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13/02/14

SAN VALENTINO A MODO NOSTRO


Era San Valentino di un giorno sereno, cantava la tua gioventù: è la storia di Lucia, protagonista dell’omonima canzone di Pupo, un misto tra Che sarà, Montagne verdi e Smalltown Boy. Lucia che era andata via pensando sarà dura per me ma qui non mi capisce nessuno. Una fuga di cervelli, probabilmente, effettuata di sicuro in treno perché siamo nel 1980 e non è stato ancora inventato il volo low cost. Era San Valentino, ma che Valentino se tanto l'amore non c’è, nella mente nel cuore se manca l’amore è un giorno qualunque per te: è qui che il poeta coglie l’intimo dramma, è San Valentino un giorno come un altro? Lucia pare pensarla così, o c’è l’amore o nulla, e allora meglio le montagne verdi e un sincero viaggio a ritroso: sei tornata un mattino a cercare il profumo che non hai trovato laggiù. A chi ha l’amore, e anche a chi non ce l’ha, auguriamo di trovare un profumo, a ciascuno il proprio.
 
Riccardo Ventrella
 
 

 

"Mamma, io odio San Valentino!". Giulia, 11 anni, quinta A. Resto colpita dal fatto che sappia già che cosa si festeggi domani, e non vorrei indagare sul perché lo odia ma se l'aspetta, quindi glielo chiedo.
Alessio della quinta B mi ama! Credo che domani mi porterà un regalo a scuola.
E non sei contenta???? Lo ami anche tu?
Veramente no, cioè non lo so.... 
Ma se te lo porta dovrai decidere il da farsi, no?
Appunto... Comunque se me lo porta chiederà alla Sara della quinta B di consegnarmelo, Alessio è fatto così!
Magari è timido... ma tu non lo vorrai neanche ringraziare??
Senti mamma, lui mi ama, ma mi ama a tal punto che tutte le volte che mi vede alla ricreazione, o all'uscita... SCAPPA!!! Come faccio a sapere se lo amo se scappa sempre? Ora mi toccherà ringraziarlo per il regalo tramite la Sara... che figura di merda! Accidenti a San Valentino!
 
Silvia Nardi Dei
 
 
A volte mi consolo con questo pensiero:
se lui mi amasse
sarei già scappata
in cerca di un altro sogno
 
Mara Amorevoli
 
 
 
Ummi viene una sega, io san valentino un l’ho mai considerato

 
Camilla Catarzi
 
 
 
I miei sanvalentini sono  abbastanza cambiati nel tempo. I primi che ricordo son quelli delle medie. Al tempo mia madre mi metteva delle camicette secondo lei molto carine – in realtà inguardabili e antinebbia. In più avevo l'apparecchio ai denti: passavo l'intervallo a guardare gli altri che si scambiavano i baci peruggina, i ciuccioni con la lingua e i bigletti t.a.t.t. e t.v.t.t.t.b.b.
Alle superiori ero alternativa e con i miei amici alternativi deridevo quelli che festeggiavano la festa borghese del sanvalentino. Presumendo che tutti gli alternativi in genere fossero ragazzini shokkati e rancorosi come me che alle medie avevano avuto mamme che li avevano costretti a mettersi l'apparecchio ai denti e la camicia antinebbia.
Ai tempi dell'università a Milano, ricordo che il mio ragazzo di allora mi portò in un ristorante giapponese fashion e ordinò un sacco di portate. Mentre aspettavamo che il non-giapponese-bensì-cinese-di-Gallarate ci servisse, abbiamo cominciato a litigare pesante. Lui abbaiava fortissimo. Io mi sono chiusa in un mutismo impenetrabile. Quando sono arrivati tutti i vassoi mi sono alzata, ho chiamato un taxi e l'ho lasciato lì, con tutto il cibo da mangiare e il conto da pagare.
Al momento ho trentadue anni, San Valentino mi lascia piuttosto indifferente, e tuttosommato sono piuttosto felice di raccontarvi tutti questi traumi accumulatisi negli anni, grazie a Gianni Caverni che me ne ha dato la possibilità. Una buona festa dell'amore a tutti voi!
 
