30/11/13

IL PRANZO NELLO SCRIGNO di Gaia Rau


A forza di vederlo in televisione, scientificamente preparato e meticolosamente impiattato, oggetto di competizioni tanto feroci quanto asettiche, tendiamo quasi a scordarci di quanto il cibo possa profumare, consolarci, farci innamorare. Poi certo, anche riempire la pancia, ingrassare, avvelenare, ma tendenzialmente, per quanto mi riguarda, preferisco concentrarmi sulle prime tre qualità. E’ anche per questo che “Lunchbox”, opera prima del regista indiano Ritesh Batra, mi ha subito conquistato. Perché con questo film il rischio di dimenticare quanto amiamo mangiare (e innamorarci) non si corre: gli aromi e i colori delle spezie sembrano bucare lo schermo, invaderci il cuore senza chiedere il permesso, ricordarci che se davvero la vita è abitudine e nient’altro, forse, parafrasando le parole di Ila, la protagonista, è quel “nient’altro” il motivo per cui viviamo.
La storia è quella tipica, da manuale, dell’incontro di due solitudini. Lei è una casalinga sufficientemente disperata, lui un impiegato vedovo alla soglia della pensione. Lei si sforza di credere che “la strada per il cuore passi attraverso lo stomaco”, lui è uno che lungo la sua, di strada, prende a calci i gatti randagi. Lei ogni giorno cucina a un insofferente marito un piccolo pranzo di Babette in versione tascabile e lo sistema nella “lunchbox” del titolo - un contenitore di metallo a più piani, identico a quello di milioni di lavoratori in tutto il mondo - che una zelante équipe di portapranzi si incarica poi di prelevare a domicilio e di recapitare, attraverso un viaggio della speranza nel traffico di Mumbai, sulla scrivania del fortunato. Capita che un giorno la lunchbox preparata da lei finisca, per sbaglio, sul tavolo di lui, che invece i pasti li ordina in un ristorante di seconda categoria. Ed ecco che la più classica e deliziosa delle commedie romantiche è servita.
Da aggiungere, sull’evolversi del racconto, c’è ben poco: chi da un film si aspetta trame complicate, sovvertimenti di ruoli e colpi di scena rimarrà, è il caso di dirlo, profondamente deluso. In fondo, più che nella storia in sé, o nell’incontestabile bravura dei due protagonisti, la ragione per andare a vedere “Lunchbox” sta nell’oggetto stesso del titolo. In quel piccolo scrigno delle meraviglie in cui Ila, ogni giorno, riesce a far entrare, con la maestria di una prestigiatrice, un pasto ricco come un banchetto, di quelli che vanno mangiati a sedere e con tutta la calma necessaria e che, nel migliore dei mondi possibili, richiederebbero anche una bella apparecchiatura e un pisolino di apprezzamento.   Qualcosa che noi, abituati alle nostre pause pranzo un po’ precotte e un po’ rubate, non possiamo che invidiare profondamente. Anche se forse, personalmente, la cosa che più ho invidiato è la pazienza di Ila, la sua capacità di compiere ogni giorno una piccola magia, il suo mettersi alla prova con qualcosa di semplice ma al tempo stesso complicatissimo. Il suo prendersi del tempo, soprattutto, per regalare a se stessa all’essere amato un momento straordinario nell’ordinarietà del quotidiano.
Per chi vive a Firenze, il film rimarrà in programmazione allo Stensen per tutto dicembre, doppiato e in lingua originale, con orari consultabili sul sito www.stensen.org.
 

28/11/13

PRENDERE DUE PICCIONI (3) con Aroldo Marinai

Thomas Bernhard si conferma un gigante della letteratura del novecento con quattro
brevi prose, raccolte e pubblicate postume.
Una – Goethe schiatta in un frullare di assistenti indaffarati nel cercare di esaudire il
suo ultimo assillante desiderio: ospitare Wittgenstein a Weimar per discutere con lui
“sul dubitabile e il non-dubitabile”. (Dato non secondario: Goethe muore nel 1832,
Wittgenstein nascerà nel 1889).
Due – Odio fraintendimenti e rampogne incrociate fra il delirante lettore di
Montaigne e i suoi famigliari.
Tre – La famiglia come carcere, un vero eccezionale inferno parentale. Alla ricerca
della quiete i padri ne escono male, le madri malissimo. E alla resa dei conti non
va meglio ai figli: l’amico che crede di essersi affrancato deride l’amico rimasto in
catene. Medico cura te stesso, dicevano quelli.
Quattro – Finis Austriae. Chiudersi in sé stessi per non uscirne più. Fra cibi pessimi,
gusti abominevoli, città disgustose, ogni pensiero soffocato, uno sberleffo continuo.
Thomas Bernhard al meglio della sua forma.
Stefano Gallerani: altro giro altra corsa altro scrittore di racconti (quattordici). In
questi non succede niente di niente. C’è parole, sonorità, musicalità. Scrittura di
scrittura su scrittura.
C’è un sentore di citazioni e sciarade; il frequentatore della settimana enigmistica può
trovarsi avvantaggiato nella lettura (o decifrazione).
Si ha spesso l’impressione che il soggetto parlante sia insieme protagonista e
deuteragonista. Viene da chiedersi: cosa sto leggendo? Di cosa sta parlando?
Oppure c’è il verso di restare come il cobra, affascinati dal movimento
mesmerizzante del piffero. Non lo so.
Bello il racconto tredici, sulla morte. Anche il dieci, sulla conquista dell’intelligenza,
anzi inteliggenza, via sperimentazioni di laboratorio.
Ma, in conclusione, se la sera a letto leggete per conciliarvi il sonno questo libro di
cento pagine probabilmente vi basterà per un anno. Il classico buon affare.

Thomas Bernhard, GOETHE MUORE, Adelphi, 2013, euro 11. – Cattivo amaro
sardonico e irriverente. Magistrale.
Stefano Gallerani, ALBACETE, Lavieri edizioni, 2012, euro 14. – Solo per sedicenti
intellettuali al 100%.

27/11/13

CHA CHA CHA 2



 DECADUTO DECADUTO DECADUTO CHA CHA CHA!

