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04/09/14

RIP (Persone Realmente Importanti). MARIA LA TIGRE di Silvia Nardi Dei

Due mesi fa ho lasciato la zona di via Orsini perché mi sono trasferita. Ma una delle persone che più mi sono rimaste in mente di quella zona è Maria.
Maria è una signora non più giovane che da sola, anzi vive insieme alla sua badante. Non siamo amiche, diciamo che la conosco di vista. Lei è molto più grande di me, ma soprattutto, credo che abbia avuto un ictus, o qualcosa del genere, perché non riesce a camminare normalmente e soprattutto parla a stento, a volte è difficile capire quello che dice. Però "parla", parla in tanti modi:
Prima di tutto è sempre in ordine, i capelli sono sempre in piega, sono biondi, è sempre truccata, ed è sempre ben vestita. Ora non vi immaginate una signora antipatica e troppo elegante, Maria è un'esplosione di colori e di vita, con due occhi azzurri parecchio vispi. La trovavo spesso a far la spesa, e dalla prima volta, avevo notato che tutti la conoscevano, lei salutava tutti sempre col sorriso, e anche quando la fatica per farsi capire era tanta, tanto da diventare paonazza per lo sforzo, lei non rinunciava mai a una parola gentile e allegra. Le persone che ti sorridono senza volere nulla in cambio sono da considerarsi patrimonio dell'umanità, per me, quindi il giochino con lei è partito direi spontaneamente: si faceva a gara a chi salutava l'altra per prima e per quanto mi impegnassi, il suo sorriso era sempre più radioso del mio, e a quel paese tutte le sue difficoltà. Mi stava simpatica anche la sua badante, un po' più cicciona e meno sorridente di lei, ma sempre disponibile a fermarsi con Maria a braccetto, tutte le volte che lei avesse voluto salutare qualcuno per la strada, parecchie fermate.
Poi un giorno Giulia, mia figlia, ha deciso di cominciare a frequentare la parrocchia vicino casa, e così sono entrata in contatto anche io con quella comunità. E ho scoperto che Maria ne era una componente parecchio assidua, quindi, accompagnando Giulia alla Messa, la incontravo sempre.
Maria mi ha sempre dato l'impressione di essere una donna molto forte, malgrado le insidie del suo fisico, ma soprattutto mi ha sempre incantato la sua determinazione a non arrendersi. Non molto tempo fa Giulia è andata a trovarla a casa coi bambini e i catechisti, e quando è tornata mi ha detto che Maria si era commossa per averli tutti lì, "sai mamma, Maria sorride sempre ma soffre di solitudine, quindi noi se ci andiamo la facciamo felice".
A Giugno Giulia ha fatto la prima comunione, e in tutto quel caos di persone, appena entrata in Chiesa, ho visto che Maria era tra le prime file, con un sacchetto grande appoggiato sulle sue gambe. Prima che la messa iniziasse, non senza fatica, si è alzata, ha raggiunto i bambini e ha donato a ognuno di loro qualcosa. A Giulia ha regalato una bustina tutta "brillantosa", viola, con dentro una piccola tigre arancione, di plastica. Insieme alla tigre un bigliettino, scritto con una bella calligrafia, di quelle antiche. Bigliettino che purtroppo abbiamo perso per colpa del trasloco, era piccolo piccolo, ma ho ben presente il senso: non dimenticarti mai di voler bene anche agli animali e di rispettare sempre la natura.
Questo gesto nei confronti dei bambini mi sembrò bellissimo, e mi commosse molto, e senza niente togliere alla solennità della giornata, è stato l'unico momento in cui ho pianto un pochino, di gioia, per lei. Per il fatto che avesse trovato il modo e il tempo di pensare ai bambini, così, con la solita gioia e spontaneità con cui salutava sempre gli abitanti di quella zona. Io non ci abito più. E quando ieri qualcuno mi ha telefonato e mi ha detto che nel pomeriggio Maria era morta soffocata, mentre mangiava, e che né la badante, né il personale del 118 erano riusciti a salvarla da una morte così orribile ho fatto finta di crederci ma non ci credo. Non è possibile.
Maria resta in quel quartiere, continua a farsi bella, continua a vestirsi con tutti quei bei colori, continua a ricevere i bambini a casa sua, e continua a fregarmi col suo meraviglioso sorriso che arriva inevitabilmente sempre prima del mio.  

