03/04/17

AUTUNNO / PAOLO CHIASERA ALLA SEDE DI PATRIZIA PEPE

Autunno costituisce l’evoluzione della recente ricerca dell’artista che, dal suo studio
di Berlino, esplora la possibilità di utilizzare la pittura per ricostruire genealogie
culturali, rapporti tra l’arte e la storia, tra l’opera e il suo manifestarsi al cospetto del
pubblico. Questa serie di progetti viene sintetizzata in un formato sperimentale di
“mostra di mostre” variamente declinato: la pittura diventa un alfabeto primario con
cui Chiasera si relaziona come medium, traduttore, o curatore.
In Autunno Chiasera assembla un pantheon privato di studiosi, scrittori e filosofi
del pensiero di matrice occidentale, una sorta di diario dove emergono i fantasmi
autunnali di alcune delle personalità che hanno influito sulla sua formazione. 

Sulle pareti dello spazio di Patrizia Pepe appariranno i ritratti realizzati con una tecnica
mista tra monotipo e affresco, da Eraclito a Sigmund Freud, in un allestimento
avvolgente che esprime la necessaria connessione tra natura e cultura, tre le arti
e il pensiero, punto di partenza per l’edificazione e la comprensione della civiltà
contemporanea.
Accompagna la mostra un testo critico di Pietro Gaglianò.

Paolo Chiasera propone per gli spazi della maison Patrizia Pepe un progetto che
mette in discussione i ruoli tradizionali dell’artista e del curatore e indaga nuovi
orizzonti per il medium della pittura.


PERCHE' UNA MOSTRA D'ARTE NELLA SEDE DI UN'AZIENDA?
L’Headquarters fiorentino, è un progetto fortemente innovativo che propone una concezione
dinamica e destrutturata del lavoro. Nell’ambiente interno il comfort riveste un’attenzione costante
e assume quasi “valore terapeutico”, in modo evidente nella sala fitness aperta ai dipendenti e
nella cucina attrezzata con arredi dal sapore rustico toscano.
Innovazione, che, nella filosofia Patrizia Pepe, trova il modo di coniugarsi con uno sguardo
riconoscente nei confronti della natura: da progetti eco-sostenibili in ambito stilistico, all’utilizzo di
pannelli fotovoltaici per la produzione autonoma di energia.
La sede Patrizia Pepe è anche un luogo d’arte, dove talenti famosi ed emergenti si alternano
esponendo i loro lavori al pubblico, con eventi dedicati. Una selezione di opere d’arte e installazioni
diventano poi patrimonio dell’azienda a completarne l’arredamento, rendendolo unico.

INAUGURAZIONE VENERDI' 7 APRILE DALLE 17,30 ALLE 19,30
orario lunedì/venerdì 9,30/12,30 e 14,30/19,30
via Gobetti 7/9 Capalle Firenze


09/03/17

VI PRESENTO TONI ERDMAN di Martino Scacciati

Vi presento un capolavoro.
La globalizzazione, si sa, ha tanti volti. Tra questi, ce n’è uno spietato. E’ quello fatto di fabbriche migrate nei paesi poveri, di diritti inesistenti, di lavori ed esistenze appese al filo fragile e capriccioso del mercato o delle ambizioni di manager senza scrupoli. Nessuno, secondo me, è riuscito a raccontare la faccia disumana e feroce della globalizzazione come ha fatto il film tedesco “Vi presento Toni Erdmann”. 
Toni Erdmann si chiama in realtà Winfried Conradi. Oltre che un insegnante di musica in pensione, è la versione tedesca di uno degli Amici miei di Monicelli. E’ una inesauribile fucina di scherzi e beffe. La figlia, però, non li gradisce. E’ una manager mandata in Romania a far il lavoro sporco per conto di una multinazionale. Ora non ride più, non scherza più, non è più capace di pietà. E' una belva, come la definisce orgoglioso il suo superiore. E’ allo stesso tempo carnefice e vittima della globalizzazione, ingranaggio di un meccanismo che si svuota poco a poco di umanità, fino a diventare mostruoso. 
Il film è una galleria di mostri della globalizzazione: giovani mogli russe che “adorano andare nei paesi dove c’è il ceto medio, perché mi rilassano”, manager che sono più lupi che uomini, etc. Ma è qui che interviene Toni Erdmann, lo sgangherato personaggio inventato da Winfired per recuperare la figlia. Il suo inesauribile humor è il granello di sabbia capace di inceppare, almeno in parte, l’infernale meccanismo della globalizzazione. 
Ne nasce un film sempre spiazzante, divertente, imprevedibile, talvolta commovente, la rivincita della leggerezza sull'impoverimento umano prodotto dalla globalizzazione. In altre parole, "Vi presento Toni Erdmann" è un capolavoro.