LE RAGAZZE STANNO BALLANDO PER LEI! di Domenico Coviello


Guillaume era arrivato a Milano nel tardo pomeriggio di una piovosa giornata novembrina. Era felice. Di lì a poco avrebbe incontrato Thairin, una donna asiatica non più giovanissima eppure forse ancora più bella di quando aveva trent’anni. Si erano conosciuti da poco. Si erano parlati poco.  
Si erano ritrovati, quasi senza volerlo, abbracciati distesi. Lui, inebriato dagli occhi esotici, a mandorla ma non troppo, e dalla carnagione olivastra di lei, avrebbe voluto darle sette-ottomila baci (e si dette da fare); lei stette al gioco a si abbandonò a quelle carezze, quei massaggi, quel sentirsi stretta con potenza e dolcezza, perché desiderata. Non durò che un paio d’ore. Lui però se ne ricordò. Lei anche, ma in modo diverso da lui.
Avevano stabilito di rivedersi: Guillaume sarebbe ritornato a Milano apposta (lei però questo non lo sapeva). Dunque lui arrivò all’appuntamento, seppure leggermente in ritardo, e suonò. Thairin apparve dopo averlo fatto aspettare un po' e fu molto esplicita. Guillaume avrebbe dovuto attendere: se ne facesse una ragione, perché lei non poteva passare del tempo con lui in quel momento. Il Nostro, che al pari di Thairin non era più tanto giovane, ci rimase malissimo. Ma come. Ma e allora…e tutti quei baci…dov’erano andati a finire?
S’irritò e volle vendicarsi. Non attese, come lei gli aveva chiesto, perché si sentì trattato con parecchia sufficienza, quasi che lei lo avesse avvolto in una tela di ragno per poi farlo girare come una trottola ogni volta che avesse voluto.
Così, cercando di non darle a vedere il suo nervosismo ma al tempo stesso facendole capire che non si era comportata bene inventò a sua volta una scusa e si allontanò. Non prima, tuttavia, di averle ancora una volta sussurrato: “Come sei bella…” (una frase banale ma detta col cuore, che lei fintò di non apprezzare), per il fatto che anche l’essere snobbato da lei, in un certo senso stava aumentando il suo desiderio di conquistarla.
In ogni caso la serata cominciava male per Guillaume. In modo del tutto inaspettato. Se ne andò a mangiare, rodendosi l’anima per quel che era successo (senza voler accettare l’idea che, molto probabilmente, dal suo memorabile incontro con Thairin di qualche giorno prima non sarebbe potuto sbocciare alcunché). Alla fine decise di imbucarsi in qualche locale meneghino per cercare una distrazione e scacciare i pensieri.
Scelse uno dei più celebri night-club di Milano. Lì di sicuro sovrabbondavano belle ragazze. Lì certamente il piacere dei sensi avrebbe sopraffatto la piccola ferita del suo cuore. Così entrò. Il locale, completamente foderato di moquette e velluto rossi, appariva ovattato. La musica a buon volume, alto, ma non troppo; i melliflui camerieri in smoking simpatici ma non troppo, le pupe, per lo più slave, tutte rigorosamente belle, eventualmente affascinanti, ma non troppo.
“Prego signore si accomodi – si sentì apostrofare Guillaume in men che non si dica – le porto da bere?”, “No grazie”. Ah, che bello, pensò Guillaume, ma senti che ganzo questo furbastro al piano bar: canta “L’essenziale” di Marco Mengoni ed è molto meglio dell’originale. Cominciava a rilassarsi, insomma. Di lì a poco, però, la musica del piano bar cessò, partì quella da discoteca. E sul palco, sotto stroboscopiche luci rosse, blu e verdi, forti ma non troppo, salirono a ballare almeno quindici ragazze.
Ballare? Parola forte. Diciamo ancheggiare leggermente con piccole movenze da simil-ballo. Lo spettacolo però era notevole. Le pupe vestivano una divisa d’ordinanza, ossia tubini di colore diverso ma tutti molto simili e piuttosto corti. La loro avvenenza e il modello estetico a cui palesemente si ispiravano era quello delle veline. Quindici veline, bionde, more e castane, tutte giovani, di una bellezza ordinariamente velinesca, certamente attraente per l’istinto, perfettamente omologata a un modello televisivo imperante in Italia da una ventina d’anni buoni.
Guillaume però, incredibilmente, non riuscì a guardarle con attenzione. Alla sua età si scoprì intimidito di fronte a una visione piacevole, ma anche molto fastidiosa. Le ragazze, infatti, stavano “lavorando”, come dicono loro, perciò non erano lì per lui ma, giustamente, per il denaro. Per ciascuna di esse esibirsi con una danzetta equivaleva a mostrarsi al fine di essere attentamente “soppesata” dal cliente in modo da essere “scelta” e poter offrire la propria “compagnia” quantomeno sorseggiando un drink assieme al malcapitato. Il tutto, ovviamente, dietro lauto dispendio di banconote da parte di quest’ultimo.
Le veline, se così possiamo chiamarle, cominciarono, una dopo l’altra a cercare gli occhi del Nostro. Una bionda insistente, le mani sui fianchi, sembrava dirgli: “Cocco mi piaci, sceglimi!”. Una mora agitava i seni in modo forse non raffinatissimo ma che a lei doveva sembrare convincente. Un’altra bionda gli sorrideva ammiccante con la sua boccuccia d’oro e gli occhioni chiari.
Guillaume fu preso da un senso di rabbia. Gli pareva tutta una rappresentazione teatrale. Tutta una finzione. Le pupe, i “garçon” in smoking, i velluti rossi, gli abat-jour in stile casinò di Saint-Vincent. Ma più di tutto le ragazze seducenti, che, bisognose di lavorare, probabilmente “soppesavano” a loro volta, con gli sguardi, la capacità contributiva (nel senso del 740) di Guillaume al fine di ponderarne lo “strizzamento” del portafoglio, qualora lui ne avesse invitata una a sedere al tavolo.
Tuttavia, si sa, le donne non ragionano come gli uomini. E certamente le pupe-veline ambivano ad altro: a incontrare un cliente non soltanto danaroso, ma anche “charmant”. Chi invece era senz’altro e soltanto interessato al coté economico della faccenda lo si può immaginare: i camerieri-faccendieri in smoking e gelatina. Educati, piemontesi (nel senso di falsi e cortesi), uno dei quali premurosamente solerte nel dire quasi subito a Guillaume, il quale aveva osato rifiutare il bere, “Signore le devo ricordare per correttezza che se anche lei non ordina un drink dovrà comunque pagare 30 euro perché l’ingresso al club è gratuito ma la consumazione obbligatoria…”.
Insomma, delle simpatiche canaglie col papillon sul colletto inamidato. Proprio un’altra di queste (evidentemente un rinforzo inviato dal primo cameriere o direttamente dal maestro di sala) dopo non molto tempo avvicinandosi a Guillaume gli disse: “Signore desidera  la compagnia  di una delle ragazze che stanno ballando?”, “Per ora no, sto bene così, grazie”. Il Nostro era infatti sempre meno accanto alla propria libido che se ne stava decisamente andando. Mentre i camerieri, senza darlo troppo a vedere, cominciavano a innervosirsi: Guillaume era dentro il locale da almeno mezzora e non aveva scucito il becco di un quattrino.
Non c’era con la testa. E va anche capito. Mentre le ragazze gli danzavano quasi in faccia lui riandava con la fantasia a quel maledetto incontro con Thairin di qualche giorno addietro, che aveva sperato di replicare al pomeriggio. E avrebbe voluto baciare e riannusare, in un rimando proustiano, la carnagione di lei, perdendosi ancora una volta tra il suo collo, il profilo del suo orecchio sinistro e la morbidezza dei suoi capelli neri. Ma non c’era niente da fare. Puff! La nuvoletta svanì subito.
E Guillaume precipitò per terra. Cioè al night dove si trovava. Giusto il tempo per strusciarsi gli occhi con le mani ed ecco arrivare, per la terza volta, il mastino in smoking: “Signore, ma non sceglie una ragazza?”, “Come faccio: sono tutte bellissime…”, “Ce ne sarà una che le piace di più?”, “Per ora sto bene così…”. “Signore, di solito qui i clienti vengono per la compagnia delle ragazze…le ragazze stanno ballando per lei!”.
Era tanto paradossale quanto vero. Le pupe venivano fatte salire sul palco ogniqualvolta arrivava un cliente, al fine di potersi esibire ed essere “scelte”. Le ragazze stavano letteralmente danzando per Guillaume. Ma lui: niente. Al maestro di sala non restò che richiamarle con un gesto per farle tornare a sedere sui loro divanetti.
Erano ormai le una di notte passate e Guillaume se ne uscì dal locale. Non senza aver incrociato di nuovo lo sguardo della bionda di prima. Strano, sembrava una silenziosa occhiata non di disprezzo ma di rispetto per il Nostro, che aveva osato snobbare pesantemente almeno quindici bellezze da copertina (altre erano appartate con i clienti e le bottiglie di Dom Perignon).
Fu a quel punto che Guillaume capì da dove poteva trarre un briciolo di piacere in fondo a quell’infausta giornata: dall’idea, non del tutto errata, di avere sganciato al Night soltanto 30 euro, ossia il minimo per poter varcare la soglia di quel club di presunti gentiluomini, senza aver dato alcuna soddisfazione ai mastini in smoking, oltreché alle pupe in tubino.
Per ottenere tutto ciò aveva comunque dovuto subire una cortese ma ferma ramanzina da un cameriere meneghino: “Signore, le ragazze stanno ballando per lei!”. E che diamine, diamoci una mossa, che razza di uomini siamo?             