27/04/14

ORA VI RACCONTO ... di Silvia Nardi Dei

Ora vi racconto di un sogno di bambina. Mi è sempre piaciuto molto cantare, l'emozione che si prova quando si libera la voce accompagnati da una musica è qualcosa di miracoloso, per me, che cura i dispiaceri, libera il cuore dalle pesantezze e alleggerisce di ogni preoccupazione. E' come volare, quando riesce bene. La stessa emozione l'ho provata quando, le rare volte in cui mi è riuscito farlo decentemente, ho potuto usare la voce per doppiare qualche attrice, durante il corso di doppiaggio che ho fatto da grande: la voce come unico mezzo per esprimere i sentimenti di qualcun altro, le sue intenzioni e i suoi "retropensieri", è una specie di magia, oltre che una tecnica molto difficile, ma quando ci riesci vuol dire che si è compiuto una sorta di miracolo, è bellissimo.
E' bellissimo perché devi entrare "dentro" l'altro, cioè, devi conoscerlo, capirlo, entrare dentro il suo cuore e diventare lui, ma senza l'aiuto della gestualità del corpo, solo con una parte molto profonda di te, attraverso la voce rendere completamente reale quello che tuo non è, ma come se lo fosse.
Ero una ragazzina, timida e complessata come spesso può capitare quando non sei ancora né carne né pesce.
Abitavo in un paese che non era il mio paese, la mia mamma fu trasferita lì perché insegnava. In più, sempre lei, ma anche il mio babbo sebbene meno "sfegatato", erano parecchio di destra, quindi ben presto mi sentii la figlia della maestra fascista in un paese che negli anni settanta era orientato verso la parte opposta, e dato che il mio cognome è doppio, anche la figlia del conte.
Inoltre non eravamo certo ricchi, ma anzi direi il contrario, per cui ricordo che abbiamo cambiato casa tante volte, sempre in affitto, e sempre, tranne una volta, con una camera in meno (la mia). Per carità, io mi adattavo e anche nel paese, piano piano, riuscii a farmi tanti amici nonostante la politica fosse sempre di mezzo, eludevo i controlli materni e frequentavo chi volevo.
Ma c'era la musica. E un giorno sentii parlare alla radio di un disco che si intitolava "One voice". Era un concerto di Barbra Streisand realizzato nel parco di casa sua in California, nel 1986.
Mi colpì la data: il 6 Settembre, io sono nata il 5. E poi partì una musica, uno dei brani del disco, e fu un colpo al cuore. Conoscevo la Streisand ma come attrice, e devo dire che non mi piaceva, la trovavo brutta e antipatica, nasona, insopportabile e presuntuosa.
A casa non esisteva più il giradischi, ma solo un mangianastri e un primordiale walkman pesantissimo di cui però andavo molto fiera. Quindi decisi che avrei comprato l'audiocassetta e che avrei sicuramente imparato a mente quelle canzoni e cambiato idea sulla nasona.
Ma c'era un problema: erano tutte in inglese e nell'audiocassetta non c'erano i testi.
Allora succedeva che la sera io mi mettessi in cucina, dopo aver velocemente sparecchiato la tavola, (dato che non avevo una camera mia) e con carta e penna riscrivessi le parole delle canzoni che ascoltavo dalle cuffiette. Un lavoro immane: play e stop, play e stop. All'epoca io l'inglese lo sapevo veramente poco, per cui pagherei per ritrovare quei fogli... ricordo che scrivevo il suono delle parole, quindi ad esempio "People who needs people" diventava "pipol hu nids pipol", quando andava bene... altre volte scrivevo appunto solo il suono che sentivo, e chi se ne frega se non vuol dire nulla!
Ma alla fine quei fogli ebbero un senso (per me): potevo cantare, o con la musica in cuffia, oppure, purtroppo per i vicini di casa, dal mangianastri. E spesso mi commuovevo, perché quella musica, quella voce erano davvero meravigliose e il mio tentativo di riprodurre quella magia mi faceva stare bene, soprattutto perché chiudevo gli occhi e immaginavo un pubblico ad ascoltarmi, a godere di quella magia. E poi c'era l'amore: mi chiedevo se anche io, un giorno, avrei mai potuto dire "uot caind ov ful" pensando ad un amore mio...
Ho passato molti pomeriggi, così. Poi naturalmente i sogni restano sogni, e se è vero che qualche "esibizione" l'ho fatta, in qualche gruppo, in un paio di cori, e la magia in qualche modo si è avverata, certo non è andata come sognavo con la Streisand, ma che importa? Mi importa invece ora ricordare quelle sensazioni, ora che sono "grande" e che per caso ho riascoltato, ieri sera, un brano da youtube di quel concerto: l'audiocassetta non ce l'ho più, come molte cose di quel periodo, direi che non ho più nulla, se non i ricordi, tutti. Ma quelle parole storpiate, quella musica, quel ritmo è rimasto dentro di me, e ancora oggi le ricordo esattamente. Mi ha commosso, proprio ieri sera, in un momento in cui sentivo forse il bisogno di alleggerire il mio cuore da una certa pesantezza, e quindi confermo: FUNZIONA! Mi chiedo se anche Giulia, mia figlia, troverà il modo di sognare e di divertirsi, di sfogarsi e di emozionarsi come è successo a me con quell'audiocassetta allora, e come succede tutt'ora quando riascolto quella musica.
Perciò concludo copiandovi il link di quel concerto da youtube: lei resta una nasona, ma le sarò grata a vita per avermi fatto sognare e "duettare" con quel gran fico di Barry Gibb, ecco.

09/03/14

MISTER BANKS VA SALVATO! di Silvia Nardi Dei

Ieri sera sono andata a vedere Saving Mr. Banks. Questo film racconta del come e del perchè fu tanto travagliata la decisione della signora Pamela Lyndon Travers di cedere i diritti del suo libro Mary Poppins a Walt Disney, che ne voleva realizzare quello che diventò forse il suo film più celebre e che vinse 5 premi Oscar nel 1964. Sicuramente tutti avranno visto Mary Poppins e ne ricorderanno la trama.. io di sicuro, dato che con la scusa di farlo vedere a mia figlia, quando era piccina, l'ho visto e rivisto decine di volte.

Mi sono chiesta spesso il perché di questa mia ennesima affascinazione, ma fino a ieri sera non lo avevo capito fino in fondo neanche io. Quindi chiedo scusa, ma devo un pochino partire proprio da quel film, da Mary Poppins. A una prima visione la storia potrebbe essere riassunta così: a Londra, in un'epoca lontana, vive la famiglia Banks. Il padre George è un integerrimo banchiere, che gestisce la sua casa come se fosse un’impresa perfettamente funzionante, ma è difficile tenere tutto in ordine, con una moglie sempre indaffarata come Winifred e due vivaci figli come Jane e Michael . Nemmeno le tate riescono a stare dietro a tutto ciò, fino a quando non arriva Mary Poppins, che, come un forte vento su una strada ricoperta di foglie d’autunno, rimette in sesto la casa... sotto tutti i punti di vista. Con lei accanto nulla è come sembra, e una serie di chiacchierate fatte sul bordo di un soffitto, magiche passeggiate all’interno di dipinti di strada e fughe sui tetti polverosi di Londra, insegneranno alla famiglia Banks il vero significato dello stare insieme, godendosi ogni giorno e ogni possibilità. Quando non sai esattamente cosa dire, la parola che può salvare la situazione è supercalifragilistichespiralidoso e credo sia l’unica che si possa davvero utilizzare per cercare di dare un giudizio a un film come Mary Poppins. Il film è un vero e proprio prodotto dell’amore di tutte le persone che ci hanno lavorato: quello di Walt Disney