Sara Rados
 
 
 
Ma chi se ne frega di San Valentino? Innamorati... si, ...e allora?
Voi che siete innamorati, non vi basta? No, volete fare anche la festa.
Cos’è, volete mostrare a tutti quanto vi amate? Far vedere che il vostro amore è speciale e che tutti gli altri amori al confronto sono piccole stupide infatuazioni passeggere?
E tu, con quello sguardo acquoso, che nello specchio dai l’ultimo colpo di brillantina ai capelli bianchi sulle tempie e pensi di essere per lei l’unico uomo sulla terra, non ti viene alcun dubbio?
Ma si che ti viene! Se ci pensi bene senti dentro di te quella leggera inquietudine..., la senti strisciare su per la schiena fino dietro la nuca e piantare nel cervello la certezza che alla prima occasione controllerai di nascosto il suo cellulare.
Lo sai bene che, quell’altro, il giorno di San Valentino entrerà in contatto con lei. E tu sarai lì, pronto a tuffarti sul cellulare alla sua prima distrazione.
E’ ora di uscire, lei è splendida nel suo completino grigio topo. Lo scarlatto delle labbra è calamita per i tuoi occhi e il seno sembra una taglia superiore a quello di ieri.
Ti aggiusti gli occhiali, infili lentamente il loden blu, metti il cappello, prendi il bastone e muovi verso la porta.
Lei ti sorride, e in quel sorriso c’è già il programma della serata. Che stupido sei stato a sospettare!
Il ristorante a sorpresa quest’anno la lascerà senza fiato, e poi..., e poi sarà meraviglioso.
Ti sistemi bene alla guida della tua Ford, metti in moto e fai scivolare in avanti l’auto con dolcezza. Lasci la frizione lentamente..., molto lentamente. Fai urlare il motore fino all’agonia, poi, con calma, a un certo punto..., ingrani anche la seconda.
Conduci sicuro con parlantina sciolta quando, improvviso come una cannonata, arriva un messaggino al suo cellulare. Lei lo legge subito. Tace. Richiude il coperchio. Uno, due, tre, quattro..., ma niente, non dice niente.
Improvvisamente un solo pensiero occupa la tua mente: chi cazzo era?. Era lui! Certo che era lui!
Senti il riacutizzarsi del dolore alla schiena. Ti vuoi fermare. Non riesci a trovare parcheggio. L’auto sussulta e si spenge. Uno stronzetto ti grida qualcosa. Vorresti scendere e spaccargli la faccia. Ma no, poi lasci perdere..., non hai più l’età. Cerchi il bastone mentre con l’altra mano provi a rimettere in moto.
Ora Olga posa la mano sulla tua spalla, ti guarda e sussurra dolcemente: “Aldo, si calmi. Finiamo il giro dell’isolato e rientriamo a casa. Le preparo il semolino poi guardiamo la TV.” ... “Ma quando si convincerà a smettere di guidare? Non le serve la macchina, le provoca solo stress.”
“E tu quando la smetterai di stare sempre al telefono?”
“Ma non sono stata al telefono.”
“Non è vero. Ha appena squillato!”
“Era solo un messaggino..., era mio marito dalla Polonia. Mi faceva gli auguri per San Valentino.”
“Già..., oggi è San Valentino. Sai..., quando era viva mia moglie la portavo sempre in un bel ristorante a sorpresa. E poi..., poi era meraviglioso.”
Stefano Tanini
 
 
 
 
Sannetta Trampolini della Ferla
 
 
I bambini quando cantano a volte chiudono gli occhi, l'Adele lo fa spesso. Lo fanno perché così possono vedere quello che cantano e se chiudono gli occhi lo vedono meglio. E' un paradosso che a me ha fatto tanto riflettere. E allora stasera  ho cantato Nel blu dipinto di blu con gli occhi chiusi, insieme a lei. Abbiamo battuto qualche testata, perché poi mentre si cantava ci sembrava di volare davvero, Ma quello che ho visto in quel momento, con gli occhi chiusi, se le avessi avuti aperti, non l'avrei visto mai.
 