23/11/13

IL PIENO CONTROLLO di Tommaso Caverni



Ho realizzato questo video nel 2009. Ho filmato me stesso ed ho successivamente elaborato il tutto con programmi di video compositing. Il monologo è ripreso dal film "I pugni in tasca" (1965) di Marco Bellocchio, ho semplicemente fatto qualche taglio e aggiunto un po' di rumore.

ORLANDO, ACCORSI, BALIANI E PALADINO di Gianni Caverni

Ho appena fatto in tempo a scattare col telefonino questo schifo di foto che la maschera (si chiamano così anche a teatro?), un ragazzo giovane certamente assunto per la sua efficienza straordinaria, mi è piombato addosso e mi ha detto "Nisba!", insomma non ha detto così ma voleva dire che non si possono fare foto.

E' che mi ero fatto prendere dall'entusiasmo per quello spettacolo bellissimo che ieri sera si stava svolgendo al teatro fiorentino della Pergola. Sullo sfondo della foto si vedono (male) i meravigliosi cavalli di Mimmo Paladino, cavalli, praticamente unici elementi scenici, protagonisti del "racconto" de "le donne, i cavalier, l'arme, gli amori". Sulla sinistra del palco si vede (peggio) Stefano Accorsi, sulla destra si intuisce l'ectoplasma di Marco Baliani. Me l'ero vista brutta prima dell'inizio di "Giocando con Orlando", l' "inedita balata in ariostesche rime" piena di invenzioni testuali e sceniche e anche di arguti e improvvisi toni comici, circondati com'eravamo da minacciosi teeagers vocianti usciti forse da un film di Romero. E invece il miracolo si compie, i fanciulli, anche ai quali forse Astolfo ha iniettato nel naso il senno perso dal furioso Orlando e ritrovato sulla Luna, offrono un silenzio incantato rotto solo da belle risate esplose a punto debito e i due sul palcoscenico a loro volta offrono una performance di straordinaria bravura, sia dal punto di vista vocale che fisico. Ecco, una di quelle situazioni che ti fanno pensare meno male che ci sono venuto.
Si replica solo oggi e domani, qui. ma poi "Giocando con Orlando" prosegue la tournée in tutta Italia, da Roma a Milano, da Genova a Bologna per concludersi a Napoli nel mese di marzo. credetemi, vale la pena di andarseli a cercare questi splendidi paladini.
www.nuovoteatro.com.

COSA GLI VUOI DIRE di Barbara Dardanelli

Da una parte la coerenza dei gusti mi piace, dall'altra mi spaventa. cosa gli vuoi dire a uno/a che mangia solo cioccolata e si rifiuta di mangiare panna, crema, zabaione ecc.


 
Oppure a uno/a che legge solo libri monografici e non legge mai un romanzo, un giallo, un libro storico.
 
Che gli vuoi dire a uno che scopa solo con delle donne che hanno le tette grosse o a una che scopa solo con gli uomini ...alti.
 
Cosa gli vuoi dire a uno/a che guarda solo film d'azione e non guarda le commedie, i thriller, i musical.
 
Potrei andare avanti all'infinito. la coerenze dei gusti certo, ti preserva quasi sempre dalle delusioni, puoi andare sul sicuro, sai già più o meno cosa aspettarti e sai già più o meno che la cosa ti piacerà, sfumature a parte (quelle purtroppo sono inevitabili). Ma nonostante tutto, il ragionamento di un coerente nei gusti, sarà comunque "meglio un dolce al cioccolato cattivo, che un dolce con la panna". Certo ci vuole fermezza a mantenere tutta la vita una coerenza di gusti così, perché comunque ci saranno momenti in cui qualcuno, spinto da altri, vacillerà. ma cosa gli vuoi dire a uno/a che rimane rettamente saldo alla sua coerenza di gusti. ecco a me viene da dirgli una cosa banalissima tipo "COGLIONE! Non sai quante cose belle ti perdi!".
 
Copiato pari pari, col suo permesso s'intende, da un bel post di stamani di Barbara sulla sua bacheca di Face Book.
Gianni Caverni

20/11/13

NELLA TUA TESTA GIACCIONO da Post Scriptum di Domenico Coviello

 
Immaginario Post Scriptum, non autorizzato, della rockstar irlandese Dolores O’Riordan, icona degli anni ’90, ancora sulla breccia, che da poche settimane ha compiuto 42 anni.
Qualche amico comune mi ha parlato bene di Gianni Caverni. Non credo sia mai venuto a uno dei miei concerti, ma fa niente. E’ italiano e questo mi basta a nutrire simpatia per lui. Con i Cranberries abbiamo suonato tante volte in Italia, anche l’anno scorso. Anni fa ho cantato con Luciano Pavarotti, Zucchero Fornaciari e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Beh, qualcuno di loro mi tampinava, sai com’è… Voi italiani siete un po’ spudorati, ma anche questo è il vostro bello. Con me però cascate male, carini. Non sono una rockstar come tante altre. E se oggi sono tra le donne più ricche d’Irlanda sono fatti miei. Dopo la reunion dei Cranberries nel 2009 e l’album “Roses” del 2012 siamo stati di nuovo in tournée a giro per il mondo intero. E con grandi vibrazioni del cuore durante i live, e risate e abbracci con Noel, Mike e Fergal. E sono però anche aeroporti e valigie, letti anonimi nelle suite di hotel a cinque stelle, telefonate via skype a casa alle due del mattino dall’altro capo dell’oceano per paura che la mia famiglia possa abituarsi all’idea di poter fare a meno di me. Da vent’anni ho un marito che amo e tre splendidi figli. Non ci rinuncio. Quando torno a casa accompagno a scuola, ogni volta che posso, mia figlia più piccola. Lei non inquadra bene il mio mestiere e va dicendo agli amichetti che la mamma canta e suona la chitarra ma non per passatempo. Io canto e suono la chitarra, sì. Perché con questa passione ci sono nata. Perché a un certo punto, poco più che adolescente, sono diventata famosa in tutto il mondo grazie ai miei allunghi vocali, ai gorgheggi spezzati, ai miei testi felicemente paranoici, disperatamente vitali, flemmaticamente inquieti. Il rock all’irlandese è il marchio di fabbrica dei Cranberries e sempre lo sarà. E la musica è il mio mestiere. Ma è anche la mia pozione magica, la mia terapia, così come lo sono i miei figli. Pensare ai miei bambini e cantare mi ha tirato fuori dall’anoressia e dalla depressione. Suonare scaccia i demoni. Quelli che mi hanno stritolato di nuovo due anni fa, quando al funerale di mio padre ho incontrato quell’uomo che mi assaliva da bambina. Finalmente l’ho raccontato pubblicamente una decina di giorni fa in un’intervista al Life Magazine dell’Independent. Sono felice perché molti fan hanno detto e scritto che sono stata coraggiosa. Non so. So che i demoni di ogni violenza che altri ci buttano addosso si impiantano nella nostra testa per farci diventare degli zombie.
Sono molto vicina a ciascuno di voi. A te. Ogni volta che “passi molto tempo nella tua testa”, come canto in “Tomorrow”. Ma il domani può essere “so great” soltanto “if you had some faith”. Cioè fiducia. In me, in te stesso, negli altri, nella vita, in Dio. You should come away with me, baby. Ciao Italia, love everybody.        
 