per le sue figlie, che anni prima gli avevano chiesto di trasformare il loro libro preferito in film; quello di Richard M. Sherman e Robert B. Sherman



che sono riusciti a costruire attorno ai personaggi una trama sonora capace di rendere vibrante di luce la nebbia più fitta di Londra.
E io, che ormai so di essere irrimediabilmente malata con le mie fissazioni cinematografiche, e che a suo tempo comprai un doppio dvd: uno del film restaurato per i 40 anni dalla sua realizzazione, e uno con vari aneddoti e racconti dei personaggi che contribuirono a realizzare questo capolavoro, di cui vi cito alcuni passaggi:
Un cameramen della troupe di allora: All'epoca, gli studi Disney erano totalmente diversi dagli altri. Sembravano quasi un Campus. Una delle più grandi doti di Walt era sapersi circondare di persone di talento e riuscire a stimolarne l'entusiasmo e lo spirito di collaborazione. Uno scultore che lavorò alla realizzazione delle scene: Sapeva quasi tutto, di noi. Si aggirava di sera per vedere cosa stavamo facendo. Se ti considerava in gamba, andava a controllare il tuo lavoro quando non c'eri. W.D. era l'uomo più meraviglioso per il quale abbia mai lavorato. Uno dei fratelli compositori delle musiche del film: Leggendo Mary Poppins rimanemmo incantati dai personaggi e dalle storie. Erano magnifici, ma non c'era un filo conduttore, era solo una serie di avventure. Mary arriva volando senza alcuna ragione apparente e vola via di nuovo alla fine, dopo mille meravigliose avventure. Un giorno W.D. , dopo due anni e mezzo di lavoro, ci disse che avremmo dovuto incontrare l'autrice del libro. Quando ormai avevamo scritto tutta la colonna sonora, io e mio fratello Bob eravamo del tutto allo scuro del fatto che W.D. avesse solo un'opzione sui diritti. Per due anni e mezzo ci eravamo dannati, del tutto ignari che spettasse alla signora Travers l'ultima parola. Eravamo comunque fiduciosi che all'arrivo della signora tutto sarebbe andato per il meglio, e invece fu esattamente l'opposto. Non le piacque nulla. Le conversazioni che ebbero sono tutte registrate. La Travers era un insieme di contraddizioni, una persona molto frustrante. Era una signora spigolosa, per molti aspetti. Era così restia nell'accettare l'idea che i genitori dei bambini diventassero più affettuosi e amorevoli. Diceva. NON SI TRATTA DI UN CAMBIAMENTO, PERCHE' LUI E' SEMPRE STATO DOLCE, MA INCUPITO DALLE PREOCCUPAZIONI. Ma la magia di Mary Poppins e il significato della sua esistenza, la ragione che ci spinge ad accoglierla nelle nostre vite, è che lei aggiusta le cose! La Travers si era presa trenta giorni per riflettere, e al trentesimo cedette ma volle rimanere consulente. Sembrava incredibile, dopo tutto quello che era successo, ma a 20 anni dall'inizio dell'odissea intrapresa da W.D., lei accettò che il film si facesse.
Il film di ieri sera racconta proprio di questo cambiamento di rotta della scrittrice, del motivo per cui alla fine consentirà che il film venga realizzato.

L'esser costretta a prendere la decisione sul film la costringerà a rivivere dentro di sé dei problemi personali, profondi e complessi. Mary Poppins l'aveva salvata dalle ferite della sua infanzia, e il film di ieri sera lo racconta molto bene.

Perciò non era facile per lei lasciare la sua creazione nelle mani di altri,  era psicologicamente difficile da accettare. Uno stato d'animo che il film affronta con una serie di insofferenze che, nel contesto, appaiono a volte anche divertenti e ridicole. Le sue sono prese di posizione apparentemente senza alcun senso, con il solo scopo di impedire a Walt Disney di realizzare il suo stupido "filmetto" animato che avrebbe sicuramente snaturato tutto il suo lavoro come scrittrice. La Travers alza costantemente muri immaginari a ripetizione, dietro i quali si nascondono flashback del suo passato, raccontati con la forza di un ricordo che non si vuole abbandonare, capaci di dare una spiegazione a ogni "no" decretato con foga dalla scrittrice.


Ma nel film di ieri sera, alla fine, questo personaggio così apparentemente insopportabile, rompiscatole e guastafeste mostrerà il suo lato più umano, più fragile: quello appunto legato ad una sofferenza infantile pesante, che invece, grazie anche alla riscrittura in chiave cinematografica della "sua" storia, troverà finalmente voce, e magari anche una riappacificazione con ferite di molto tempo prima.


Questa chiave di lettura spiega, almeno in questo caso, la mia affascinazione per questo film "per bambini", ma consiglio a tutti i grandi di farci un passaggio: sicuramente se qualcuno non lo avesse ancora visto o lo avesse rimosso, su Mary Poppins. E subito dopo che corra a vedere Saving Mr. Banks, dove la Thomson ha un'interpretazione talmente d'impatto da oscurare addirittura Tom Hanks che, per questo film, si è trasformato in Walt Disney, cercando di fare sue le emozioni e le passioni che hanno reso grande questo personaggio.

Tutte buone le interpretazioni di attori come Colin Farrell e Paul Giamatti, ma che spariscono davanti alla potenza e alla bellezza di Emma Thompson, trasformandosi nei sostegni perfetti di un'interpretazione che abbaglia.

Insomma, anche se ormai grandi, trovo che ripensare alla nostra infanzia, accogliere e digerire le nostre piccole o grandi delusioni inferte, anche se involontariamente, da chi si è amato più di tutti, possa fare ancora un gran bene. Almeno credo.

