riflettono anche nella ricerca all’avanguardia che l’artista newyorkese Richard Dupont conduce da circa un decennio nel campo delle arti lavorando a partire dalla tecnica di stampa 3D, e che con “Selfie” si dispiega nell’intento di rappresentare una possibile evoluzione culturale che influenza il senso dell’identità e dell’io nella nostra società. 

Al confronto di tecniche e linguaggi è dedicata “Stilemi moderni” di Alessandro Mendini e Francesco Caberlon alla galleria Santo Ficara. Un confronto, questo fra Mendini e Caberlon, sviluppato in un territorio linguistico di confine, dove arte e progetto, pittura e graphic design si incontrano, tra le grandi colonne e le volte a crociera del soffitto del pian terreno di Palazzo Borghese, rivelando per un attimo quell’alfabeto comune a tutte le discipline visive.


Tornabuoni Arte – Contemporary Art in via Maggio partecipa all’iniziativa 12 x 12 gallerie in-contemporanea con Espressioni Contemporanee”, il primo ciclo di appuntamenti dedicati a tre personalità del panorama attuale dell’arte, in mostra opere di Enrico Benetta, Luigi Carboni e Francesca Pasquali.

Il viaggio si sposta infine da Firenze a Prato. Armanda Gori Arte inaugura Uomini e cose. Tino Stefanoni - Nando Crippa, sabato 18 ottobre verrà presentato anche il progetto del Catalogo Generale delle opere di Tino Stefanoni, curato da Valerio Dehò ed Elena Pontiggia con un saggio di Arturo Schwarz, edizione Umberto Allemandi & Co.

Sempre a Prato, la Galleria Open Art assieme al Museo di Pittura murale in San Domenico dedicano la personale “The Spectrum of Light” all’artista americano Paul Jenkins e alla sua lunga meditazione sulla pittura, che appare come una lunga storia di colori che si affiancano e si dispongono perfettamente, come in un unico prisma.