18/11/13

GIOCANDO CON ORLANDO di Gianni Caverni

Che tutte le volte che li vedi gli attori, i cantanti, dal vivo sembra obbligatorio dire: pensavo che fosse più alto. io non lo posso dire. Perché Stefano Accorsi alla conferenza stampa nella quale, insieme a Marco Baliani, nel Ridotto della Pergola, a Firenze, hanno presentato qualche giorno fa "Giocando con Orlando - Liberamente tratto da Orlando Furioso di Ludovico Ariosto", sono stati tutto il tempo seduti su una panca sul palcoscenico. Pazienza.

Hanno scelto Firenze per debuttare in prima nazionale con questo lavoro che fa venire in mente subito una domanda: perché a distanza di un anno ancora l'Ariosto, ancora l'Orlando furioso? "L'altra volta - risponde Baliani - la formalità del testo era privilegiata, in scena c'era solo Accorsi e l'accento veniva messo sulla parola detta. Stavolta, al contrario, è la fisicità a farla da padrona, il testo è cambiato a questo scopo per una buona metà, emerge la teatralità e i margini non secondari dell'improvvisazione". I colori della recitazione saranno esaltati con le voci femminili che sgorgheranno, quando sarà necessario, dalle gole virili dei due attori che con la loro voce riprodurranno anche tutti i rumori di scena. Stefano Accorsi sarà ancora il paladino Orlando ma anche la voce capace di legare insieme il racconto dei vari episodi dell'opera. Marco Badiani sarà invece una specie di regista in scena, pronto a svolgere il ruolo di spalla e di comprimario, a mettere a punto trappole e ad inventare strofe. Tutto,come di consueto, parte dalle due storie d'amore: quella di Orlando che ama perdutamente, non corrisposto, la bella Angelica e quella che lega Bradamante, guerriera cristiana, a Ruggiero, cavaliere saraceno destinato alla conversione. Trattando de "le donne, i cavalier, l'arme, gli amori" è stato chiamato alla realizzazione delle scene Mimmo Paladino i cui ormai celeberrimi cavalli si prestano a far parte attiva dei duelli, di scontri e incontri di cavalieri, di momenti di amore. I costumi sono di Alessandro Lai. dopo Firenze Giocando con Orlando raggiungerà Roma, Milano, Genova, Bologna ed infine, a marzo, Napoli.

dal 19 al 24 novembre, Teatro della Pergola, Firenze.

info: www.teatrodellapergola.com oppure www.nuovoteatro.com.

17/11/13

SILVIA LO SAI di Barbara Dardanelli

Era il 1990 , avevo undici anni, quasi dodici per la precisione (a quei tempi ci tenevamo particolarmente, che diventare grandi era un'urgenza costante). Io avevo uno walkman giallo della Sony e dentro spesso ci finiva Luca Carboni. Luca Carboni era quello che cantava "Un fiore in bocca può servire... non ci giurerei, ma dove voli farfallina non vedi che son qui" ma era anche quello
che cantava " Silvia lo sai lo sai che Luca si buca ancora, Silvia chissà chissà se a Luca ci pensi ancora, Silvia lo sai che Luca e' a casa che sta male", oppure le "le fragole buone buone", metafora di una storia di drogati e spacciatori, una roba molto generazionale, che con un quasi dodicenne di buona famiglia che andava a scuola dalle suore, c'entrava molto poco. Insomma nel 1990, anno dei mondiali e delle notti magiche di Nannini-Bennato, uscì anche "Persone Silenziose" di Carboni (in realtà uscì nel 1989, ma vale un po' come la storia degli undici, quasi dodici).
La mia cameretta era invasa dai suoi poster e cartoline, per fortuna dentro Cioé ogni tanto ci finiva anche lui. Non era una faccia "bellina", più che altro aveva quegli occhi scuri tristi e quella voce roca, un po' stonacchiata che mi raccontava della droga, torno a ripetere, niente che avesse a che fare con una quasi dodicenne.
 
Luca Carboni era il lato romantico e poetico di Vasco Rossi, per questo se vuoi, quando cantava certe cose con quella dolcezza ruvida, senza urlare, ma quasi sussurrandotele come in una ninna nanna, colpivano duro ancora di più. Insomma nel 1990 nel mio walkam giallo della Sony suonavano "Le persone silenziose" e mi sognavo di dare un bacio a quel cantante con la barba da fare, i capelli che se ne stavano andando un po' e gli occhi tristi. La cosa più bella fu che nel 1990 Luca Carboni passò anche da Firenze con il suo tour. Io e la mia migliore amica Ilaria, anche lei fan sfegatata di Luca Carboni, iniziammo a implorare i genitori mesi e mesi prima, finché non ci dettero il permesso di andare al box office a fare la coda per comprare i biglietti, a patto che loro ci accompagnassero. Io di quel concerto ricordo tutto. Il cuore che batteva all'impazzata, la fila ai cancelli, lo zainetto di pelle con dentro la bottiglietta d'acqua e le cartoline da farsi autografare, i nostri genitori seduti e noi imploranti a chiedergli di poter andare nel mezzo, finché sfiniti ci dissero di sì. Il palco era messo per la larghezza del palazzetto, non c'era scenografia, se non quella di un pubblico in jeans, dalla
testa ai piedi, come andava di moda allora. Pantaloni jeans, camicia di jeans, giubbotto di jeans. C'erano tutte le sfumature del jeans nel 1990 al concerto di Luca Carboni, al palazzetto dello sport di Firenze (che ora si chiama Mandela Forum). 
E c'erano tanti ragazzi, maschi intendo, e c'erano tanti ragazzi grandi, cioé che a noi sembravano grandi, a quasi dodici anni, un ventenne può sembrarti grandissimo. Certo, perché Carboni cantava quella generazione a quella generazione. Eravamo senza ombra di dubbio fuori luogo, ma sopratutto, nonostante cercassimo di intrufolarci per guadagnare terreno, non arrivavamo mai a un punto dove la faccia di Luca Carboni fosse visibile. Senonché, circa a metà concerto, partì "Silvia lo sai". Davanti a noi c'era un gruppo di ragazzi jeansati grandissimi, con le birre in mano, che non appena partì la canzone, esplosero in un boato. Non capivo se era gioia, commozione o rabbia. Uno di loro per un attimo si voltò e ci vide. Credo che gli facemmo tenerezza, parolottò all'orecchio di un suo amico e poi ci chiese se volevamo salire sulle loro spalle per vedere meglio. Noi logicamente approfittammo e in un nanosecondo, noi quasi dodicenni, che eravamo andate ad ascoltare con il cuore gonfio di emozione il concerto di un cantate che veneravamo senza essere veramente consapevoli dei perché,
ci ritrovammo inconsapevoli dentro ad uno spettacolo ancora più grande. Quei ragazzi che ci tenevano sulle spalle, che ora si abbracciavano dondolandosi alle note di quella canzone, urlavano le parole a squarciagola e credo anche qualcuno piangesse un po'.
 
