30/04/15

DOMANI SARA' TUTTO FINITO di Gianni Caverni

Chi mi conosce lo sa: detesto la notte bianca.
Quella bolgia spesso urlante, bevente, pisciante in ogni dove, che si scatena nel centro storico delle città è la prova concreta dell'avvicinarsi dell'apocalisse, ne sono convinto. 
Ne sono tanto convinto che è ormai qualche anno che me ne tengo fuori anche perché, seppure ateo convinto, non si sa mai e non vorrei che il giorno del giudizio mi si accusasse, oltre al campionario quasi completo di peccati mortali che hanno costellato la mia dissoluta vita, di aver partecipato a più di due notti bianche.
Fra orde di giovanotti abbronzati di tutto punto, con rasature scientificamente definibili "a bischero" o con creste da gallinaccio, rigidamente con gli occhiali da sole, accompagnati da fanciulle grezzotte dalle zampe muscolari e agghindate a troie, e magari anche da innocenti figli ciurmati alla bisogna; fra ragazzini ubriachi e ruttanti, venditori di birra improvvisati, seminatori solerti di cocci di bottiglia e di avanzi di pessima pizza al taglio io non voglio ritrovarmici. Faccio lo snob? Forse, ma proprio non mi interessa mescolarmi con questa massa di agguerriti black bloc del buon gusto.
Ma stavolta uscirò, eviterò accuratamente il centro ed andrò in piazza delle Cure dove è previsto "The Cure" cioè il "Progetto di Controradio che coniuga una performance artistica di Street Art realizzata da alcuni fra i più interessanti artisti fiorentini e di caratura nazionale (Freno per Sciacalli, RMOGRL8120, BUE2530, Fone, Urto, Cugnetto) e musica black (hip hop, rap, drum’n’bass) con i dj set di Numa Crew e Deiv Agazzi. 
L’iniziativa si svolgerà in piazza delle Cure sotto le logge del mercato, dove sono già presenti interventi di Street Art stratificatesi nel corso degli anni e promossi dalla stessa amministrazione comunale. Gli interventi artistici avverranno su supporti removibili posizionati sotto le logge del mercato, accompagnati per tutto il tempo da dj set realizzati da Deiv Agazzi, noto conduttore della trasmissione Alpha Beat di Controradio e da Numa Crew.
Numa Crew è un collettivo di dj producers e Mc pionieri del Dubstep in Italia sin dalla loro nascita, 2005, confermando di anno in anno il loro ruolo nella scena della musica indipendente italiana. La loro ricerca musicale si focalizza sulle note basse mescolando nelle loro produzioni la cultura dei sound system dell'hip hop e della musica underground inglese.
Con una scansione oraria sono previsti interventi di ballo hip hop, di spettacolo circense ed altre iniziative in via di definizione. Nella piazza sarà inoltre allestito uno studio mobile di Controradio da dove sarà trasmesso uno speciale White Night/Black Night, realizzato dagli inviati di Controradio, che realizzeranno una diretta di oltre 5 ore sulle iniziative che accadono in città. Una radio-guida aggiornata in tempo reale che racconterà gli appuntamenti in programma e che sarà ascoltabile in mobilità anche tramite smartphone. Un aggiornamento continuo, intervallato da interviste agli organizzatori, ai protagonisti e agli spettatori dai luoghi di spettacolo che verranno visitati dagli inviati".

Lo so son vecchio per queste cose, ma sono curioso e magari andandoci capisco cosa si celi (per me) dietro tutta quell'abbondanza di parole criptiche. 
Venite?

