28/06/14

CORPI AEREI DI GIANNA SCOINO di Gianni Caverni

"Abiti, corpetti e piccole camicie sembrano usciti dall'atelier di un sarto d'anime, che nel silenzio del suo lavoro ritaglia ricordi, tesse storie con ago e filo pronunciando formule antiche e nuovi incantesimi" scrive Antonio Vanni nel foglio di sala a disposizione dei visitatori della mostra "Corpi aerei" che propone gli ultimi lavori di Gianna Scoino nello spartano spazio di SESSANTAQUATTROROSSO in via Maggio 64 rosso, a Firenze.

Si tratta di quel genere di mostre che mi piacciono molto, le definirei "brevi": impegnative solo perché meritano grande attenzione ma agili per la quantità di lavori esposti e la levità degli argomenti trattati. O meglio sarebbe dire per il trattamento lieve degli argomenti scelti, che nel caso della Scoino è spesso la memoria, quella traccia impalpabile e potentissima che lasciano gli altri intrecciandosi con i fili della nostra vita. Brevi in fondo come le canzoni che ci prendono con le lusinghe della nostalgia o i tremori delle speranze.

"Mia madre è lì alla finestra guarda sempre lontano
quella coda di fuoco quando passa un aeroplano.
Lei vorrebbe salire, sì, vorrebbe partire poi sparire
lontano.
Poi ogni sera resto solo come ogni sera resto solo
si potrebbe andare al cinema o mangiare un gelato
poi si blocca, sorride: potessi dargli un bacio, presto dammi un bacio".

A proposito di canzoni, quel Joe Temerario di Ron potrebbe essere proprio lui a pilotare quegli aerei che sono legati con un filo, quello dei sogni, dei pensieri, dei rimpianti forse, o inseriti nei marsupi delle camicie, dei corpetti candidi (o quasi) cuciti con carta e tela tarlatana da Gianna intorno al filo di ferro cotto, imparentati indissolubilmente alle grucce essenziali che pendono, celate e silenziose, ogni giorno dell'anno, nell'armadio del nostro cuore.

Come per il cambio di stagione l'artista li porta alla luce, fa loro prendere aria, li riesamina, ne controlla affettuosa la salute, la misura, la possibilità di essere ancora indossati o almeno conservati, comunque vissuti.

E poi le foto evanescenti dei volti, probabilmente dei suoi allievi all'Accademia di Belle Arti, con dei fantasiosi ed essenziali cappelli bianchi che forse non sono altro che un'altra forma di aerei, comunque di ulteriori possibilità di volo libero, silenzioso e personale.
Fino al 5 luglio, 16,30 - 19.

25/06/14

SANDRO I JERSEY BOYS E CLINT di Gianni Caverni

SANDRO

Sandro era il più bello, capelli biondi lisci, occhi azzurri, alto. Si era a cavallo fra i '50 e i '60.

Sandro era il più bravo, giocava bene a pallacanestro (come si diceva allora), a calcio (ma ci giocava poco), correva più forte di tutti noi, in piscina lo presero subito nella squadra perché andava forte a stile libero, a rana, a dorso, e imparò subito a nuotare a farfalla.

Sandro non era il più bravo a scuola, anzi. Ma d'altronde io dovrei proprio stare zitto su questo argomento.

Sandro è del '46 e per un po' di tempo ho pensato che era meglio essere nati nel '46 piuttosto che nel '47 come me.

Forse ero più alto io ma mi sembrava più alto lui.

A ripensarci ora (ma quanti anni è che non ci ho più pensato?!) Sandro era anche un po' coglione, in svariati campi, ma allora era tanto, troppo meglio di me; e poi un po' coglione in fondo lo ero anche io.

Jasper Johns - Flag

Lui aveva il mito dell'America: tutto ciò che era americano era bello e giusto, e tutto ciò che era bello e giusto non poteva essere che americano. Arrivavano allora i primi jeans, Dogies, Lee, Wrangler e i Levi's che allora si chiamavano (anche ora credo ma non lo si dice più da secoli) Levi's Strauss. Ma quelli che ci piacevano di più erano i Lee che nelle tasche di dietro avevano la cucitura decorativa ad onda. Poi c'erano i Rifle che non erano male ma ci si immaginò da subito che erano italiani e quindi di serie B. Ma se ne dovevano importare ancora pochi se capitava spesso che dopo la prima lavata diventavano mestamente di una tonalità marronicchia che faceva schifo: erano quelli non originali (oggi si direbbe taroccati), insomma non erano americani.