Che quella non era solo una canzone, per molti era un inno, una storia vissuta in prima persona. Io quella sensazione non me la scorderò mai. A quei tempi non c'erano telefonini o Ipad,  le emozioni le dovevi filmare con gli occhi per fartele rimanere dentro. Era il 1990, avevo undici anni, quasi dodici, era l'8 Aprile, avevo un paio di jeans a vita alta, una maglietta rossa e un giubbotto di jeans, ero sudata marcia all'uscita del Palazzetto dello Sport di Firenze, sudata marcia e cresciuta parecchio in una sola serata, grazie a un concerto, grazie a Luca Carboni, ma sopratutto grazie a quel ragazzo che per quasi mezzo concerto mi tenne sulle sue spalle, a vessillo di due mondi che si univano senza saperlo.

14/11/13

PRENDERE DUE PICCIONI con Aroldo Marinai

Ce n’è tanti, di bravi scrittori che invecchiano male. Parecchi. E il franco-boemo di buona fama autore dell’insostenibile leggerezza dell’essere, non fa eccezione. Il suo ultimo libro, la sua più recente fatica - dove fatica lo uso in termine proprio, facendo partecipi anche le energie del lettore – è fieramente sbandierato dalla fascetta di copertina come “prima edizione mondiale”. A Firenze siamo poco rispettosi d’ogni cosa, in questi casi si dice “tirati su le ciocce”.  Insomma di che si tratta. Un gruppetto di amici più o meno frivoli si riunisce per una festa di compleanno. Eccetera.

 

 

Invece c’è anche chi invecchia meglio, tra gli scrittori. Per esempio Péter Estherázy, ungherese del 1950, aveva cantato il requiem per la madre deceduta nel 1985, e ora la fa rinascere. Non solo la riporta in vita ma le appioppa una passione calcistica e un idillio con il leggendario Puskàs. Il libro è una miniera di citazioni per cronisti e appassionati di sport. Agli occhi della mamma l’apice della gloria letteraria del figlio giunge con la stretta di mano di Beckenbauer. Il fuorigioco non è una cosa da bambini. La chiacchiera all’in piedi a bordo campo fa parte del gioco, è già gioco del calcio.

I quattro amici di Kundera dunque organizzano un cocktail, invitano un po’ di signore e signorine, sembrano tutti un po’ fatti come ai bei tempi degli spinelli, ma siamo ai nostri giorni. Si ciancia su questo, si ciancia su quello, vuotaggini. Oddìo, l’autore cerca di speziare la frittatina introducendo un paio di carrellate all’indrè. C’è il tipo che fantastica sulla madre che l’ha abbandonato infante perché in realtà non lo desiderava, e lui ci intesse dialoghi e la rende protagonista di fantasie invadenti. E c’è il vecchio Stalin-Baffone che fa lo spiritoso e non è mica morto, no, è vivo vegeto e scorrazzante per le vie di Kaliningrad o di Parigi. Ma per favore.

Calcio a parte, come non condividere che fra le cose più belle al mondo ci sia il triangolo della mutandina che traspare sotto il camice bianco delle infermiere? Immaginiamo un campo di calcio triangolare… (sto citando Esterházy). Alla fine un ex attaccante sbevucchione investito dal treno ripete ai suoi soccorritori una sola frase gorgogliata nel sangue “l’ha assegnato?” “l’ha assegnato?”. Prima che spiri solo una persona capisce e lo può consolare “l’ha assegnato, lo stronzo, non temere vecchio mio, era fallo netto e all’interno dell’area di rigore”. La scrittura è felice e disordinatissima secondo la lezione di Joyce rivista e aggiornata, non sempre proprio il massimo della scorrevolezza.

  

Milan Kundera – La festa dell’insignificanza.  Adelphi, 16 euro. (Insulso. Soldi buttati)

Pèter Esterházy – Non c’è arte. Feltrinelli. 16 euro. (bella copertina. Lettura a vostro rischio)

13/11/13

RIAPRE L'EX3 DI GAVINANA di Gianni Caverni

Si dovrebbe stare ormai per poco, l'EX 3, dovrebbe giungere presto alla sua terza apertura: dopo Risaliti, Tossi, Natalini e Giusti e un anno e mezzo di chiusura la commissione di funzionari del Comune di Firenze ed "esperti" ha scelto chi gestirà lo spazio prossimo alla Coop di Gavinana, tanto affascinante nella sua semplicità.

"Erano solamente due le associazioni che hanno partecipato alla gara - spiega Cristina Giani Noferi, vice presidente del Quartiere 3, che abbiamo raggiunto per telefono - una aveva presentato un programma che vedeva la trasformazione di quello che era stato un Centro per l'Arte Contemporanea in una specie di cinema dove mettere in programma tutta una serie di proiezioni ed iniziative relative appunto alla settima arte. L'altra, la NEM (Nuovi Eventi Musicali) che ha avuto l'assegnazione, pur essendo composta da musicisti, nel progetto ha manifestato l'intenzione di volersi occupare di contemporaneità in senso lato comprese le arti visive, il cinema, e naturalmente la musica".
Sarebbe in qualche modo un ritorno alle origini visto che il grande parallelepipedo, adesso nero come lo volle l'ultima associazione che lo gestiva, era nato teoricamente come sala per la musica, tanto che veniva definito, qualche anno fa, "Ex Auditorium". EX quindi sembra essere la parola che più costantemente definisce quello spazio: "Non dimentichiamo - dice ancora Cristina Giani Noferi ("ho aggiunto il cognome da sposata perchè non era il caso di fare confusione con il più famoso Eugenio con il quale non ho nessun rapporto di parentela") - che in quel luogo c'era diversi anni fa il CPA e francamente il mio terrore era che in tutto questo periodo di chiusura ci fosse la possibilità che venisse occupato: ma ormai sono tanti anni che il CPA è in via Villamagna dove stanno bene e organizzano varie attività, compresa la ginnastica per anziani".
La vicepresidente del quartiere dice di aspettare con grande interesse l'incontro con i responsabili di NEM fissato per domani, giovedì 14 novembre, alle 12: "Spero di capire meglio le loro intenzioni e di stabilire al più presto l'inizio delle attività. A dire il vero speravo che avrebbero cominciato a fare qualcosa già dall'estate scorsa, ma ormai va bene così".