08/03/17

BILL VIOLA - RINASCIMENTO ELETTRONICO (1)

The Crossing Fire da una parte e The Crossing Water dall'altra così capisci subito come stanno le cose e non puoi pensare di cavartela con una visita lampo. Arrivi al piano nobile di Palazzo Strozzi perché certamente non ti puoi perdere la seconda mostra della gestione di Arturo Galansino che va spedito per la sua strada puntando a fare dello straordinario "cubo" di Benedetto da Maiano, secondo il Vasari, il luogo d'eccezione per uno sguardo sui più grandi maestri dell'arte contemporanea. Stavolta non ci sono gommoni o altri interventi sulle facciate del Palazzo che fecero storcere il naso ai pavidi puristi ai tempo della mostra "Libero" di Ai Weiwei. 
Stavolta da fuori non si sospetta niente se si escludono gli arazzi che pubblicizzano "Rinascimento elettronico", la mostra di Bill Viola (insopportabile chi buzzurreggia e si ostina a chiamarlo Vaiola credendo di fare più figo). 
Ecco, a parer mio, il titolo della mostra è l'unica cosa se non brutta, almeno bruttarella che si trova in questa occasione. Lo so che è stata parafrasata la definizione di "Pittore elettronico" che coniò Maria Gloria Bicocchi quando Viola lavorò come tecnico per quasi due anni per lei in ART/TAPES/22, la galleria e centro di produzione in cui si sperimentavano i primi video d'artista in una Firenze degli anni '70 attenta alle novità e assai vivace culturalmente. E siccome gran parte delle opere selezionate si pongono in relazione con opere di grandi maestri del passato (Pontormo, Masolino da Panicale, Paolo Uccello e Lukas Cranach fra gli altri) dev'essere venuto naturale quel titolo.
Ma titolo a parte, tutto il resto è di altissimo livello e per ora voglio fermarmi proprio all'installazione video di due schermi affiancati per il dorso, che apre il percorso espositivo. Un uomo, lo stesso in tutti e due i video, si avvicina lentamente, da una parte viene lentamente avvolto da delle fiamme crescenti, dall'altra investito dalla caduta di acqua sempre più copiosa. In tutti e due i casi l'uomo alla fine sparisce lasciando la scena vuota ma con i segni evidenti del fuoco appena spento e dell'acqua sul pavimento. E' The Crossing, la Traversata. Dolore, sacrificio, purificazione attraverso il fuoco e l'acqua, elementi primordiali. Da notare che l'uomo inondato dall'acqua che ovviamente cade dall'alto sembra salire verso il cielo. (Continua)

13/02/17

"SENZA TITOLO" DI PANTANI A LA COUR CARRE'E

La Cour Carrée presenta:
ENRICO PANTANI
"Senza titolo"
Domenica 26 febbraio, ore 11:00



Titolo: “Non ho trovato un titolo adeguato per questa mostra”
I soggetti di tutti i lavori che verranno esposti a La Cour Carrée derivano da studi sui miei sketchbooks. Ci sono ritratti, animali, situazioni grottesche, impossibili, tutte fuori dal tempo, in una dimensione che deve sbloccarsi e rendersi tangibile. In realtà non sarà tangibile mai per nessuno a parte per me, nel mio intimo… così alla fine sono solo sogni, roba da niente.

Sono quasi tutti lavori piccoli, dipinti su tele già presenti in commercio e tele che mi sono costruito da solo. Vorrei tentare di chiamarle sperimentali, se i tecnici di questo settore mi passassero il termine.



In questa nuova fase dei miei lavori vorrei dimostrare che si può lavorare a cose ambiziose anche da un lontano paese di provincia. Alla fine basta osservare per sentirsi cittadini del mondo, per trasformare questa indifferenza in mondi paralleli. Sono convinto che questi sogni siano importanti e senza di essi non potrei vivere.

Vorrei precisare anche che tutti questi lavori sono embrioni di quello che sogno di fare in futuro, studi di cose che vorrei scaraventare su tele di dimensioni enormi, cosa che adesso non posso fare per evidenti ragioni di spazio.

Credo anche che sia una fase molto transitoria questa.
Non so dove approderò tra qualche mese.
Ma in fondo non me ne frega un cazzo nulla.
Ciao.
Enrico Pantani

Dal 26 febbraio al 10 marzo
dalle 11:00 alle 16:00
Gazebo n.1 del Mercato storico delle Pulci
Largo P. Annigoni (Firenze)

www.lacourcarree.it

CORPO E ANIMA di Gianni Caverni

CORPO E ANIMA
Vania Paolieri
dal 18 febbraio al 3 marzo
Studio Bong
via Calimaruzza 10r
Firenze
Inaugurazione sabato 18 febbraio alle 18,30