Non ho mai visto Sandro con indosso dei jeans che non fossero quelli originali: io per esempio dopo alcune fregature andavo a comprarli ai barroccini di San Lorenzo munito di un fazzoletto bianco di stoffa, nel segreto del "camerino di prova" che era fatto da tende di stoffa militare, estraevo guardingo il fazzoletto, lo umettavo abbondantemente di saliva e lo strusciavo vigorosamente sulla stoffa: se il fazzoletto si tingeva di quel bell'azzurro tipico dei jeans i pantaloni erano originali e si potevano comprare.

Sandro aveva un'eleganza innata fatta di dinoccolatezza e naturalità, qualsiasi cosa si mettesse addosso sembrava un capo di sartoria, sartoria americana of course. Mi resi conto abbastanza presto che sua madre aveva capito il trucco e gli comprava cose anche normali e gliele dava dicendogli che le aveva trovate in un negozio che aveva solo cose che venivano dall'America e lui era contento.

Eravamo amici ma non proprio amici amici, un po' perché averlo come amico era un po' pesante che le ragazzine guardavano solo lui, e poi perché se ne stava anche bene per conto suo fra i suoi sport e i suoi vestiti americani.

Poi ci siamo persi di vista, sapevo che lavorava come commesso (ma credo infine come direttore) nel più noto, allora, negozio di scarpe di Firenze e ricordo di aver pensato che il suo fascino non si doveva essere intaccato se sua madre, allora amica di famiglia, raccontò una volta che diverse signore, clienti del negozio, aspettavano per farsi servire proprio da lui che non poteva non osservare mentre era in ginocchio per agevolare la prova che pur indossando le gonne le ricche dame si scordavano spesso di indossare le mutandine.

Una volta Sandro che, inutile a dirsi, aveva un certo successo con le turiste, ovviamente americane, mi disse che una di loro, una volta rientrata negli USA gli aveva spedito in dono un disco a 45 giri che là aveva molto successo e che "qua non si trova", naturalmente.

Era un pezzo delizioso, era Sherry, dei Four Seasons.



JERSEY BOYS

Tutto questo per spiegare perché scrivo una recensione dell'ultimo film di Clint Eastwood senza averlo visto (fenomeno questo non poi così raro che tutto non si può sempre vedere e che gli uffici stampa forniscono così tanti materiali che ci si può cavare alla grande). Si intitola "Jersey Boys", è tratto dall'omonimo musical di Marshall Brickman e Rick Elice e sceneggiato da John Logan che nel 2006 ha vinto al Tony Award, l'oscar del teatro.

"Scordiamoci, insomma, la grandiosità di “Bird”, primo biopic musicale di Eastwood, che diresse nel 1988, e che gli offriva però un materiale molto più forte. “Jersey Boys” è un incanto totale per ricostruzione, numeri musicali e recitazione, un po’ meno come sviluppo narrativo" scrive Marco Giusti su Dagospia. Ma il suo pezzo per la velenosa web-rivista di Roberto D' Agostino inizia così: "Chi è cresciuto tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 con “Sherry”, “Cry For Me”, “Big Girls Dont’t Cry”, “What a Night”, con la voce in falsetto di Frankie Valli e i coretti dei Four Seasons, non può non commuoversi davanti a “Jersey Boys”, diretto e prodotto da Clint Eastwood alla tenera età di 83 anni". Ecco, che vuoi cercare motivi oggettivi, che ti metti a fare a cercare il pelo nell'uovo o il pagliaio intorno all'ago: ci sei cresciuto in quegli anni? Si? Goditi il film. Non ci sei cresciuto? Peggio per te ma guarda il film e impara qualcosa dei tuoi genitori (o nonni).

"Noo, ma anche questa?!" diceva sorpresa un'interprete del film (non ricordo chi) man mano che sentiva le canzoni dei Four Seasons, ecco questa sarà una vera sorpresa per chi non è cresciuto in quegli anni.