08/11/13

LA VITA DI ADELE - di Gaia Rau

Adele assomiglia a quei personaggi che si incontrano nei romanzi di Murakami, quelli di cui ti innamori piano piano e senza accorgertene, mentre li segui al supermercato, seduti in metropolitana, intenti a consumare pasti solitari e a contare le ore di altrettanto solitarie serate. Quei personaggi che arrivati a un certo punto un po’ te lo domandi, dove si andrà a parare, e pensi che se fosse toccato a te, di descriverli, magari ecco, qualche passaggio l’avresti pure saltato, ma che poi, una volta finito il libro, non c’è niente da fare: iniziano a mancarti, e ti mancano per settimane.
Di Adele, Abdellatif Kechiche ti mostra proprio tutto: come si perde in uno sguardo, come si aggiusta i capelli legandoli in cima alla testa e tirando in fuori le ciocche, come si sporca di sugo quando mangia gli spaghetti, come tira su col naso quando piange, e anche come fa l’amore con Emma, la sua compagna. Che siccome è il primo grande amore della sua vita, e lei è così giovane, e forse anche perché Emma è una donna, tu ti aspetteresti una cosa soft, magari un po’ impacciata, e invece no, è sesso di quello fatto per bene e con violenza e con passione, che dura a lungo e scandalizza le signore in sala, e che però, a te che sei etero, ti sembra di capire tante cose che non sapevi e un po’, sotto sotto, te ne vergogni.
Nel frattempo la telecamera rimane piantata lì, per quasi tre ore, sul volto di Adele e di Emma, a raccontarti la loro vita un po’ giusta e un po’ sbagliata, un po’ divertente e un po’ no, perché la vita, sembra volerti dire Kechiche, è fatta di meraviglia e di poesia, ma anche di tante altre cose. Cose tristi, cose noiose, e anche cose che ti mettono a disagio, come il moccio che ti cola dal naso, una scatola di dolci nascosta sotto il letto, o la consapevolezza fulminea e terrificante di aver fatto una cazzata irrimediabile, e che probabilmente passerai il resto della tua vita a rimpiangerla.
 
Così, quando esci dalla sala, rimani lì ferma davanti al cinema con le amiche per un sacco di tempo, a domandarti se quello che hai appena visto è un incubo voyeurista degno del più morboso reality show o semplicemente cinema all’ennesima potenza, se appropriarti così tanto di un’esistenza sia lecito o se sia invece persino scandaloso, se quel film lo tornerai a vedere o se “anche basta, grazie”. Poi la mattina dopo ti svegli, e tutte queste domande te le sei dimenticate. E l’unica cosa che riesci a pensare, è che Adele ti manca, ti manca terribilmente, come il personaggio di un romanzo straordinario.

LE PATATE SON FINITE ... PACE! di Domenico Coviello

Piccola lode al ristorante fiorentino “I ragazzi di Sipario – dove niente è scontato”, c/o Circolo Mcl, via de’ Serragli 104 http://www.iragazzidisipario.it
 


Agli Artigianelli di via de’ Serragli si mangia bene. Poche chiacchiere, frugalità, sorrisi. Ordinazioni da effettuare per iscritto tramite apposito menu. Non manca la gentilezza dei gestori del locale, né la simpatia dei camerieri: ragazzi down, da anni ormai al lavoro ogni giorno per servire ai tavoli.

In città il luogo è celebre. Si trova nel cuore dell’Oltrarno, che è come dire Testaccio a Roma, Giudecca a Venezia, Spaccanapoli a Napoli. O forse anche Kreutzberg a Berlino, il Marais a Parigi, la Plaka ad Atene. Non so. In ogni caso è l’Oltrarno: ci visse Alphonse de la Martine, ci vive Federico Maria Sardelli. Ci lavorano i “Ragazzi di Sipario”.

Un mio amico, Ivan D., sostiene che, a loro modo, fanno anche della filosofia.

 
Per pranzare agli Artigianelli, infatti, occorre un minimo di predisposizione spirituale. Si può infatti gingillarsi quanto si vuole nel chiedere questo o quel piatto. Poi, occorre fare i conti con la dura realtà.

E accettare con le buone o con le cattive “ciò che la mamma ti mette nel piatto”, come dicevano i genitori di noialtri che abbiamo passato i Quaranta (al tempo nessun bambino poteva protestare, né alzarsi da tavola senza il permesso del babbo, vale a dire: solo a fine pranzo). Ecco dunque che il mio amico Ivan, (noi ragazzacci lo abbiamo rinominato scherzosamente “il principino” perché è tutto ammodino) ordina un modesto contorno di patate arrosto, senza molta fantasia.
 

Il giovane cameriere down degli Artigianelli gli porge un meraviglioso piatto di coniglio al forno. Dev’esserci un malinteso, osa pensare Ivan. “Veramente avevo chiesto le patate”, sibila a bassa voce, preso dal timore di apparire scortese nei confronti del cameriere. Il “ragazzo del Sipario” lo fissa negli occhi e fa: “Le patate son finite” e gli allunga il piatto di carne.


A sua volta Ivan si perde negli occhi “diversamente abili” del ragazzo down che lo sta servendo (i quali occhi sono oggettivamente più densi di vita di quelli di Ivan). E prova a insistere dolcemente: “Ma io, effettivamente, non voglio la carne, avevo chiesto delle patate…”. Il cameriere lo guarda nelle pupille, tra l’impotente, l’iracondo e lo strabiliato, e – proprio con la saggezza antica del babbo di Ivan, tanti anni fa -, gli replica: “Le patate son finite…pace!”.

Ivan, stordito ma al tempo stesso ammirato, non può che rispondere echeggiando: “…pace!”. Adesso è tutto chiaro. Era una filosofia di vita che lo stesso principino Ivan aveva appreso tanti anni fa. Si mangia ciò che passa il convento, che è cosa sempre sana, e serve ad abituarci a ciò che è essenziale rifiutando il superfluo. E poi è più frugale, più bello e più giusto. A Ivan torna in mente il suo babbo, che manca ormai da tanti anni. Ma il cui spirito, sempre vivo, riappare ogni tanto sotto inattese sembianze. Come quelle del piccolo cameriere down. Le patate son finite? Pace! C’è la carne, e – diciamo la verità - è molto meglio!      

06/11/13

CHE VI SIETE PERSI: "LOST IN PARADISE" di Gianni Caverni


Film vietnamita. In una Saigon allucinante ci sono due lui che stanno insieme, ma uno, diciamolo, è un po’ stronzo. Anche l’altro, ma uno di più. Rubano tutto ad un terzo giovane appena arrivato dalla campagna, che si ritrova nudo e senza una lira o quello che è. Poi quello più stronzo se ne va da solo coi soldi rubati e ciao. Il terzo se la passa davvero male. I primi due sono prostituti, ma quello meno stronzo è innamorato davvero.