13/02/14

SAN VALENTINO A MODO NOSTRO


Era San Valentino di un giorno sereno, cantava la tua gioventù: è la storia di Lucia, protagonista dell’omonima canzone di Pupo, un misto tra Che sarà, Montagne verdi e Smalltown Boy. Lucia che era andata via pensando sarà dura per me ma qui non mi capisce nessuno. Una fuga di cervelli, probabilmente, effettuata di sicuro in treno perché siamo nel 1980 e non è stato ancora inventato il volo low cost. Era San Valentino, ma che Valentino se tanto l'amore non c’è, nella mente nel cuore se manca l’amore è un giorno qualunque per te: è qui che il poeta coglie l’intimo dramma, è San Valentino un giorno come un altro? Lucia pare pensarla così, o c’è l’amore o nulla, e allora meglio le montagne verdi e un sincero viaggio a ritroso: sei tornata un mattino a cercare il profumo che non hai trovato laggiù. A chi ha l’amore, e anche a chi non ce l’ha, auguriamo di trovare un profumo, a ciascuno il proprio.
 
Riccardo Ventrella
 
 

 

"Mamma, io odio San Valentino!". Giulia, 11 anni, quinta A. Resto colpita dal fatto che sappia già che cosa si festeggi domani, e non vorrei indagare sul perché lo odia ma se l'aspetta, quindi glielo chiedo.
Alessio della quinta B mi ama! Credo che domani mi porterà un regalo a scuola.
E non sei contenta???? Lo ami anche tu?
Veramente no, cioè non lo so.... 
Ma se te lo porta dovrai decidere il da farsi, no?
Appunto... Comunque se me lo porta chiederà alla Sara della quinta B di consegnarmelo, Alessio è fatto così!
Magari è timido... ma tu non lo vorrai neanche ringraziare??
Senti mamma, lui mi ama, ma mi ama a tal punto che tutte le volte che mi vede alla ricreazione, o all'uscita... SCAPPA!!! Come faccio a sapere se lo amo se scappa sempre? Ora mi toccherà ringraziarlo per il regalo tramite la Sara... che figura di merda! Accidenti a San Valentino!
 
Silvia Nardi Dei
 
 
A volte mi consolo con questo pensiero:
se lui mi amasse
sarei già scappata
in cerca di un altro sogno
 
Mara Amorevoli
 
 
 
Ummi viene una sega, io san valentino un l’ho mai considerato

 
Camilla Catarzi
 
 
 
I miei sanvalentini sono  abbastanza cambiati nel tempo. I primi che ricordo son quelli delle medie. Al tempo mia madre mi metteva delle camicette secondo lei molto carine – in realtà inguardabili e antinebbia. In più avevo l'apparecchio ai denti: passavo l'intervallo a guardare gli altri che si scambiavano i baci peruggina, i ciuccioni con la lingua e i bigletti t.a.t.t. e t.v.t.t.t.b.b.
Alle superiori ero alternativa e con i miei amici alternativi deridevo quelli che festeggiavano la festa borghese del sanvalentino. Presumendo che tutti gli alternativi in genere fossero ragazzini shokkati e rancorosi come me che alle medie avevano avuto mamme che li avevano costretti a mettersi l'apparecchio ai denti e la camicia antinebbia.
Ai tempi dell'università a Milano, ricordo che il mio ragazzo di allora mi portò in un ristorante giapponese fashion e ordinò un sacco di portate. Mentre aspettavamo che il non-giapponese-bensì-cinese-di-Gallarate ci servisse, abbiamo cominciato a litigare pesante. Lui abbaiava fortissimo. Io mi sono chiusa in un mutismo impenetrabile. Quando sono arrivati tutti i vassoi mi sono alzata, ho chiamato un taxi e l'ho lasciato lì, con tutto il cibo da mangiare e il conto da pagare.
Al momento ho trentadue anni, San Valentino mi lascia piuttosto indifferente, e tuttosommato sono piuttosto felice di raccontarvi tutti questi traumi accumulatisi negli anni, grazie a Gianni Caverni che me ne ha dato la possibilità. Una buona festa dell'amore a tutti voi!
 
Sara Rados
 
 
 
Ma chi se ne frega di San Valentino? Innamorati... si, ...e allora?
Voi che siete innamorati, non vi basta? No, volete fare anche la festa.
Cos’è, volete mostrare a tutti quanto vi amate? Far vedere che il vostro amore è speciale e che tutti gli altri amori al confronto sono piccole stupide infatuazioni passeggere?
E tu, con quello sguardo acquoso, che nello specchio dai l’ultimo colpo di brillantina ai capelli bianchi sulle tempie e pensi di essere per lei l’unico uomo sulla terra, non ti viene alcun dubbio?
Ma si che ti viene! Se ci pensi bene senti dentro di te quella leggera inquietudine..., la senti strisciare su per la schiena fino dietro la nuca e piantare nel cervello la certezza che alla prima occasione controllerai di nascosto il suo cellulare.
Lo sai bene che, quell’altro, il giorno di San Valentino entrerà in contatto con lei. E tu sarai lì, pronto a tuffarti sul cellulare alla sua prima distrazione.
E’ ora di uscire, lei è splendida nel suo completino grigio topo. Lo scarlatto delle labbra è calamita per i tuoi occhi e il seno sembra una taglia superiore a quello di ieri.
Ti aggiusti gli occhiali, infili lentamente il loden blu, metti il cappello, prendi il bastone e muovi verso la porta.
Lei ti sorride, e in quel sorriso c’è già il programma della serata. Che stupido sei stato a sospettare!
Il ristorante a sorpresa quest’anno la lascerà senza fiato, e poi..., e poi sarà meraviglioso.
Ti sistemi bene alla guida della tua Ford, metti in moto e fai scivolare in avanti l’auto con dolcezza. Lasci la frizione lentamente..., molto lentamente. Fai urlare il motore fino all’agonia, poi, con calma, a un certo punto..., ingrani anche la seconda.
Conduci sicuro con parlantina sciolta quando, improvviso come una cannonata, arriva un messaggino al suo cellulare. Lei lo legge subito. Tace. Richiude il coperchio. Uno, due, tre, quattro..., ma niente, non dice niente.
Improvvisamente un solo pensiero occupa la tua mente: chi cazzo era?. Era lui! Certo che era lui!
Senti il riacutizzarsi del dolore alla schiena. Ti vuoi fermare. Non riesci a trovare parcheggio. L’auto sussulta e si spenge. Uno stronzetto ti grida qualcosa. Vorresti scendere e spaccargli la faccia. Ma no, poi lasci perdere..., non hai più l’età. Cerchi il bastone mentre con l’altra mano provi a rimettere in moto.
Ora Olga posa la mano sulla tua spalla, ti guarda e sussurra dolcemente: “Aldo, si calmi. Finiamo il giro dell’isolato e rientriamo a casa. Le preparo il semolino poi guardiamo la TV.” ... “Ma quando si convincerà a smettere di guidare? Non le serve la macchina, le provoca solo stress.”
“E tu quando la smetterai di stare sempre al telefono?”
“Ma non sono stata al telefono.”
“Non è vero. Ha appena squillato!”
“Era solo un messaggino..., era mio marito dalla Polonia. Mi faceva gli auguri per San Valentino.”
“Già..., oggi è San Valentino. Sai..., quando era viva mia moglie la portavo sempre in un bel ristorante a sorpresa. E poi..., poi era meraviglioso.”
Stefano Tanini
 