La storia è quella vera di Frankie Valli (interpretato da John Lloyd Young) e di Bob Gaudio (Erich Berger), Nick Massi (Michael Lomenda) e Tommy DeVito (Vincent Piazza, l'unico che non è lo stesso interprete del musical), i Four Seasons, con tanto di serio disagio dei giovani italoamericani di strada e border line con la criminalità, con tanto di padrini mafiosi (il grande Cristopher Walken), di liti, violenze, stronzate e tutto il brodo di cultura dei giovani in bilico di quegli anni (e non solo di quelli).



CLINT

Clint è Clint: "Tiva al cuove Vamon, casca in tevva e si vivizza", così raccontava la scena clou di "Per un pugno di dollari" un amico fornito di comica evve moscia alla ragazzina che poi diventerà la mia prima moglie.

Clint, sì quello che in un aneddoto abusato riceve questo complimento da  Sergio Leone: Mi piace Clint Eastwood perché è un attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e una senza cappello. Quello che ha fatto "Bird", "Million dollar Baby", "Al centro del mirino", "Gli spietati", "Mystic River", "Gran Torino" e tanti altri film.

Per quanto mi riguarda gli perdono molto volentieri la chiacchierata a Tampa con la sedia vuota di Obama per appoggiare la candidatura alla Casa Bianca di Mitt Romney. E poi è un libertario, è a favore della concessione di tutti i diritti compreso quello del matrimonio ai gay.

E' Clint, e lui sa bene come tivave al cuove!

22/06/14

ALLA PORTATA DI TUTTI. NODDAVVERO! della contessa Sannetta Trampolini della Ferla

Molti mi chiedono cosa si nasconda dietro la mia arte, quale sia l'ispirazione, come scaturisca la scintilla della creazione nel crogiolo della mia mente, dove tragga gli spunti per la mia feroce evocazione, quando.....MA CHE PALLE! Io sono fondamentalmente “ragazza” e non ho idea perché alle mie mostre sia sempre presente il gotham della cultura....



 
 
 
 
 
(Dalla pagina Facebook della contessa Sannetta Trampolini della Ferla)
 

18/06/14

PURO SEMPLICE E NATURALE di Gianni Caverni

"A me mi piaceva il Barocco" (sì sì, proprio a me mi) ho detto alla soprintendente del Polo museale fiorentino Cristina Acidini quando l'ho rincontrata verso la fine del giro della mostra, "e la cosa era mal sopportata dalla mia professoressa di Storia dell'arte del liceo". "Lo credo bene!" ha scherzato lei. 


Andrea del Sarto - Annunciazione

In realtà alla mia veneranda età ho forse (meglio non essere precipitosi) capito perché a Firenze il barocco non ha mai davvero goduto di buona fama, e l'ho forse (appunto) capito proprio durante la presentazione e la visita di Puro semplice e naturale nell'arte a Firenze tra Cinque e Seicento, la seconda  mostra di Un anno ad arte 2014, il programma espositivo preparato con l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze. 

Santi di Tito - Annunciazione

Ideata e curata da Alessandra Giannotti e Claudio Pizzorusso la mostra, chiarisce sin dal titolo della prima delle sue 9 sezioni, La novità della tradizione, quali siano le sue linee guida: sovvertire il luogo comune di una cultura fiorentina passatista ed affermare, al contrario, le novità che percorrevano anche quell'arte che fra '400 e '600 restò fedele ai propri modelli. Andrea del Sarto e Fra' Bartolomeo, che Vasari vedeva estranei alla Maniera moderna e quindi esponenti di una tendenza che a parer suo era superata e senza futuro, tornarono fondamentali, alla fine del '500, come più consoni principi stabiliti dal Concilio di Trento. 

Fra' Bartolomeo - Padre Eterno con Maria Maddalena e Caterina da Siena
Particolare
Particolare

Santi di Tito e Jacopo da Empoli vollero sottolinearne l'importanza e, a metà del Seicento, Lorenzo Lippi ed Antonio Novelli si impegnarono nell'indicare il loro ruolo fondamentale nella definizione di un'altra strada capace di essere divergente dalla "dilagante figurazione barocca".
Insomma da questa volontà di rimanere all'interno del linguaggio estetico e contenutistico precipuamente fiorentino nasce e rimane forte quello che la Acidini, in sede di presentazione della mostra, aveva definito perfettamente come "un movimento in cerca di autore, o meglio in cerca di un nome".