QUELL'APOSTROFO ROSA ... di Miss Holmes


C’è una cosa che più di tutto mi fa impazzire ed è la capacità di un uomo di sorprendermi. Proprio di cogliermi di sorpresa intendo. Alle spalle con una carezza sul collo, di fronte con un abbraccio appassionato o un casquette un po’ vintage.
Quello che preferisco però sono i baci, in assoluto.
Lunghi o fulminei, schioccati al volo o appassionatamente ricercati: contatto di labbra e lingue che introduce un’intimità talvolta più potente e coinvolgente del sesso. La verità è che potrei passare ore e ore a baciare e farmi baciare. E cambierei poche cose con una seduta di baci umida ed esasperante, prologo o forse no a qualcosa di più, sostanza di un innamoramento che può crescere anche lì per lì. Ci si può baciare in piedi o seduti, ci si può baciare per strada o sul bus o in macchina ai semafori, o sul traghetto o di nascosto in un bagno anche al lavoro, ci si può baciare sull’asfalto o sull’erba, in mezzo ai fiori o ai grattacieli. Ci si può baciare a letto o sul sofà, di mattina o di pomeriggio, ma anche la sera va bene e la notte è proprio perfetta per baciarsi.
Ci si può baciare davanti al fuoco o sotto il getto del ventilatore, in mare o sotto l’ombrellone. Ci si può baciare al gusto di cioccolato o passarsi l’acqua, se si ha proprio sete.
Ci si può baciare un po’ storti sui sedili, rischiando la sciatica se si ha una certa età, perché ci si può baciare da giovani o da vecchi o anche da persone sui quaranta o di mezza età. Ci si può baciare da sconosciuti o da appena incontrati o dopo anni e anni e anni che si sta insieme.
È bello baciarsi, perché è come l’intro di Sweet Jane: se dopo comincia altro, sai già che sarà bellissimo, se devi smettere prima di trovarti sul più bello ne è già valsa la pena.
Però c’è un però. Tutto questo vale se ovviamente piace il reciproco stile nel baciare. Ci sono anche, a mio avviso, alcuni parametri o forse regole di bon ton: per esempio, labbra dure o appena dischiuse fanno sentire respinti; lingue ficcate in gola hanno qualcosa di bovino; sbavature sul mento spazzano via ogni romanticismo.

Ma si può imparare, son convinta. L’importante è esercitarsi. E, maschietti, per favore, almeno le prime volte: resistete alla tentazione della mano sulla tetta con la giustificazione dell’impeto della passione. La state baciando, concentratevi. Se siete bravi a quei traguardi ci arriverete, e con più classe.

23/04/15

MISS HOLMES CHIEDE SCUSA

Miss Holmes è indaffarata. La primavera porta a vivaci scambi e nuove passioni che invitano alla scoperta. Ha promesso di dare conto delle sue avventure al più presto, già la prossima settimana. E chiede scusa per l'assenza.

21/04/15

"MIA MADRE" SECONDO ME di Gianni Caverni

Via, mi tocca. C'è da parlare di Mia madre di Nanni Moretti. Ho aspettato un paio di giorni per farmelo sedimentare dentro, ma ora mi tocca.
Dico subito che mi è piaciuto, e molto, così che i fustigatori di Moretti, così attivi nella smania freudiana di "uccidere il padre" (e non è una questione di età) e così frequenti nelle fila sbandate del popolo (?) di sinistra (?) possano cominciare subito a infamarmi. 
Non solo, sospinto da spericolata audacia, aggiungo che ho trovato di grande livello la recitazione della Buy e, crepi l'avarizia, di grande livello anche quella di Nanni Moretti! Ecco, ormai l'ho detto. Ma mi va, e molto, anche di argomentare tutto questo.
Sapete perché mi è piaciuto, e molto, il film? Perché non mi sono commosso. Dovete sapere, se già non ve ne siete accorti, che col passare degli anni ci si commuove più facilmente e per quanto mi riguarda raggiungo ormai livelli da record. Inutile dire quindi che, nonostante il rapporto che ho avuto con mia madre non sia stato fra i migliori, mi aspettavo qualche agguato lacrimale che mi avrebbe costretto a nascondermi (me ne vergogno, sarà grave?). Invece niente, eppure le emozioni non mancavano ma direi che riguardavano la vita, non la morte, la presenza, non l'assenza, l'acquisizione, non la rinuncia. 
Chi mi accompagnava ha detto, dopo lo scorrere di tutti i titoli di coda, "è un film sull'amore" e più ci penso e più mi convinco che abbia ragione. E poi non è un film tragico, si ride anche e nemmeno così raramente.
"Mi hai dato ragione! Mi date sempre ragione!" urla arrabbiata Margherita Buy, che interpreta una regista, ai suoi aiutanti sul set di quello sgangherato film sull'occupazione di una fabbrica: non possono sussistere dubbi, nel gioco autobiografico Nanni Moretti si incarna nel personaggio interpretato da Margherita Buy. 
Ed è infatti lei, dilaniata com'è fra l'impossibilità emotiva ad ammettere l'imminente morte della madre, fra la tendenza a viverla un po' anche come un complotto contro di lei, fra il film che non quaglia, a riflettere molto morettianamente che tutti si aspettano che lei capisca, conosca, interpreti mentre invece lei non capisce proprio nulla. Cerca di aiutare la madre ad andare in bagno ma si arrabbia bruscamente con lei perchè non ce la fa, "sono solo tre metri!" le urla. L'attore che è stato il suo compagno, e magari lui sperava/credeva di esserlo ancora, la smonta, l'asfalta dicendole cose terribili sul suo egocentrismo, sulla sua difficoltà di amare, cose che lei in fondo sospetta siano vere. 
Tanto che ne parla col fratello (Nanni Moretti) e gli chiede perchè lui non gliel'abbia mai detto, ed è dolce ed affettuoso il sorriso di lui mentre le fa capire che invece gliel'aveva detto eccome.
Ecco, un gran bel fratello Giovanni, quello che si è assunto naturalmente e serenamente il ruolo dello "smussatore", quello forte in grado di assorbire le debolezze altrui ed accoglierle con amore. Quello che c'è da sperare esista in ogni famiglia che se non c'è siamo tutti più poveri ed indifesi. In grado anche di accogliere la follia narcisista di John Turturro, l'attore protagonista del film della Buy, che gli si affida al punto di confessare che il suo non ricordare le battute e il rallentare la realizzazione del film sono il frutto di un alzheimer precoce ed ereditario. 
In grado di fare una scelta drastica come quella di licenziarsi per essere più pronto alle difficoltà profonde che questa società sfinita ci propone.
Insomma non sono d'accordo con quanto ha scritto sul film la mia amica Maria Antonietta Serra, spero vorrà perdonarmi. Su una cosa siamo certamente d'accordo: l'intensità assoluta dello sguardo di Margherita Buy che chiude il film.
Si tratta certamente di un film che divide, per cui chi vorrà dica la sua e prometto di pubblicarlo.