 
 
 
Sannetta Trampolini della Ferla
 
 
I bambini quando cantano a volte chiudono gli occhi, l'Adele lo fa spesso. Lo fanno perché così possono vedere quello che cantano e se chiudono gli occhi lo vedono meglio. E' un paradosso che a me ha fatto tanto riflettere. E allora stasera  ho cantato Nel blu dipinto di blu con gli occhi chiusi, insieme a lei. Abbiamo battuto qualche testata, perché poi mentre si cantava ci sembrava di volare davvero, Ma quello che ho visto in quel momento, con gli occhi chiusi, se le avessi avuti aperti, non l'avrei visto mai.
 
Barbara Dardanelli
 
 
 
Un desiderio per San Valentino? Dimenticare l’amore, almeno per un giorno. No, non è l’ennesima provocazione della me stessa più cinica e scenografica, ma una fantasia che più romantica non si può. Non ci credete? Ebbene sì, la mia proposta impossibile per il 14 febbraio, è proprio questa: scordarsi l’amore, e riscoprire l’innamoramento. Pensateci bene, cosa può esserci di più meraviglioso di una bacchetta magica che vi permetta di guardare la persona con cui da anni condividete letto, influenze e bollette da pagare come se fosse la prima volta, completamente ignari di quelle imperfezioni, per usare un eufemismo, che avete imparato a conoscere così bene? Di resettare tutti i litigi, le parole volate a sproposito, le lampadine non cambiate, le porte sbattute, le luci spente senza darvi la buonanotte, le cattiverie dette per far male, i gambaletti color carne (lei), il calzino con la ciabatta (lui)? Immaginatevi belli e splendenti a un primo appuntamento, troppo emozionati per farlo funzionare davvero ma con tutta la voglia di riuscirci, un vestito bello comprato per l’occasione e in tasca un pacchetto di mentine, pronti per un “e vissero per sempre felici e contenti” che non dovrebbe mai, per legge, essere soggetto a ulteriori precisazioni, se non nel sequel di un romanzaccio di infima categoria. E però ecco, ora che ci penso, mi è venuto un dubbio: siete proprio sicuri che vi piacereste sul serio? Non è che invece quel favoloso innamoramento è stata soltanto un’improbabile coincidenza, una concatenazione inesplicabile di congiunture che magari, a riprovarci oggi, non si ripeterebbe? E che la cosa vera, quella realmente importante, non sono piuttosto le influenze, i calzini scesi, i litigi (e i conseguenti fare la pace) e tutti quei giganteschi, devastanti casini che vi hanno portato dove siete adesso? Mi sa che per questa volta, per quanto mi riguarda, preferisco non rischiare. E invece di festeggiare il mio San Valentino speciale, mi appellerò al mio delizioso, monotono quotidiano. Una bella pizza da asporto, un morettone da 66 da dividere, e magari la nostra serie preferita sugli zombie. Il gambaletto color carne, però, giuro che non lo metto.
 
P.S. per gli amici single, inguaribilmente a-romantici o a forte rischio di diabete: 1) la colpa non è mia, è di Gianni, che ha tirato fuori tutta la sdolcinatezza che è in me, prendetevela con lui. 2) parlare di San Valentino sarà pur sempre meglio che discutere degli ultimi sviluppi della politica italiana, no? 3) se proprio non resistete, e avete un disperato bisogno di un pensiero positivo per affrontare la giornata, sappiate che San Valentino è morto torturato e decapitato sulla via Flaminia.