04/09/14

RIP (Persone Realmente Importanti). MARIA LA TIGRE di Silvia Nardi Dei

Due mesi fa ho lasciato la zona di via Orsini perché mi sono trasferita. Ma una delle persone che più mi sono rimaste in mente di quella zona è Maria.
Maria è una signora non più giovane che da sola, anzi vive insieme alla sua badante. Non siamo amiche, diciamo che la conosco di vista. Lei è molto più grande di me, ma soprattutto, credo che abbia avuto un ictus, o qualcosa del genere, perché non riesce a camminare normalmente e soprattutto parla a stento, a volte è difficile capire quello che dice. Però "parla", parla in tanti modi:
Prima di tutto è sempre in ordine, i capelli sono sempre in piega, sono biondi, è sempre truccata, ed è sempre ben vestita. Ora non vi immaginate una signora antipatica e troppo elegante, Maria è un'esplosione di colori e di vita, con due occhi azzurri parecchio vispi. La trovavo spesso a far la spesa, e dalla prima volta, avevo notato che tutti la conoscevano, lei salutava tutti sempre col sorriso, e anche quando la fatica per farsi capire era tanta, tanto da diventare paonazza per lo sforzo, lei non rinunciava mai a una parola gentile e allegra. Le persone che ti sorridono senza volere nulla in cambio sono da considerarsi patrimonio dell'umanità, per me, quindi il giochino con lei è partito direi spontaneamente: si faceva a gara a chi salutava l'altra per prima e per quanto mi impegnassi, il suo sorriso era sempre più radioso del mio, e a quel paese tutte le sue difficoltà. Mi stava simpatica anche la sua badante, un po' più cicciona e meno sorridente di lei, ma sempre disponibile a fermarsi con Maria a braccetto, tutte le volte che lei avesse voluto salutare qualcuno per la strada, parecchie fermate.
Poi un giorno Giulia, mia figlia, ha deciso di cominciare a frequentare la parrocchia vicino casa, e così sono entrata in contatto anche io con quella comunità. E ho scoperto che Maria ne era una componente parecchio assidua, quindi, accompagnando Giulia alla Messa, la incontravo sempre.
Maria mi ha sempre dato l'impressione di essere una donna molto forte, malgrado le insidie del suo fisico, ma soprattutto mi ha sempre incantato la sua determinazione a non arrendersi. Non molto tempo fa Giulia è andata a trovarla a casa coi bambini e i catechisti, e quando è tornata mi ha detto che Maria si era commossa per averli tutti lì, "sai mamma, Maria sorride sempre ma soffre di solitudine, quindi noi se ci andiamo la facciamo felice".
A Giugno Giulia ha fatto la prima comunione, e in tutto quel caos di persone, appena entrata in Chiesa, ho visto che Maria era tra le prime file, con un sacchetto grande appoggiato sulle sue gambe. Prima che la messa iniziasse, non senza fatica, si è alzata, ha raggiunto i bambini e ha donato a ognuno di loro qualcosa. A Giulia ha regalato una bustina tutta "brillantosa", viola, con dentro una piccola tigre arancione, di plastica. Insieme alla tigre un bigliettino, scritto con una bella calligrafia, di quelle antiche. Bigliettino che purtroppo abbiamo perso per colpa del trasloco, era piccolo piccolo, ma ho ben presente il senso: non dimenticarti mai di voler bene anche agli animali e di rispettare sempre la natura.
Questo gesto nei confronti dei bambini mi sembrò bellissimo, e mi commosse molto, e senza niente togliere alla solennità della giornata, è stato l'unico momento in cui ho pianto un pochino, di gioia, per lei. Per il fatto che avesse trovato il modo e il tempo di pensare ai bambini, così, con la solita gioia e spontaneità con cui salutava sempre gli abitanti di quella zona. Io non ci abito più. E quando ieri qualcuno mi ha telefonato e mi ha detto che nel pomeriggio Maria era morta soffocata, mentre mangiava, e che né la badante, né il personale del 118 erano riusciti a salvarla da una morte così orribile ho fatto finta di crederci ma non ci credo. Non è possibile.
Maria resta in quel quartiere, continua a farsi bella, continua a vestirsi con tutti quei bei colori, continua a ricevere i bambini a casa sua, e continua a fregarmi col suo meraviglioso sorriso che arriva inevitabilmente sempre prima del mio.  

18/08/14

INTORNO ALLA DOLCE MORTE di Silvia Nardi Dei

(Le immagini sono tratte dal film Miele di Valeria Golino interpretato da Jasmine Trinca, Carlo Cecchi e Iaia Forte. NDR)

Ultimamente mi è capitato più volte di scrivere pensieri o di condividere quelli altrui sulla faccenda della morte assistita o dolce morte, insomma sull'eutanasia.
E' anche vero che negli ultimi anni sono morte alcune persone a me molto care, tutte per malattia, alcune anche più giovani di me a cui ho voluto molto bene.
Quindi, mio malgrado, ho dovuto anche confrontarmi con i diversi modi di reagire di fronte alla certezza di star per morire, a causa del cancro. Ho visto atteggiamenti molto diversi fra di loro, ne cito due, opposti. Una persona visse praticamente bombardata di psicofarmaci e le venne detta una "mezza verità" (ma la persona in questione era una delle più vivaci intelligenze che io conoscessi, quindi di sicuro aveva capito fin dall'inizio, ma continuava a dirmi che era certa di guarire) e decise di andare avanti con tutte le terapie chemioterapiche, chirurgiche eccetera, una sofferenza fisica inimmaginabile, per poi morire comunque praticamente soffocata ma "supportata" da pesante dose di morfina al pronto soccorso.
 
 
Un'altra, invece, una volta saputo che al massimo si sarebbe potuti intervenire chirurgicamente ma con scarsissime possibilità di sopravvivenza, (fu detto che si sarebbe ottenuto di rimandare la morte di un anno, forse due) che invece decise non solo di non fare alcuna cura, salvo quella eventuale di lenire il dolore, che non ebbe praticamente il tempo di arrivare, ma di tornare subito alla sua vita "normale", cercando di riempire gli ultimi mesi di cose belle, semplici, come il suo mare, il suo cane, la natura, il buon cibo, il buon vino e gli amici, quelli veri.
Questo per dire che ho dovuto soffrire molto anche io, per la loro perdita, e ho dovuto riflettere molto sulla morte.
 