Vania, madonna bona, che brava che sei diventata!
Allora ci correvano fra noi solo 12 anni, adesso saranno almeno 30!
Nel senso che allora ero un giovane professore di 25 anni che provava ad insegnarvi arte e forse un po' di merito (colpa?) nella tua scelta di diventare artista, pittrice, è anche mio/a!
Ma tu dipingendo hai fatto come spesso fanno gli artisti che invecchiano meno degli altri e, dalla forza che vedo nei tuoi quadri informali, mi sa che sei invecchiata meno anche di me.
Ho sempre pensato che dipingere con i quadri stesi orizzontalmente, come fai tu, sul pavimento dello studio, fuori, sull'erba, sulla ghiaia, sul cemento sia una cosa bellissima, intrisa di un sottile sentimento insieme pieno di modestia e di bella presunzione: il pavimento, il suolo, la terra sono il punto più in basso che si trova nelle vicinanze, sotto non si può andare a meno di scavare.
Vuol dire, per me, partire dall'inizio, dalle fondamenta, nessuno è capace di costruire la più modesta delle case, come la più sontuosa, se non partendo dal basso; e la pittura, come tutto il resto che chiamiamo vita, non è forse un modo per costruirsi?
Non voglio certo dire che la pittura realizzata in verticale, quasi tutta del resto, sia inferiore: me ne guardo bene! Dico solo che dipingere per orizzontale mi è sempre piaciuto di più e con gli altri artisti che lo fanno ho sempre sentito una sorta di forte vincolo di fratellanza.
E poi mi sembra che sia tutto più comprensibile e immediato: la tela è la terra e “la terra è bassa” recita uno dei più diffusi luoghi comuni, quasi un mantra, di tutti coloro che si dedicano ai piaceri e alle fatiche dell'orto. E se dunque dipingere a terra comporta di solito una fatica maggiore per altro regala il piacere, come per l'orto, di veder “spuntare” e crescere le sue delizie. E poi: è indispensabile per il pittore allontanarsi dalla tela per riuscire a vedere l'insieme dell'opera e non solo il particolare. Ma se si sta dipingendo in terra l'allontanarsi dalla superficie su cui si lavora ha sempre un limite tassativo che è quello dell'altezza dell'autore, almeno fino a che l'opera resta orizzontale. Insomma mi sembra più naturale, è proprio il caso di dirlo: a misura d'uomo!
E la bella presunzione? Beh sta tutta proprio nel voler “rifare” la terra, ridisegnarla, tingerla dei colori bellissimi ed intensi che usi tu Vania; è come affermare con speranza indomita “possiamo farla migliore”, possiamo farci migliori. Possiamo, sì, possiamo.

Non a caso citi il Courbet della carnale, primaria, “Origine del mondo” e ne presenti la tua versione personale con una serie di variazioni coloristiche: possiamo sì generare, generarsi, e soprattutto rigenerarsi.
Brava Vania.

19/12/16

MANGIARE CON MINA E GIANNI DORIGO

(Da portalegiovani.comune.fi.it)

Un Brac's art on table d'autore per il mese di Dicembre alla Libreria Brac di Firenze, in via dei Vagellai, 18r. 
Gianni Dorigo, artista dalla lunga carriera, ha accettato l'invito a esporre sui tavoli della libreria una serie di suoi dipinti dedicati ai "musicarelli".

E' un'esplosione di colore quella con la quale Dorigo reinterpreta un genere cinematografico "pop", sospeso tra il film musicale e la promozione discografica vera e propria. Le 30 immagini in mostra alla Brac sono state selezionate dallo stesso artista che ha voluto ripercorrere così l’ascesa e declino di una stagione cinematografica  che ancor oggi resiste nelle programmazioni estive di molte televisioni. Si inizia con “I ragazzi del juke-box” del 1959, titolo che segna la nascita del genere, per terminare con “Piange il telefono” del 1975, con cui la spensieratezza cede il passo al larmoyant, decretandone la fine.
In mezzo a questi estremi cronologici, Dorigo rilegge i titoli più popolari interpretati dai beniamini del grande pubblico: da Rita Pavone a Mina, da Gianni Morandi a Little Tony, da Caterina Caselli ad Adriano Celentano, sfilano i nomi che hanno animato la cinematografia del periodo, che ha visto protagonisti, insieme, cantanti e attori coinvolgendo anche campioni dello sport.
Gianni Dorigo racconta tutto questo attraverso una pittura metonimica, fatta di colori, parole, finti “collages”, ritratti e frammenti.
La mostra è corredata da un testo di Ranieri Polese, dedicato alla serie dei dipinti dell’artista, in cui si ripercorre la storia di un genere e il ruolo della canzone nel cinema italiano.
Gianni Dorigo, nato a Ferrara nel 1953, vive a Firenze ed opera come artista dalla fine degli anni Sessanta. Dal 1980 è docente di “Visual design”. Con un’ininterrotta attività, promossa e seguita da gallerie e firme di rilievo, a 21 anni, nel 1974, tiene la sua prima personale e del 1995 è già la sua prima antologica, nel Palazzo Pretorio di Certaldo (a cura di Claudio Cerritelli). E’ stato invitato a molte delle più importanti rassegne d’arte sia in Italia che in Europa, tra le quali la “Quadriennale” di Roma. Da oltre un decennio la sua ricerca intesse uno speciale ed originale dialogo tra pittura e cinema. Il cinema diviene non solo fonte iconografica e d’ispirazione narrativa ma riflesso di memorie ed emozioni personali.