Barbara Dardanelli
 
 
 
Un desiderio per San Valentino? Dimenticare l’amore, almeno per un giorno. No, non è l’ennesima provocazione della me stessa più cinica e scenografica, ma una fantasia che più romantica non si può. Non ci credete? Ebbene sì, la mia proposta impossibile per il 14 febbraio, è proprio questa: scordarsi l’amore, e riscoprire l’innamoramento. Pensateci bene, cosa può esserci di più meraviglioso di una bacchetta magica che vi permetta di guardare la persona con cui da anni condividete letto, influenze e bollette da pagare come se fosse la prima volta, completamente ignari di quelle imperfezioni, per usare un eufemismo, che avete imparato a conoscere così bene? Di resettare tutti i litigi, le parole volate a sproposito, le lampadine non cambiate, le porte sbattute, le luci spente senza darvi la buonanotte, le cattiverie dette per far male, i gambaletti color carne (lei), il calzino con la ciabatta (lui)? Immaginatevi belli e splendenti a un primo appuntamento, troppo emozionati per farlo funzionare davvero ma con tutta la voglia di riuscirci, un vestito bello comprato per l’occasione e in tasca un pacchetto di mentine, pronti per un “e vissero per sempre felici e contenti” che non dovrebbe mai, per legge, essere soggetto a ulteriori precisazioni, se non nel sequel di un romanzaccio di infima categoria. E però ecco, ora che ci penso, mi è venuto un dubbio: siete proprio sicuri che vi piacereste sul serio? Non è che invece quel favoloso innamoramento è stata soltanto un’improbabile coincidenza, una concatenazione inesplicabile di congiunture che magari, a riprovarci oggi, non si ripeterebbe? E che la cosa vera, quella realmente importante, non sono piuttosto le influenze, i calzini scesi, i litigi (e i conseguenti fare la pace) e tutti quei giganteschi, devastanti casini che vi hanno portato dove siete adesso? Mi sa che per questa volta, per quanto mi riguarda, preferisco non rischiare. E invece di festeggiare il mio San Valentino speciale, mi appellerò al mio delizioso, monotono quotidiano. Una bella pizza da asporto, un morettone da 66 da dividere, e magari la nostra serie preferita sugli zombie. Il gambaletto color carne, però, giuro che non lo metto.
 
P.S. per gli amici single, inguaribilmente a-romantici o a forte rischio di diabete: 1) la colpa non è mia, è di Gianni, che ha tirato fuori tutta la sdolcinatezza che è in me, prendetevela con lui. 2) parlare di San Valentino sarà pur sempre meglio che discutere degli ultimi sviluppi della politica italiana, no? 3) se proprio non resistete, e avete un disperato bisogno di un pensiero positivo per affrontare la giornata, sappiate che San Valentino è morto torturato e decapitato sulla via Flaminia.

 
Gaia Rau



Una di queste notti, fra il 13 e il 14 febbraio voglio dire, tanto o poco tempo fa non importa, mandai sette baci e una buonanotte alla donna che amavo.
Perché proprio sette mi sono chiesto? Perchééé … perchééé … non lo so perché. Ma poi mi è venuto in mente che i perché vengono dopo, cioè i perché spesso non ci sono all’inizio, poi ci si pensa e dei perché si trovano. Proprio così, insomma si procede all’arrovescia come per gli acronimi: intendiamoci subito, se si vuole fare una ditta io e Domenico Coviello nessuno ci vieta di battezzarla con un acronimo senz’anima tipo GCDC; senz’anima e impronunciabile per di più. Magari usando solo i cognomi l’acronimo diventa almeno pronunciabile: ciccì, a leggerlo. Ma resta senz’anima. Meglio andare a ritroso: che si vende nella nostra ditta? Non si vende davvero, anzi non abbiamo nemmeno una ditta, ma si fa per fare un esempio. Si vendono gabbie per canarini, per esempio. Può essere un’idea allora scegliere un acronimo che suoni “CIOP”, sempre per esempio. Da ciop si tratta di scegliere definizioni in modo che l’acronimo che ci serve venga CIOP, appunto. Ci se ne sbatte dei nomi e cognomi e si vola altrove: la C viene da canterini, e su questo non ci piove. La I è l’iniziale di ispirati, la O viene da oziano e la P da protetti: insomma i canarini Canterini Ispirati Oziano (e così si suggerisce che se la godono) Protetti che è come negare che la gabbia li imprigioni e affermare invece che offre protezione. Uguale CIOP! Occhei non è un granché ma insomma a quest’ora di notte meglio non mi veniva. E poi era solo un esempio.
E allora perché proprio sette baci? Perché si dovrebbe dormire otto ore per notte (beato chi gli riesce, io spesso mi sveglio circa alle 4,36 con gli occhi spalancati come semafori), allora un bacio ogni ora? Nooo troppo ovvio, uno di meno perché un po’, ma poco poco, le manchi un bacio per coprire tutta la notte, ma ce ne siano abbastanza per farla sentire serenamente amata. E poi il sette mi è sempre stato simpatico da quando il mio babbo vinse col numero sette la lotteria del bar vicino a casa e se ne tornò portando un cesto di bottiglie, caffè, e, soprattutto dolciumi che io ero bambino. Col numero sette giocava Julinho nella mitica Fiorentina del 55/56, quella del primo (e penultimo) scudetto. E poi i sette samurai, i magnifici sette, sette sposi per sette fratelli, le sette note, la lega dei sette mari, i sette nani, le sette vite dei gatti, la danza dei sette veli.
E poi sette è la metà di quattordici e il quattordici febbraio è sanvalentino.