 
La mia vita, fino ad ora, mi ha spesso fatto paura, e al tempo stesso mi è piaciuta tantissimo. Mi è stato tolto molto, diciamo dal destino, fin da quasi subito, ma sempre la vita, mi ha dato la possibilità di lottare, di cadere e di rialzarmi, di godere molto, di farmi piccola piccola aspettando che le nuvolone nere si dissolvessero, ma anche di godere di un bellissimo sole, di tanti colori, e a volte, guardandomi intorno, ho l'impressione che molte delle persone che incontro non proveranno mai le sensazioni immense che ho provato io, né negative (buon per loro) ma neanche positive, e non li invidio punto.
 
 
La questione del poter disporre della propria morte grazie a una legge che in Italia per adesso non c'è, ma che della quale so che viene richiesto almeno un referendum da tempo, è qualcosa che mi mette in una condizione di estremo disagio. E, partendo da un articolo di Philippe Pozzo di Borgo (tetraplegico divenuto famoso grazie a un film sulla sua vita, "Quasi amici", e che vive da anni immobilizzato dal collo in giù) in cui lui, nonostante la sua condizione di vita, si dichiara totalmente contrario a questa legge, e poi passando per l'ultima notizia di ieri di un suicidio "famoso", l'attore Robin Williams, ho cercato di tirar fuori "la mia verità", ovvero quali fossero i motivi che istintivamente mi facevano e mi fanno sentire contraria a questa possibilità.
 
 
Per prima cosa sono andata a cercare di capire come funzioni questa legge in uno dei Paesi dove c'è, in Svizzera. Ho scritto a questa associazione, dalla quale mi hanno risposto dopo mezz'ora per mail, dandomi le tariffe per morire (circa 7.000 euro), mandandomi subito un facsimile del testamento biologico, e soprattutto spiegandomi chi può averne diritto: grazie al testamento biologico, se io dovessi ammalarmi "gravemente", oppure se sempre a causa di malattia/incidente, mi trovassi a vivere in una grave condizione di disabilità (per intenderci come Philippe Pozzo di Borgo, che se anche volesse suicidarsi, da solo non potrebbe farlo, data la disabilità fisica, ma che comunque, potenzialmente, può vivere così per altri 50 anni) potrei farmi uccidere.
Ciò che a me impedisce di essere favorevole a questa legge in Italia, al di là della totale sfiducia nelle istituzioni che dovrebbero legiferare in merito, sta forse in due punti:
il primo è che forse, sebbene io sia atea, mi illudo che invece esista qualcuno che sta al di sopra di me, che ha voluto che io venissi al mondo, che ha voluto che io mi confrontassi con tutte le piccole o grandi peripezie quotidiane, ma che mi adora, che su di me ha riposto un "progetto di vita", e non di morte, non volontaria.
 
 
L'altro, forse quello più ovvio e quello che pesa di più, che ha maggior influenza sulla mia convinzione, è che a volte mi sento fragile, e nella mia sacrosanta fragilità, mi è capitato di pensare di voler morire, in più di un'occasione. E questo pensiero, il minuto dopo, mi ha lasciato terrorizzata. Non voglio, e non posso pensare a una società che lasci agli esseri umani la possibilità di farla finita. Non voglio pensare ad una società, che prima di arrivare a pensare che è meglio morire, non possa fare in modo di lasciarmi trovare un viottolo per continuare a credere che sia meglio restare qui, anche nel dolore, anche nelle difficoltà.
 
 
E' più forte di me. Qualcuno mi ha contestato dicendo che io non posso negare agli altri la libertà di pensarla diversamente da me. Io infatti parlo di me, se mai dovessimo votare per una legge in tal senso io esprimerò il mio parere votando per un NO. Sarà solo uno, il mio. Se la maggioranza delle persone dovesse votare per il SI, ovviamente le cose andranno in una direzione diversa dalla mia. Ma non mi sento in colpa e non credo di limitare la libertà a nessuno. Rivendico la possibilità di poter restare nella mia assurda convinzione. Perché è la mia.