19/04/15

LA FAMIGLIA BELIER CHE FA BENE ALL'ANIMA di Maria Antonietta Serra

In questa recensione troverete anche il finale del film, coloro che non vogliono conoscerlo evitino di leggerla.

La Famiglia Bélier, un film per tutti, un toccasana per l’anima.
L’handicap della sordità inteso come come figlio di un dio minore in questo caso  genera una figlia in do maggiore.
Nella famiglia Bélier (regia di Éric Lartigau) la sordità fa un eccezione: Paula. La ragazza ha 16 anni e ogni giorno fa da interprete ai genitori nella gestione amministrativa della loro fattoria. 
Interpretata da Louane Emera, uscita dal talent francese The Voice e all’esordio come attrice, Paula scoprirà tramite l’insegnante di canto Thomassonpatito di Michel Sardou, di avere “una pepita d’oro in gola”,  un talento eccezionale che dopo una serie di ripensamenti la condurrà a Parigi al concorso canoro di Radio France.
François Damiens, interpreta con esuberanza il ruolo del padre di Paula, personaggio incantevole che convive sereno con la propria sordità, tanto da autocandidarsi a sindaco del paese, e ci trasmette per tutto il film lo straripante amore verso sua moglie e i suoi figli.
Karin Viard è la madre di Paula : una donna vivace, sopra le righe, creativa e passionale, impulsiva e senza filtri. I momenti comici e divertenti spesso nascono da lei e dalla sua congenita stramberia.
Luca Gelberg, l'unico attore davvero sordomuto nel cast, è il fratello di Paula e nonostante l’apparente distacco dalla ribellione della sorella nutre per lei l’affetto tipico dei fratelli minori, silenzioso e profondo, mascherato da noncuranza ma capace di esondare quando il tempo lo richiede.
La sceneggiatura priva di furberie e malizia spartisce equamente umorismo, sensibilità, commozione e ci mostra quanto spesso le parole siano dette a sproposito, quanto la naturalezza dell’amore sia l’unico codice di comportamento, quanta fanfara mettiamo in piedi ogni giorno inutilmente.
E’ un film candido, senza sesso, senza violenza, senza astuzia da botteghino, un film che racconta questo tipo di handicap con garbo e piacevole ironia. 
La scena divertente della prima colazione è il prologo del film: una chiassosa sequela di rumori per Paula, che spesso usa le cuffie per insonorizzarsi, intanto che la vita dentro casa si svolge nel frastuono provocato dalla sua sorda famiglia. 
La sedicenne con il gran talento per il canto ci conduce quindi per mano nel suo mondo fatto di lavoro nella stalla, di amicizia a scuola, di tenacia e amore.
Sì, amore. E’ proprio questo sentimento la forza che disegna l’epilogo del film : dopo aver cantato e incantato tutti alla recita scolastica di fine anno, gorgheggiando in duetto “Je vais t'aimer” , Paula decide di rinunciare al concorso, acquietando così i timori della  madre che vive come una tragedia la “normalità” della figlia e le ansie di tutti riguardo la sua partenza. Il padre però la raggiunge nel campo vicino casa intanto che Paula smaltisce l’amaro della ritirata e proprio lì, al buio, le chiede cosa si prova, cosa accade quando canta, cosa sente la gente che l’ascolta. Allora Paula prende la mano del padre e se la porta alla gola, intonando la canzone di Sardou. 
Momento di autentica commozione generato dai loro sguardi, dall’incontro d’anime sulle note di una canzone d’amore, quindi la rivelazione , lo stupore, la presa di coscienza, il perdono.
Così, intanto che la notte trascorreva insonne, in quella fattoria prendeva forma il futuro della ragazza e all’alba, su decisione del padre, tutta la famiglia accompagnerà Paula a Parigi dove, accompagnata al pianoforte da Thomasson che la raggiungerà in fretta e furia,  canterà “ Je vole “ di Michel Sardou regalandoci un’incantevole interpretazione .