Bronzino - San Sebastiano
Particolare

Pittura "riformata" viene definita a volte, ma, secondo Antonio Natali non è sufficiente. "Naturalismo" allora? si rischia di confondersi con Caravaggio ed i caravaggeschi con i quali ha niente in comune almeno sul piano delle atmosfere.
"Non è una mostra facile" ha esordito Natali, ed ha aggiunto che è un bene, "perché di mostre facili ce ne sono anche troppe. Penso a quanti fiorentini sono partiti alla volta di Bologna per offrire un tributo alla Ragazza dall'orecchino di perla, quadro bellissimo sia chiaro, ma diventato oggetto di culto per via di un libro e di un film, e magari faranno chiudere senza averle viste la mostra a Palazzo Strozzi sul Pontormo e sul Rosso e questa così perfettamente sintetizzata in "Puro semplice e naturale".

Giuliano Bugiardini - Sposalizio mistico di santa Caterina (particolare)

Comunque a me mi continua a piacere il barocco. Ma ha proprio ragione Claudio Pizzorusso che suggerisce, come istruzioni per l'uso della mostra, di aver sempre a mente che si tratta di una mostra sul linguaggio, quello fiorentino.
Galleria degli Uffizi, fino al 2 novembre, www.unannoadarte.it

Carlo Dolci - Madonna del giglio (particolare)

14/06/14

IL VIDEO DELLA MOSTRA SU PONTORMO E ROSSO A PALAZZO STROZZI



A poco più di un mese dalla chiusura della bella mostra di Palazzo Stozzi il video ufficiale qui:
https://www.youtube.com/watch?v=HmIsCR2dLaQ

PER PAOLA BORTOLOTTI

Ho ricevuto queste parole su FB da Beatrice, figlia di Paola Bortolotti, scomparsa poco tempo fa. Volentieri le pubblico anche su Inganni Veraci sperando così di allargare il numero delle persone che le possano leggere e rispondere positivamente all'appello che lancia sua figlia.
Gianni Caverni
 

Sono figlia di Paola Bortolotti, che tu hai ben conosciuto. Scusa se pubblico questo sulla tua pagina ma le persone intelligenti e sensibili ti seguono e forse mi aiuteranno.
La mia mamma, “prima di partire per i suoi viaggi”, ha lasciato delle volontà scritte e precise.
Donare i sui cataloghi e libri d’arte a due musei importanti in Toscana e la speranza in una pubblicazione sul suo lavoro plurie...nnale, che se oggi fosse ancora in vita, avrebbe fatto lei.
Io, in quanto figlia ed erede delle sue volontà desidero portare avanti il suo progetto dedicato alla mia mamma ed al suo lavoro, come è stato anche quello di scoprire e promuovere artisti emergenti.
Ho deciso di raccogliere e conservare le sue pubblicazioni, i suoi articoli e tutti i progetti delle mostre da lei promosse o seguite.
Così come la sua piccola collezione di opere degli artisti che lei amava, frequentava e promuoveva con il suo particolare carattere, la sua personalità e la sua libertà di essere VERA.
Spero di trovare un luogo che dia spazio a questo personaggio, Paola Bortolotti, e so che non sarà semplice e forse anche oneroso.

Vi invito a venire, per la raccolta fondi a favore di detto progetto, in via Orcagna 62, dalle ore 19 alle 22, nei giorni di
15 giugno
16 giugno
17 giugno
per prendere un ricordo di Paola, lasciando una offerta libera, che sarà destinata alla realizzazione di un “ricordo per lei e gli artisti che ha seguito”

Beatrice
338.8552920
Bea671967@gmail.com

06/06/14

OPOERANNOI! di Gianni Caverni

Opoerannoi!
La Giunta comunale si ritrova per la prima riunione alle 8,30 in piazza Stazione, prende il 13 (pagano tutti il biglietto, ne siamo certi, sai che mazzate alla corruzione ad ai privilegi?!) fino al Piazzale Michelangelo. Scendono e via a piedi pieni di vigore e di entusiasmo operativo fino a San Miniato. C'è anche Nicoletta Mantovani vedova Pavarotti che serve a poco apparentemente se non che può forse (anzi FORSE!) ottenere qualche ingaggio di prestigio a prezzi popolari per il nuovo Teatro dell'Opera che parte col fiato corto, anzi cortissimo. Ma di questo non mancherà occasione di parlare.