 

Intanto un poveraccio scemo e muto fa gentilezze a una puttana e cova un uovo di anatra che quando si apre e esce l’anatrino è felice, di più! Quello meno stronzo ritrova il derubato e gli riporta soldi e vestiti: nasce un nuovo amore. Poi ritorna quello più stronzo a rompere i coglioni che poi va a finire che prende una coltellata a un piede da quello meno stronzo che però continua a fare il prostituto e quello nuovo ci soffre un monte! La puttana intanto si affeziona allo scemo e lo difende dai suoi magnaccia, insomma li ammazza. Succedono altri casini ma insomma finisce abbastanza bene: quello buono torna a casa e si laurea, quello meno stronzo rischia la pelle ma si salva, quello più stronzo non se ne sa più nulla ma di sicuro ha un piede bucato. Lo scemo/muto ogni tanto porta l’anatra a far visita alla ex puttana che ora fa la detenuta per omicidio. Quindi storie vere, storie d’amore inconsueto, forse. Era l’ultimo evento della serata inaugurale del Florence Queer Festival, ieri mercoledì 6 novembre, all'Odeon. Quello che c’era prima non posso dirvi com’era perché me lo son perso anche io che avevo da fare altre cose. Comunque veramente un bel film, ve lo giuro! Che cos’è il Florence Queer Festival e cosa offre fino al primo dicembre andatevelo a vedere su www.florencequeerfestival.it. Ciao.

04/11/13

FACCE DI BRONZO (SECONDA PARTE) di Stilicone

Le altre no. Basta confrontare il colore del bronzo per rendersene conto. Verde chiaro contro verde-bruno scuro.

E poi tutte quelle strisciate più chiare, che indicano le vie percorse dall’acqua piovana, intrisa di veleni, che da secoli le percorre e le scava, e le oltraggia. Ecco l’esatto contrario di ciò che affermavamo all'’inizio, la valorizzazione senza un’adeguata conservazione.

Quelle sculture in bronzo sono inguardabili – in tutti i sensi -, illeggibili, fanno tenerezza, e si trovano al centro di una delle aree del pianeta a più alta densità turistica.

 

Solo che hanno la sfortuna di far parte del patrimonio del Comune – diversamente dal Perseo che invece è degli Uffizi, cioè dello Stato. La Soprintendenza spende – e investe – nella conservazione e nella valorizzazione delle proprie opere, mentre Palazzo Vecchio destina quasi totalmente le risorse destinate al patrimonio culturale di proprietà cittadina – che pure è enorme – a pochi enti capaci solo di sperperare denaro pubblico senza alcun ritorno per chi lo rende disponibile: primo tra tutti il Maggio Musicale Fiorentino. In molti fanno finta di non accorgersi di questa disparità di trattamento, di questa stonatura, di questa inammissibile differenza nella politica di gestione dei beni culturali della città.

Basta una passeggiata nella storica piazza simbolo di Firenze, per rendersi conto di come diversamente si possa intendere il rapporto tra conservazione e valorizzazione del patrimonio. Per il Perseo è virtuoso, per le statue della fontana dell’Ammannati e per Cosimo I a cavallo è innegabilmente scandaloso.

Senza contare che il primo cittadino di Firenze, Matteo Renzi, non perde occasione per scagliarsi contro le Soprintendenze, accusate di essere inutili, anzi dannose per la gestione del patrimonio cittadino.

Questo suo parere, come molti altri del resto, non è sorretto da alcuna prova, anzi. Infatti basta dare un’occhiata ai bronzi di piazza della Signoria per capire quanta poca obiettività (e di molta fantasia) emergono dalle parole nell’inquilino di Palazzo Vecchio. E quanti danni provocano.

 

 

03/11/13

FACCE DI BRONZO (PRIMA PARTE) di Stilicone

Chi si occupa di beni culturali, lo sa bene: la valorizzazione, senza la conservazione, non ha senso. Mai nessuno mostrerebbe un dipinto da restaurare, se non per motivi di fund raising o per smuovere le coscienze popolari. Quindi, i beni culturali - prima di essere valorizzati, cioè mostrati, fatti apprezzare e da ciò ricavarne anche risorse destinate proprio al loro mantenimento e gestione – bisogna che siano conservati e tutelati. Su questo credo ci siano pochi dubbi.


Ma a qualcuno questa situazione “pesa”.
Da una settimana, in piazza della Signoria, è iniziato un intervento di manutenzione straordinaria al Perseo di Benvenuto Cellini, monito di bronzo che sta da secoli nella Loggia dei Lanzi. Facendo una calzante similitudine potremmo affermare che, dovendo stare 12 mesi alle intemperie, per conservarsi ha bisogno di un “vestito” che lo protegga. Si tratta di strati di materiali protettivi la cui natura e resa sono state testate in passato con risultati eccellenti.
Comunque sia, ogni “abito”, se pur di ottima qualità, però alla fine si logora. E allora va cambiato. Ecco quindi l’intervento di questi giorni: si rimuovono i vecchi strati di sostanze protettive, si dà una bella pulita al bronzo “nudo” e poi lo si “riveste”… pardon, lo si ricopre di nuovo strati protettivi che garantiranno la conservazione del capolavoro almeno per altri 10 anni.
Per un’opera del genere, nota in tutto il mondo, ammirata e fotografata ogni anno da decine di milioni di persone che arrivano da ogni continente, è il minimo che si può fare per conservarla e valorizzarla.





 

Certo che, a occhio nudo, prima che il ponteggio venisse montato, nessuno avrebbe detto che il Perseo necessitasse di un intervento di manutenzione straordinaria (il primo, dopo tre di tipo ordinario e di controllo): l’opera appariva comunque in perfetta forma, lo testimonia anche il colore (scuro) del bonzo. In effetti le intemperie le prende tutte, ma dalla pioggia è parzialmente protetto e poi i protettivi, come detto, funzionano.
Non così per gli altri bronzi della piazza.
E qui si apre un diverso, triste capitolo della vicenda. Verso nord-est, rispetto al Perseo, ci sono quattro gruppi scultorei che circondano il marmo del Biancone, mentre al centro della “L” della piazza campeggia, austero e inquietante, Cosimo I a cavallo. Sono tutte opere in bronzo, di Giambologna e tutte gridano vendetta. Soprattutto nei confronti del Perseo, che invece è curato, protetto, ammirato.

(CONTINUA)

QUANTA FRETTA MA DOVE CORRI, DOVE VAI? di Stefano Tanini

Ho iniziato a correre da un anno. E’ venerdì sera, decido che ho abbastanza tempo prima della cena fissata con gli zii di mia moglie. Maglietta bianca di cotone, pantaloncini corti attillati, scarpe da podismo, Garmin al polso e via. Solito percorso: lungo l’Arno fino al Girone e ritorno, 10 km in tutto.
 