 
Gaia Rau



Una di queste notti, fra il 13 e il 14 febbraio voglio dire, tanto o poco tempo fa non importa, mandai sette baci e una buonanotte alla donna che amavo.
Perché proprio sette mi sono chiesto? Perchééé … perchééé … non lo so perché. Ma poi mi è venuto in mente che i perché vengono dopo, cioè i perché spesso non ci sono all’inizio, poi ci si pensa e dei perché si trovano. Proprio così, insomma si procede all’arrovescia come per gli acronimi: intendiamoci subito, se si vuole fare una ditta io e Domenico Coviello nessuno ci vieta di battezzarla con un acronimo senz’anima tipo GCDC; senz’anima e impronunciabile per di più. Magari usando solo i cognomi l’acronimo diventa almeno pronunciabile: ciccì, a leggerlo. Ma resta senz’anima. Meglio andare a ritroso: che si vende nella nostra ditta? Non si vende davvero, anzi non abbiamo nemmeno una ditta, ma si fa per fare un esempio. Si vendono gabbie per canarini, per esempio. Può essere un’idea allora scegliere un acronimo che suoni “CIOP”, sempre per esempio. Da ciop si tratta di scegliere definizioni in modo che l’acronimo che ci serve venga CIOP, appunto. Ci se ne sbatte dei nomi e cognomi e si vola altrove: la C viene da canterini, e su questo non ci piove. La I è l’iniziale di ispirati, la O viene da oziano e la P da protetti: insomma i canarini Canterini Ispirati Oziano (e così si suggerisce che se la godono) Protetti che è come negare che la gabbia li imprigioni e affermare invece che offre protezione. Uguale CIOP! Occhei non è un granché ma insomma a quest’ora di notte meglio non mi veniva. E poi era solo un esempio.
E allora perché proprio sette baci? Perché si dovrebbe dormire otto ore per notte (beato chi gli riesce, io spesso mi sveglio circa alle 4,36 con gli occhi spalancati come semafori), allora un bacio ogni ora? Nooo troppo ovvio, uno di meno perché un po’, ma poco poco, le manchi un bacio per coprire tutta la notte, ma ce ne siano abbastanza per farla sentire serenamente amata. E poi il sette mi è sempre stato simpatico da quando il mio babbo vinse col numero sette la lotteria del bar vicino a casa e se ne tornò portando un cesto di bottiglie, caffè, e, soprattutto dolciumi che io ero bambino. Col numero sette giocava Julinho nella mitica Fiorentina del 55/56, quella del primo (e penultimo) scudetto. E poi i sette samurai, i magnifici sette, sette sposi per sette fratelli, le sette note, la lega dei sette mari, i sette nani, le sette vite dei gatti, la danza dei sette veli.
E poi sette è la metà di quattordici e il quattordici febbraio è sanvalentino.

Gianni Caverni

 
 
 
 
 
 
 
 

 

11/02/14

UN PO' DI CLEMENZA, O ALMENO DI PIETA' di Silvia Nardi Dei

E poi un momento, Vostro Onore, signori della Corte, signori Giurati: tutti lì a puntare il dito contro i maschi potenti, i Presidenti, i miliardari,  che fin da lontana memoria, tra stagiste sotto le scrivanie, ballerine e soubrette  hanno non soltanto tenuto alta la bandiera di quell'antico detto che ha a che fare, come citato, coi buoi, i carri e qui mi fermo perché divento tutta rossa, ecco, ma addirittura hanno anche fatto crepare di invidia migliaia di altri maschietti meno “fortunati” tra i comuni mortali.



Come mai, Vostro Onore signori della Corte, signori Giurati, nessun giudice, o anche giornaletto gossipparo, non ha, che io sappia, ancora fatto una ricerchina su queste povere donne tradite lungamente, e a volte, come in questo caso, pure abbandonate? Vorrei per un attimo attirare la vostra attenzione su alcuni piccoli particolari, quisquiglie. La situazione tipica è questa:

 

LEI: Bellissima,  vitale e sana, taglia 42, tette e sedere perfetti, spigliata, insomma una gnocca pazzesca e in alcuni casi, guarda, anche capace di mettere insieme un soggetto, qualche predicato e qualche complemento!



LUI: Orrendo, forma fisica forse trent'anni prima, sex appeal come un cetriolo sott'olio e magari sense of humor che ricorda quello dei monaci benedettini, o se va bene quello di uno a caso: Berlusconi... insomma, tremendo. Però ricco e potente.

Eppure, il miracolo si compie: si innamorano eccome! Ora, alcune “colleghe” (nel senso di femmine, intendiamoci) mi hanno confessato che loro, di un uomo ricco e potente POTREBBERO ANCHE innamorarsi, e io voglio crederci. Può darsi che ricchezza e potere possano se non far innamorare, almeno suscitare pensieri bollenti nei confronti di questi bozzoli inespressivi, io voglio crederci per davvero.



Ma Vostro Onore, signori della Corte, signori Giurati, quanto pensate possa durare la fedeltà di queste ancelle profumate? Un paio di giri del mondo su un aereo privato? Un'armadiata di abiti griffati e qualche decina di chiocchi sbrilluccicanti alle dita? Dopodiché proviamo a immaginare: il grande capo sempre fuori casa per meeting, breefing, brain storming, incontri coi potenti della Terra e chissà cosa, e loro? Nei loro castelli sole sole ad aspettarli?

Io non vorrei infierire, ma credo che ogni tanto, se proprio si deve andare a guardare nel buco della serratura, bisognerebbe provare anche a guardare da quella parte, ascoltate me! E se ne vedrebbero di tutti i colori, per davvero.



E su scala internazionale, non voglio in alcun modo salvaguardare nessuna! Poi, certo... magari le nostre signore non metteranno a rischio la sicurezza di un Paese, ma sottoporranno di sicuro i nostri eroi maschi a stress terribili, a probabili corna col personal trainer, col cameriere, con lo stagista, l'autista, o come da tradizione con lo stalliere, e pure il personal shopper. Ma avete idea che disastro dover governare un Paese o guidare una multinazionale con questi “problemi” in testa?  Signori della Corte, signori Giurati abbiate un po' di clemenza per questi maschi circuiti, usati e poi, sommessamente buttati sotto il letto!

Invoco almeno un po' di pietà, bipartisan.