Gli deve essere sembrata una grande idea a Nardella o a chi per lui quella di fare la prima riunione del nuovo governo della città a San Miniato: è un bel simbolo, avrà pensato, è una metafora per indicare che il nuovo sindaco e la sua truppa vogliono tener conto dell'insieme, del panorama completo dunque, dei problemi complessivi di una "moderna città metropolitana". No perché i nuovi assessori magari se non vedevano bene bene tutto il panorama della città del fiore magari non ci avrebbero pensato a vedere di tener presenti i problemi della gente: che sia dipeso dal fatto che la prima riunione della giunta veneziana non si sia tenuta in cima al campanile di San Marco se in questi giorni si assiste all'emersione di tutta quella merda relativa al Mose, come potevano fare a comprendere che non era il caso di avere in mente sono gli affaracci propri e delle proprie cricche?!
E' un segnale importante, m'immagino che dicano i sostenitori di questa ideona. Che sia un segnale non ci sono dubbi, ma un segnale della stima che Nardella sembra avere dei cittadini pronti a farsi turlupinare da azioni da minculpop. Io spero che la Mantovani non si sia ancora messa all'opera per l'internazionalizzazione di Firenze e che all'estero non abbiano fatto caso a questa piccineria che potrebbe solo renderci ulteriormente ridicoli. A proposito del ridicolo: ma che fine ha fatto il marchio, il logo, il brand, come lo volete chiamare, scopiazzato da quello di Praga e bruttarello che Nardella cantò come il frutto della genialità fiorentina salvo il giorno dopo, viste la montagna di battute che aveva generato, affermare che non era poi obbligatorio usarlo?
Opoerannoi.

05/06/14

A SOLI 15 GIORNI DALLA FINE DEL FESTIVAL!

A soli 15 giorni dalla fine del festival Cannes è già qui!!


Comincia stasera! Per vedere il programma completo cliccare qui
http://www.quellidellacompagnia.it/?portfolio=cannes-a-firenze-al-cinema-fulgor-5-10-giugno

(Dio che locandina bella!)

ALLA MENSA DELLA CARITAS di Gianni Caverni

Il contatore luminoso segna 377 ma alla fine del servizio si aggirerà sui 400/420. Tanti sono gli utenti che tutti i giorni, tutti tutti, compresi domeniche, natali, befane e primi dell'anno, vanno in via Baracca angolo via Pietri per trovare un pasto gratuito e abbondante.
La sede è quella della Caritas, qui funziona alla grande una delle due mense più capaci di Firenze (l'altra è in piazza Santissima Annunziata) attivate da anni dall'organismo pastorale della CEI(ConferenzaEpiscopale Italiana, l'unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) che si prefigge lo scopo di promuovere «la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell'uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica» (art.1 dello Statuto).
Qualche giorno fa sono stato invitato, insieme ad altri colleghi giornalisti, a pranzo alla mensa della Caritas, non perché qualcuno si era accorto che come categoria stiamo messi proprio male, ma perché la campagna promozionale per far conoscere "Il pesce dimenticato", promossa da Regione e Unioncamere Toscana, si rivolge quest'anno alle mense scolastiche, aziendali e del "terzo settore".

L'invenduto di alcune cooperative di Lega Pesca viene consegnato gratuitamente alla Caritas Toscana garantendo quindi un'efficace lotta allo spreco ed una valorizzazione di un prodotto di grande qualità e bontà che da troppo tempo non viene opportunamente sfruttato nelle nostre tavole. In questo caso lo chef di Vetrina Toscana Maurizio Marsili ha pensato e preparato un primo piatto ed un secondo davvero ottimi.
Maurizio Marsili

Sotto lo sguardo di Papa Francesco e del Cardinal Betori, immortalati nelle foto appese ad una parete, gli uomini e le donne, i giovani e gli anziani utenti bisognosi si sono messi prima in fila al banco di distribuzione e poi seduti ai tavoli.