Dopo pochi minuti, all’altezza dei campini all’Albereta, un ragazzo mi si para d’avanti facendo segno di fermarmi. Ragazzo, penso, un podista con tempo cronometrato non si ferma tanto facilmente. Lui continua a sbracciarsi, quindi nonostante il Garmin che scandisce i secondi, mi fermo.
“Scusa, siamo solo in nove, giocheresti con noi a calcetto. Dai... abbiamo il campo per un’ora...”
Rimango un pò indeciso. Poi la voglia di rigiocare a calcetto dopo anni ha il sopravvento e dico: “ma si dai, avete trovato il decimo.”
Appoggio il telefono cellulare e le chiavi di casa a terra e mi mescolo ai giocatori, tutti una ventina d’anni più giovani di me. Cinque di loro hanno la maglietta nera, quindi le squadre diventano: magliette nere contro gli altri.  
Dopo pochi minuti è evidente che la squadra nera è più forte. Però poi, noi multicolori scopriamo di avere in squadra il fuoriclasse del mazzo. Un ragazzo che va come una scheggia, ha piedi buoni e la butta dentro con facilità.
Via via metto d’accordo le suole sporgenti delle scarpe da podismo con l’idea di controllare un pallone e riesco a dare un paio di passaggi che il fuoriclasse trasforma in altrettante reti. Insomma, c’è partita.
Poi arriva l’ultimo minuto.
Azione loro sulla destra. Parte un cross alto. Io salto (si fa per dire), e con un colpo di testa all’indietro cerco di allungare la traiettoria della palla e mettere fuori tempo l’avversario. Lui arriva  a grande velocità, salta e incorna verso la rete... ma quando colpisce, la palla non c’è più. L’ho toccata io.
La mia fronte però è ancora lì, dove un attimo prima c’era il pallone.
Una testata terribile: l’arcata sopracciliare destra dell’avversario contro la parte alta della mia fronte.
Cado in avanti e mi ritrovo steso con la faccia a terra. Mi ritiro su. Porto la mano sopra la fronte e sento una voragine.
L’ultima falange dell’indice e del medio entrano completamente nell’anfratto che si è formato sulla mia testa. Apro gli occhi e vedo una pozza di sangue per terra. Mi esce un urlo di disperazione e penso che di lì a poco morirò per fuoriuscita del cervello.
Poi, passati alcuni secondi, si fa strada l’idea che non ho la testa spaccata e che forse sopravviverò.
Dall’altra parte Giacomo, un ragazzo alto sulla venticinquina, è piegato dal dolore e si tiene premuto il sopracciglio con un fascio di carta da rotoli.
 
Qualcuno passa anche a me della carta, poi andiamo in bagno a lavarci le ferite e aspettiamo l’ambulanza.
Finalmente raccolgo il cellulare ancora posato a terra insieme alle chiavi. Mia moglie mi ha cercato più volte. La richiamo: “...ma dove sei?”
“sono all’Albereta”
“dobbiamo andare via un po' prima per la cena: l’appuntamento è alle otto...”.
“no..., per la cena ho dei problemi... vieni qui che ti spiego tutto...”.
Arriva, guarda la ferita, si preoccupa e vuole accompagnarmi in ospedale. La convinco ad andare alla cena e che le darò notizie appena fatta la visita.
Nel frattempo arriva l’ambulanza.
Uno dei soccorritori ha l’aria di essere molto esperto. Ci tranquillizza, stende Giacomo sulla lettiga e fa sistemare me seduto di fianco a lui.
Al pronto soccorso veniamo spinti dentro da protagonisti: Giacomo disteso, io su una sedia a ruote, entrambi con addosso copiose tracce di sangue.
 
C’è un caos da ora di punta. Un’anziana scheletrica con badante cingalese urla che vuole la mamma. Intorno a noi un coacervo di gessi, flebo, tagli e lamenti.
Aspettiamo dignitosi il nostro turno. Poi una giovane dottoressa con maniere sbrigative ma efficaci ci fa domande e compila una scheda.
Giacomo anche ferito è un bel ragazzo, io in quelle condizioni sono piuttosto buffo. Riusciamo a strapparle un sorriso anche in quel clima da prima linea.
Ritorna dopo qualche minuto e inizia con me. Pulisce bene la ferita e comincia a cucire.
Fa male ma non troppo. Alla fine sono cinque punti.
Poi tocca al mio avversario. Sul sopracciglio la cucitura fa più male. Sono cinque punti anche per lui.
Pareggio!
Ci diamo un cinque con sportività. Ora, ben incerottati, aspettiamo ordini dalla dottoressa. Arriva e ci presenta dei moduli da firmare, ce ne consegna una copia e ci saluta: “potete andare. Se però nelle prossime ore avete nausea tornate subito qui.”

 

Ce ne andiamo e attraversiamo la sala d’aspetto dei parenti. Ma cos’ha da guardare questa gente? Poi realizzo che siamo vestiti da calcetto e da podismo e che la mia maglietta bianca sembra un camice da macellai.
Usciamo. Siamo felici, sono passate appena due ore dalla testata e ci sentiamo bene. Non chiamo mia moglie che sarà ancora a cena all’altro capo della città. E’ Giacomo che telefona a sua madre per farci venire a prendere. Ma lei non può prima delle dieci. Allora telefona a suo zio... ma è fuori Firenze. Un po’ si arrabbia, ma tant’è. O aspettiamo le dieci o ci arrangiamo.
Mentre siamo alla fermata dell’autobus propongo di andare a piedi a casa mia, che in quel momento mi sembra vicinissima. Scopriremo solo dopo che sono quasi sei chilometri.
Lui accetta subito (e ti pareva che trovassi uno normale), ci incamminiamo e durante il tragitto cala il buio. Le vie sono semideserte ma i pochi che incrociamo ci guardano strano: forse pensano a una rissa con bastoni e coltelli, chissà.
Dopo più di un’ora arriviamo. Buttiamo i moduli dell’ospedale sul mobiletto d’ingresso e andiamo in bagno per darci una lavata. Lo specchio rimanda facce un po’ affaticate con un vistoso cerotto.
“ti accompagno a casa o ci facciamo una birra?”
“una birra volentieri.”
Apro due lattine di birra e ci sediamo al tavolo di cucina.
“tu che fai?”
“suono l’organo”
“l’organo? Ma lo fai di mestiere?
“si, più o meno..., domenica ho un concerto in Norvegia... ora non so come fare a presentarmi con questo cerotto”
“va bé... dai..., fa figo..., fa un po’ artista dannato in concert.”
“Si, forse si..., però di solito suono nella chiesa di San Miniato a Monte o in concerti un pò eleganti.”
“Senti..., che ne dici di uno spaghettino?”
“Se me lo chiedi..., a quest’ora mi sembra ottima idea”
E lì parto da vero chef. Metto una pentola d’acqua sul fuoco e soffriggo uno scalogno in una grande padella. Prendo due pomodori grossi dalla pianta in giardino, li taglio e li schiaffo in padella. Aggiungo sale e peperoncino quanto basta. Tagliuzzo una mozzarella da 250 e preparo qualche foglia di basilico... nel frattempo l’acqua bolle.
“quanta ne butto?”
“boh..., fai te”
“io ho fame, penso che ce ne vorrà almeno due etti a testa”
“per me va bene.”
“allora facciamo tutto il pacco..., si fa prima.”
Butto mezzo chilo di spaghetti. Poco prima della cottura li salto nella padella per un paio di minuti. Li divido in grandi scodelle e vengono fuori due belle piramidi. Metto sopra una manciata di mozzarella, il basilico e via per la gioia delle nostre forchette. Apriamo un altra birra ciascuno e portiamo a termine il lavoro con passione.
Accompagno Giacomo a casa e al rientro, seduto sul divano, sento tutta la stanchezza del mondo. Poi arriva anche la mia famiglia, racconto tutto, prendo un antidolorifico e andiamo a letto.
Al mattino con la caffettiera sul fuoco mia moglie mi chiede: “cosa sono questi fogli?”
“quali...? ah, sì, me li hanno dati all’ospedale...”
Lei legge ad alta voce:
“Istruzioni per i pazienti che hanno subito un trauma cranico.
Consigli per i prossimi 2/3 giorni:
  • non prendere farmaci per il mal di testa se non prescritti dal medico
  • mangiare cibi leggeri e in ridotta quantità;
  • evitare le bevande alcoliche;
  • evitare sport, esercizi fisici e sforzi di ogni genere.  
Ecco.