18/04/15

FABBRICA EUROPA XXII di Gianni Caverni

Due le novità assolute di questa 22sima edizione di Fabbrica Europa: torna la musica dopo alcuni anni di assenza, affidata alla cura di Maurizio Busia che ha preparato per l'occasione un programma originale e stimolante. L'altra novità riguarda l'arte contemporanea che nelle ultime due edizioni era stata presente con due grandi installazioni, di Maurizio Nannucci prima e di Marco Bagnoli un anno fa, che occupavano tutta la prima grande navata della Stazione Leopolda. Certo la "contaminazione" (e dai!) fra le arti non permette distinzioni rigide ma è altrettanto certo che Sergio Risaliti, ormai Mister Ovunque nella scena artistica fiorentina, non risulta quest'anno far parte del team che ha definito il programma. 
Fabbrica Europa, "il nostro punto fermo nelle dinamiche culturali europee" come l'ha definita Cristina Giachi, la vicesindaco, resiste dunque all'invecchiamento ma soprattutto alle difficoltà crescenti di assicurare un programma di alto livello con il continuo limitarsi delle risorse disponibili. Per la gioia del colto e dell'inclita, del curioso, dell'appassionato, del simpatico "perdigiorno" che trova alla Leopolda e nelle altre sedi rifugio notturno sicuro, di una città che fa bene a tenersi stretto caparbiamente questo ormai assoluto patrimonio di eventi, per la loro gioia, e quella di un monte di altre persone, il programma di Fabbrica Europa si snoda dal 7 maggio al 3 luglio praticamente ininterrottamente e spesso con più di un appuntamento quotidiano.
Il programma completo si trova al www.fabbricaeuropa.net. Tutto comincia alle 18 del 7 maggio alla Leopolda con Cantare in azione - Canti sacri curdi e armeni e un ora dopo con l'inaugurazione dell'installazione CCAP / Cristina Caprioli - Trees ("una foresta in movimento, una fiaba digitale in cui perdersi, diventandone parte. Un bosco di ombre dove aggirarsi con attenzione, seguendo la propria natura e il proprio temperamento. In alcuni momenti l’installazione si animerà della presenza di performer che ci guideranno, daranno il ritmo, mostreranno come muoverci, creando una coreografia fatta di condivisione"). Alle 21 Zap della Lee Hee-moon Company ("ZAP unisce suono, vocalità, musica strumentale e danza in un percorso che sa dare nuova forma a storie antiche anche grazie alla sapiente messa in scena di An Eun-mi. Luci, costumi e scenografia contribuiscono a consegnare all’incanto del pubblico una raffinata contemporaneità).
La Corea e l'oriente dunque sotto la lente di Fabbrica Europa, ma anche la cultura curda ed armena. D'altronde FE "lavora da sempre per costruire ponti di conoscenza e occasioni di consapevolezza culturale, individuando percorsi possibili, traiettorie inusuali e trattenendo memoria di ritualità passate e presenti. Memoria che dia la spinta per riattivare un impegno collettivo dello sguardo,della percezione, del gesto. Verso un futuro dagli orizzonti ancora aperti" come si legge nel comunicato stampa preparato per la presentazione del programma. 
Significativa l'affermazione di Maurizia Settembri, da sempre anima di FE, "che abbiamo sempre cercato di riportare, anche solo temporaneamente, in Italia coloro che erano stati costretti per trovare spazio, ad andarsene", e il programma conferma questa volontà.
Dal 7 maggio dunque al 2 / 3 luglio, quando, alle Murate, si svolgerà la sesta edizione del Festival au Desert (con "Greg Cohen (contrabbassista di Tom Waits e John Zorn), Aly Keita (virtuoso del balafon maliano), Awa Ly (carismatica cantante franco-senegalese), Karim Ziad (batterista e direttore del Festival Gnawa di Essaouira), Vincent Segal (violoncellista francese), Hamid El Kasri (musicista e cantante gnawa)").
Nel mezzo un ricco mucchio di occasioni, da Bul-Ssang  ("che combina magistralmente la pop art delle statue di Buddha, la danza contemporanea, la danza tradizionale e le arti marziali di diversi paesi asiatici: un’esplorazione delle tradizioni asiatiche e del loro conflitto con la modernità e con l’Occidente") a ST()MA di Cristiano Calcagnile, batterista, percussionista, compositore, che definisce il suo lavoro "la metafora attraverso cui guardo alla trasformazione come necessità vitale ed evolutiva, una parafrasi artistica che ne coglie gli aspetti più intimi e conflittuali e ne conosce le fertili contraddizioni". 
Da KK//I'm a kommunist kid di Glen Çaçi, autore e performer albanese, a EPICA ETICA ETNICA PATHOS – 25 anni con Gianni Maroccolo, Massimo Zamboni, Francesco Magnelli, Giorgio Canali e la partecipazione di  Ginevra Di Marco e Angela Baraldi ("Epica Etica Etnica Pathos è il quarto album del gruppo punk rock italiano CCCP Fedeli alla linea, pubblicato nel 1990 dalla Virgin Records. Uscito come doppio, è l’ultimo del gruppo che, di lì a poco, si scioglierà").
 