16/01/14

CARA SILVIA: LA RISPOSTA ALLA RISPOSTA di Domenico Coviello


Cara Silvia, ho parlato con Ivan e gli ho fatto leggere la tua risposta. E’ tutto contento, nella sua inguaribile stralunataggine. Pensava di beccarsi un servilliano “vafangulo”, invece si è ritrovato una critica e una difesa di Servillo davvero serrate e ottimamente presentate.
A lui non interessava criticare “La grande bellezza”, ma un grandissimo attore che, di fronte a un, per altro molto pacato, rilievo finale di una giornalista al telefono, circa critiche che sono state fatte al film in Italia (senza neanche entrare nel merito delle stesse), perde le staffe molto banalmente – come un Ivan qualunque, insomma – e invece di rispondere, magari con una semplice battuta, proclama, con una certa prosopopea attoriale, che “le critiche sono inopportune in questo momento e alla maggioranza degli italiani non interessano” (dopodiché procede al “vaffa”).
Perché criticare qualcosa dovrebbe essere un atto “inopportuno”? Di solito così rispondevano i censori, anche quelli delle pellicole cinematografiche (come Andreotti negli anni ’50). Se qualcuno fa delle critiche, “La grande bellezza” rischia di perdere pubblico nelle sale oppure l’Oscar? Perché Servillo stabilisce inderogabilmente che le critiche “non interessano alla maggioranza degli italiani”? E se anche così fosse, un giornalista deve obbedire alle maggioranze?
Povero Ivan, cara Silvia, cerca di capirlo. Si fa delle domande che ai nostri tempi appaiono da moralizzatore un po’ parruccone. Però alla fine di tutto - mi ha detto -, non bastava che Servillo rispondesse alla giornalista ponendole quei quesiti che Silvia pone così bene circa le critiche preconcette al film? E, ha concluso, speriamo comunque che il film vinca l’Oscar! 
 

CARO IVAN D.: LA RISPOSTA A DOMENICO COVIELLO di Silvia Nardi Dei

Caro Ivan D., vorrei fare del mio meglio per risollevare il tuo umore, ora ci provo. E ci provo tentando di rispondere io alla giornalista al posto di Servillo, dato che la linea telefonica era disturbata e, se ascolti attentamente la registrazione, capirai che Servillo ha sussurrato l'imprecazione pensando che non ci fosse più nessuno in linea ad ascoltarlo.

 Mi sono informata parecchio, e ho scoperto che giornali americani del calibro di Variety, Los Angeles Times, New Yorker hanno parlato di un capolavoro, di un film straordinario, di un film magnifico, di un magistero registico. Il New Yorker ha iniziato addirittura la recensione con queste parole "Il volto di Toni Servillo è un tesoro del cinema contemporaneo" e quindi ha apprezzato la regia di Sorrentino, l'interpretazione di Servillo e tutto quello che rende questo film così potente, così ambizioso.

Come mai allora un film così bello, in Italia ha avuto delle recensioni molto meno significative? Era questa la domanda a cui la giornalista voleva assolutamente che Servillo, nel giorno della notizia del Golden Globe, rispondesse? Proviamo: come mai appena uscito dai nostri confini le recensioni sono diventate così belle? Io faccio una riflessione un po' amara, ma la prima cosa è che NEMO PROPHETA IN PATRIA , la qualità non viene riconosciuta immediatamente nel suolo patrio, non è la prima volta che succede e chissà quante altre volte succederà. Ma c'è di più: Sorrentino fa un film estremamente ambizioso, visto che in molti (in Italia) hanno gridato allo scandalo per aver lui usato come riferimento Fellini, il Fellini de La dolce vita, in particolare, ma anche di Roma e di Otto e mezzo, e questa è una prima cosa che turba; come osa questo regista paragonarsi a uno dei più immensi registi italiani? E ancora: come può mettersi a competere con uno dei film più iconici più belli di tutti i tempi, La dolce vita?
Molti critici italiani ci sono rimasti di stucco. Ma io voglio però puntare il dito anche sulle differenze: La dolce vita raccontava un inferno travestito da paradiso, a vedere da vicino quello che diceva Fellini, il mondo raccontato in quel film è un mondo debosciato, decadente, stanco, cinico; eppure la superficie è affascinante, si è creato il mito della dolce vita, grazie a quel film. Cinquant'anni dopo, Sorrentino racconta un mondo molto più debosciato, molto più decadente, molto più corrotto, che non ha più neanche quell'apparenza di glamour e di bellezza, per trovare quella bellezza che c'è ed è eterna come quella città, bisogna trovarla all'alba, in alcuni palazzi, e in alcuni scorci della città stessa. Ma non è soltanto questo. Cosa fa? Cosa dice Sorrentino? Sorrentino ci racconta che questo mondo è non solo stanco, corrotto, debosciato ma è totalmente provinciale, inutile. Il regista ha il coraggio, la forza di puntare il dito accusatore verso il mondo che sembra dominare la cultura italiana. C'è una scena memorabile  in cui il protagonista attacca, anzi massacra un'esponente di quel mondo radical chic che frequenta molto le terrazze romane.
Lui dice a questa donna che è fasulla, che è disperata come lui stesso e come tutti i personaggi di quel mondo, ma soprattutto che ha costruito con prosopopea una vita e un'esistenza basata sul nulla, su nessun tipo di qualità reale. E' un attacco durissimo, forte e abbastanza inedito nel mondo del cinema italiano. E secondo me attacca proprio una parte di quel mondo che quando uscì si trovò a recensire il film stesso. Forse può esser capitato che  queste recensioni così tiepide o addirittura risentite nascano da un problema ideologico:  che i recensori si siano sentiti tirati in ballo? E non è l'unico mondo che Sorrentino attacca, ad esempio una parte del mondo dell'arte, un mondo fatto di collezionisti opulenti e volgari, di artisti che non sanno neanche spiegare che cosa fanno, di povere bambine magari geniali ma costrette con violenza ad esprimere la propria arte, racconta il mondo dei nobili decaduti che addirittura si possono affittare per una cena, racconta una Curia superficiale e vanesia e di quel cardinale che continua a ripetere soltanto delle ricette, e racconta anche la voglia e la necessità di trovare la bellezza e la grazia nella figura di una santa, forse la parte un po' meno riuscita del film stesso.
Insomma Sorrentino non ha paura, e questo non gli viene perdonato.
Ma questo stesso approccio così ambizioso, così forte, supportato poi da immagini meravigliose, viene celebrato appena il film esce dai nostri confini. Anche in Inghilterra, ad esempio, ha ottenuto un successo clamoroso di pubblico e di critica. E allora, nel giorno del trionfo a parer mio meritatissimo, se una giornalista punta il dito proprio sulle critiche di casa nostra, un bel vaffa fuori onda, secondo me, è quanto di più sano e genuino poteva scappare da quella bocca, ma insisto: si capisce perfettamente che il malandrino pensava di non esser sentito. Quanto al bisogno di farsi notare di Grillo, il nostro, a chi gli chiese se gli piacesse Grillo, rispose così:  " Devo essere sincero, no. Mi sembra che riproponga un'immagine di leaderismo che è molto vecchia, passa per Rienzi (tiranno wagneriano, ndr),  per Masaniello, arriva a Berlusconi e adesso diventa lui, c'è molta protesta che è anche vera ma molto poca proposta. Il palcoscenico mi ha insegnato una moralità, ad esempio il camminare insieme e lo stare ad ascoltare chi ha più esperienza di te, a fare tesoro del passato a non gettare tutto in un cestino, mi ha insegnato anche a non distruggere soltanto. Mi rendo conto che mi faccio dei nemici ma me li faccio volentieri, ma insomma che le devo dire? Grillo non mi piace".
Sicchè, caro Ivan D., io non me la prenderei troppo, anzi ci farei una bella risata e speriamo vinca pure l'Oscar!