Noi giornalisti che a volte abbiamo il vizio di mettere i piedi nel piatto (è proprio il caso di dirlo), pieni da aifon, samsung, telecamere, macchine fotografiche siamo stati giustamente stoppati dai volontari presenti perché, non ci voleva molto per arrivarci da soli, non riprendessimo gli utenti che, suppongo soprattutto gli italiani, ma non solo, non avevano certo piacere di apparire in qualche servizio sulla faccenda. Alla fine, quando tutti gli utenti se ne sono andati, e con loro i giornalisti a preparare i servizi, siamo rimasti solo io ed un operatore del tg3 a mangiare, insieme ai volontari e agli addetti, i piatti preparati sotto la supervisione di Maurizio Marsili.
Alessandro Martini

Accanto a me a tavola c'era Alessandro Martini, direttore della Caritas Toscana che mi ha fornito alcuni dati molto significativi: in tutte e 16 le principali mense della Caritas nella regione, che funzionano solo a pranzo, ogni giorno vengono forniti circa 3000 pasti. Ma forse il dato che più fa pensare e che mostra in tutta la sua crudezza come la situazione sia drasticamente peggiorata, è che se qualche anno fa la percentuale degli utenti italiani era del 3 % oggi ha raggiunto il 20.

04/06/14

FIGLIO D'ARTE (SECONDA PARTE) di Nicola Nuti

Nel 1966 la pittura di mio padre si era già attestata su un robusto informale. Lui fu tacciato di tradimento dagli altri artisti del gruppo di cui aveva fatto parte fin dal '48, che proseguirono sulla strada del rigore geometrico.

Ero ancora convinto che quei quadri avrei potuto farli anch'io, mentre si avvicendavano sempre più spesso i vari mercanti e collezionisti. Il fatto era che il gruppo del babbo, Astrattismo classico, aveva avuto un certo successo, soprattutto fuori Firenze,  con alcune mostre a Detroit e a Buenos Aires, così anche se Mario Nuti adesso aveva preso la strada dell'informale, era comunque ritenuto una giovane promessa dell'arte italiana. Poi bisogna considerare che io,  essendo   asmatico, avevo bisogno di cure costose e di lunghi soggiorni al mare, quindi alcuni dei collezionisti approfittarono dell'urgenza per spuntare prezzi particolarmente bassi. Una volta dovemmo tornare in città, perché i soldi erano finiti: mia madre me lo annunciò sottovoce, sulla spiaggia, in mezzo agli ombrelloni delle agiate famiglie per bene. Allora io mi allontanai, per tornare subito dopo con uno dei miei amici urlando: "Mamma, non mi credono. E' vero che andiamo via perché non abbiamo più soldi?"

da destra Alvaro Monnini, Mario Nuti e Gualtiero Nativi


Per me, d'inverno, a volte si doveva ricorrere alla bombola di ossigeno. Era strano, non andare a scuola e assistere al viavai della mamma che sfaccendava per casa, con l'unica compagnia del blabla della radio in cucina e del fischio del gorgogliatore attaccato alla bombola, quando a fischiare non erano i miei polmoni. Prendevo il cortisone, in commercio da una decina d'anni. Era costoso e, a dosi alte, mi provocava allucinazioni: una volta vidi una fila di topi bianchi che correvano ai piedi del letto. L'umore di mio padre si era  raggrumato come la sua pittura: le rare accensioni di rosso, gli sparuti lampeggiamenti di bianco e le apparizioni di azzurro erano sovrastate da una materia cupa, a volte bituminosa. Era quasi un presagio di quello che sarebbe accaduto di lì a poco. La mattina del quattro novembre  1966 mi svegliai in un'atmosfera strana. C'era un silenzio irreale oltre il regolare scroscio della pioggia che ci accompagnava già da una quindicina di giorni. Il babbo era uscito all'alba ed era tornato con la faccia preoccupata; la mamma, alle otto era già andata a fare una spesa d'emergenza. Rientrò con un'espressione stravolta, mormorando: “Il finimondo!”