17/04/15

QUELLO SGUARDO DI MARGHERITA: "MIA MADRE" di Maria Antonietta Serra

Grande attesa per “Mia madre”, il nuovo film di Nanni Moretti.
Attesa delusa, almeno per la sottoscritta.
L’affondo in poltrona vellutata ha tenuto alto in me il sentimento di commozione più per l’evidente copiosa lacrimazione di mio marito che per il film stesso. 
Eh si, lui il giornalista/autore televisivo/scrittore/ecc ecc  attempato e dal cuore cinico ha trovato il film straordinario, commovente, perfetto nella strada descrittiva. Io, casalinga multitasking di mezza età  e dal cuore morbido ho trovato il film lento, noioso e ingannevole nella descrizione del dolore.
Moretti racconta sostanzialmente il malessere che ci scorta nella vita,  costellato da una serie di incomodi  ostacoli difficili da affrontare: il lavoro, la famiglia, la gestione degli affetti, la morte. Che ci sia la mano di un bravo cineasta è lampante ma, come dicevano i prof a scuola “ il ragazzo è bravo ma non si applica, poteva dare di più “.
Poteva stupirci, aggiungo io.
La perla del film è Margherita Buy in una delle sue interpretazioni migliori , chiaramente una Moretti al femminile e per questo più amabile sia nei momenti di egocentrica ironia che in quelli di smarrimento.
Nanni Moretti è meglio che resti dietro la macchina da presa, la sua voce dolciastra e la sua recitazione dal timbro confuso e dalla pausa forzata, quasi in cerca di applauso nei tempi voluti, ne fanno un narciso che a confronto Woody Allen è un dilettante.
Giulia Lazzarini, nel ruolo di ex professoressa di latino e madre morente tiene la parte con gran padronanza ma qualche forzatura, come l’enfasi nello sguardo, si insinua nei momenti cruciali legati al trapasso imminente e, proprio per questo, le nego la promozione a pieni voti.
Il personaggio prende maggiore forma nel ricordo degli ex alunni, che ne decantano il vissuto. Quindi è l’assenza a rafforzare la presenza della madre, come spesso accade nella vita quando qualcuno che amiamo ci lascia.
Beatrice Mancini, la ragazzina che interpreta la figlia della Buy è di spontanea bravura, lieve come solo i giovani sanno essere, e porta un tocco di grazia, di naturalezza alla storia.
John Turturro nel ruolo enfatico e bizzarro dell’attore che interpreta l’attore è meraviglioso nella sua recitazione dalla storpiata pronuncia italiana, indossa perfettamente tutti i crismi che gli artisti conclamati si portano appresso sia nel reale che nel virtuale.
Il bouquet sembrerebbe di grande effetto eppure manca, a mio avviso, quella nota più intima, autentica, di fluido lirismo che chi ha accompagnato alla morte un genitore dovrebbe avere marchiata a fuoco sul cuore tanto da trasmetterla in un solo sguardo.
Però, c’è un però : a proposito di sguardo è da non perdere quello di Margherita Buy: lungo, muto, compassionevole anche verso se stessa, uno sguardo ampio, tanto da riuscire a contenere tutto il dolore.
Qui mi fermo e mi dico : se il suo sguardo è la chiave del film, allora “Mia madre” è un capolavoro.