06/01/14

STILL LIFE di Silvia Nardi Dei


Il film che ho visto ieri sera si chiama "Still life", che in italiano significa "natura morta". Più che a una natura morta, secondo me, il regista, scegliendolo come titolo per questa strana storia, ha pensato a una traduzione letterale, ovvero "ancora in vita".
Il regista si chiama Uberto Pasolini, sono andata stanotte a rovistare nel web dove ho scoperto che lui vive a Londra e che non ha alcuna parentela col Pasolini più famoso. Il protagonista del suo film, invece, si chiama John May, è un omino.. sì esatto, proprio un  omino che vive in una periferia londinese e che fa un mestiere molto strano: fa l'impiegato di quel distretto comunale, dove  si occupa esclusivamente di rintracciare le famiglie delle persone che sono morte in solitudine e al tempo stesso di organizzarne le esequie.
E non è un lavoro semplice! Ho scoperto che in Inghilterra questo mestiere esiste davvero, e nel film, il signor May arriva come un poliziotto nelle case dei defunti per scoprire il loro passato, per trovare indizi che lo aiutino a rintracciare le loro famiglie.
E' molto scrupoloso e preciso, il signor May: per ogni defunto apre una specie di cartella "clinica" dove minuziosamente raccoglie tutte le informazioni che trova, e non solo: le foto, le lettere, qualche oggetto personale come una collana rossa, la foto di un gattino col cappello da babbo Natale o alcuni vecchi dischi in vinile, e quanto di più personale possa aiutarlo, se non a rintracciare i familiari persi chissà dove, almeno a scrivere un dignitoso discorso funebre che effettivamente parli di loro, della loro vita, della loro personalità, della loro unicità.
Bisogna dire che la giornata del signor May si svolge in modo ripetitivo e solitario: è solo nel suo piccolo ufficio dove cataloga le sue schede, i suoi "casi"; è solo, quando va a ispezionare le case dei defunti e si sofferma sui dettagli di quelle vite che da poche ore si sono fermate ma di cui lui ancora scorge traccia: le ditate dentro il barattolo di crema per il viso, o la forma della testa ancora impressa sul cuscino del letto (i defunti sono già all'obitorio che aspettano di essere cremati, se le ricerche del signor May falliranno, o un funerale e la sepoltura, nel caso contrario) ed è sempre da solo quando torna a casa sua.
Lui stesso pare non aver nessuna famiglia, e ad aspettarlo c'è la solita scatoletta di tonno e la solita fetta di pane da abbrustolire.
Insomma, lui non ha nessuno, dunque sembra non pensare a ciò che gli altri pensano di lui. Nessuno lo guarda, né presta attenzione a lui. Ma ovviamente, nel tentativo di risolvere l'ultimo "caso" della sua carriera, il signor May s'imbatterà in una serie di personaggi legati a quest'ultima vita da risolvere che lo toccheranno nel profondo, e guarda caso qui si ha a che fare con un circo di persone un po' strambe, oltre che sole, ex combattenti di guerra, alcolisti, donne lasciate sole e figli non riconosciuti, e come spesso succede ma si tende a non accorgersene, lì scorre la vita vera, l'imperfezione, la fuga dalle responsabilità troppo grosse da onorare ma anche tanta verità, tanta umanità, tanta bellezza.
Non scrivo altro, altrimenti se qualcuno mi legge poi mi accusa di aver raccontato tutto e al cinema a vederlo non mi ci va! Ma certamente posso dire che il film parla del riconoscimento di una vita passata, del valore di tutte le vite, e secondo me dell'importanza di aprire la propria vita agli altri, e il signor May vive il suo lavoro in questo modo, dando valore e riconoscimento a vite che senza di lui sarebbero completamente dimenticate.
Mi piace citare questo attore stupendo, che non conoscevo, e che si chiama Eddie Marsan: in questo film ha saputo creare una presenza enorme col minimo (almeno ci fa credere così) sforzo. La sua recitazione è di quelli che ci fanno vedere tutto senza che apparentemente niente venga mostrato.
In questo non facile esercizio è aiutato da un grande doppiatore, Franco Mannella, che ha saputo con la sola voce, accompagnare il signor May in questo incredibile mestiere e viaggio intorno ai sentimenti degli altri, alle loro vite, alla loro intimità, partendo dalla fine.