Mi affacciai alla finestra per scoprire che il giardino del fioraio, di sotto, era invaso da un flusso crescente di acqua limacciosa, solcata da striature nere, che poi seppi essere di nafta. Erano i colori che fino a quel giorno avevo visto nei quadri di casa. Qualche anno dopo, ripensandoci, realizzai che forse quella pittura non avrei proprio saputo farla anch'io.  Intanto, nei giorni che seguirono, fu come stare in una nave alla deriva: non si poteva uscire e nessuno aveva i mezzi per  venire da noi. Infine l'acqua si ritirò e si cominciò a spalare il fango, a contare i danni. L'inondazione aveva sventrato negozi, distrutto i laboratori artigiani, sconvolto le strade. Si parlava di chiese, affreschi, biblioteche rovinate per sempre. Tutte le cose, i vestiti della gente, i muri, portavano quei segni di fango e nafta come se, magicamente, il babbo avesse trasformato l'intera città in un suo quadro. Anche la galleria Michaud, che si trovava in una piazzetta a declivio proprio davanti al Ponte Vecchio, ebbe gli sporti divelti e le sale invase dall'acqua fangosa. Mio padre, prima ancora che il liquame marrone e nero fosse defluito del tutto, aveva portato in salvo diversi dipinti. Così la camera dei miei, la più grande della casa, con due finestre, divenne una sorta di ricovero per i quadri feriti dall'intemperanza del fiume. I dipinti vennero  adagiati sul pavimento, e sotto il velo di melma rappresa, si poteva intuire, qua e là, una natura morta di De Pisis, una composizione futurista di Soffici, un Concertino di Rosai, un paesaggio di Carrà e perfino un disegno di Picasso, miracolosamente intatto, chiuso tra il vetro e il pesante pannello posteriore della cornice. Io vedevo solo dei quadri fangosi, ma il fatto che il babbo stesse pulendo quelle tele  con una cura particolare, pur non essendo uscite dal suo studio, mi fece capire che dovevano essere molto importanti.

Mario Nuti, Alberto Michaud e Piero Bargellini


Dopo l'alluvione, gli anni Settanta irruppero nella città, quasi senza aspettare che fossero finiti i Sessanta. Prima ancora che fossero cancellate le tracce di nafta dai muri, si rinnovarono le insegne e gli arredi dei negozi. Mentre Umberto Baldini, allora direttore del Gabinetto di restauro, sperimentava nuove tecniche per salvare le opere d'arte danneggiate, a Firenze nascevano i vari night club.

L'alluvione, che aveva trasformato la città in un quadro di mio padre, aveva lasciato ghigni oleosi dappertutto e stravolto la geografia culturale dei quartieri: gli artigiani si spostarono, gli appartamenti vennero svenduti e molti si spostarono in periferia. Da quel Pak di detriti emerse una Firenze più anonima, come dall'informale di mio padre cominciarono a colare via i grumi di colore per lasciare il posto a figure attonite e straniate.

Quell'estate fu un mercante milanese del babbo, Tamar Del Fante, che fece prolungare in montagna le mie vacanze. Del Fante era un uomo che non badava a spese: pagò tutto. Quando veniva a Firenze, alloggiava al Savoy con la sua   bella moglie ben più giovane di lui e i due figli. Si muoveva con eleganza e gentilezza,  ma aveva l'aspetto di un rapace, con un'accentuata calvizie, il naso aquilino e gli occhi piccoli e scuri, vivacissimi. A me, però, ricordava il mio anziano canarino e lo trattavo con confidenza. Pur essendo ricco, non esibiva alcunché. Come se in qualche modo, per lui, avere e condividere il meglio di tutto fosse naturale. Essere ricco e mercante nell'Italia degli ultimi anni Sessanta, voleva dire accumulare soldi e rischiare quasi niente. Un giorno chiamò mio padre al Forte dei Marmi per discutere con un ricco collezionista. Andammo anche io e la mamma. Ci ritrovammo in un bar all'aperto. La mamma era bellissima, con un vestito azzurro che le lasciava scoperte le spalle e su cui si proiettavano le chiazze di luce che passavano tra i rami degli alberi, come in un dipinto impressionista, e  ricordo che, mentre il cameriere stava servendo le bibite, il collezionista passò un assegno a Del Fante: "Ecco, questi, intanto, sono i dieci milioni per il De Chirico, poi tratteremo il resto". Dieci milioni, all'epoca, era davvero una bella cifra. Tamar incassò quasi indifferente, mentre il cameriere trasalì facendo cadere un bicchiere. Io risi, allora rise anche Del Fante. Tutti ridevano, e alla fine mi allungò cinquemila lire "per il biliardino" disse lui. Era all'incirca il 1969 e io ero un bambino con in mano quelli che oggi sarebbero all'incirca ottanta Euro .