Gianni Caverni

 
 
 
 
 
 
 
 

 

14/12/13

LOLLI GHETTI RISPONDE A MARA AMOREVOLI SU GLI UFFIZI A COLORI

Cara Mara,
grazie per l'articolo , per le citazioni e per l'attenzione
approfondita.
Non è però esatto dire che Vasari non aveva previsto i colori per le
sale, perché all'epoca sua le pareti delle sale destinate
all'esposizione di opere d'arte, come i corridoi o la tribuna o le
salette laterali, erano ricoperte da parati e stoffe sontuose, molto
colorate ovviamente, che dai documenti sappiamo essere state cremisi e
oro, o rosso e giallo più banalmente.
Ovvio che le sale destinate ai laboratori granducali fossero
probabilmente più spoglie, ma non avrei dubbi nell'asserire che il
famoso tonachino bianco toscano è solo una preparazione per altre
finiture, non destinato in caso di ambienti aperti ai visitatori ad
essere visibile.
Ma questa è questione che molto ferisce la sensibilità fiorentina.
Peccato che, come tu dici, non ci sia stato confronto internazionale,
ma non c'erano soldi e questo era solo un primo assaggio. Chissà se
qualcuno raccoglierà la sfida...
Mario Lolli Ghetti, ex soprintendente fiorentino ed ex dirigente
ministero Beni culturali

10/12/13

UFFIZI A COLORI di Mara Amorevoli


Gli Uffizi diventano sempre più “Nuovi Uffizi”. Con l’inaugurazione di nuove sale che lentamente svuotano i depositi, riordinano le collezioni  e ampliano la prima Galleria d’Italia. Insomma i lavori procedono, verso quell’atteso e annoso raddoppio del museo, avviato già quando il ministro dei beni culturali era Walter Veltroni.


Un ampliamento che, tra le altre novità, dal 2011 ha visto virare verso i colori le rigorose e pallide pareti degli spazi via via riguadagnati nella Galleria.  A segnare il debutto, ci sono state dieci sale con le pareti <blu> dove sono esposti  i dipinti delle Scuole straniere. Seguite da quelle <rosse> dedicate agli artisti del Manierismo. Infine da ieri abbiamo sei sale <gialle> per i dipinti del ‘600 e ‘700. Mentre si annunciano le prossime, le <verdi> per un’altra sezione dedicata alla Maniera Moderna. Ogni secolo o movimento artistico, ha il suo colore, o almeno pare che richieda la sua <maniera>  di allestimento.
Tuttavia va detto che le sale inaugurate ieri, non hanno le pareti completamente gialle, ma solo dei pannelli –uno per sala- in giallo ocra virato all’oro, colore consono e tipico di molti dipinti barocchi.
Un richiamo dunque, più che una coloritura, che esalta, ambienta e valorizza i grandi quadri con squarci di luce su nature morte (dell’Empoli, Bartolomeo Bimbi..), paesaggi (da Filippo Napoletano a Pandolfo Reschi), allegorie, figure e ritratti(da Carlo Dolci a Suttermans),  che fanno seguito alla sala 90 con le opere di  Caravaggio.  Sei sale tematiche, “unico caso agli Uffizi” ha sottolineato il direttore Antonio Natali illustrando i 48 quadri del ‘600 fiorentino e senese (Rutilio Manetti e Francesco Rustici) usciti in parte dai depositi  o traslocati qui dal Corridoio Vasariano.
Uffizi tavolozza? Uffizi arcobaleno? Uffizi caleidoscopio? Sarebbe interessante aprire un dibattito. Di fatto la scelta della coloritura delle pareti di molte sale ha le sue motivazioni. Spiegate e suffragate da studi iconografici e museologici da parte dei responsabili della galleria. Un mese fa si è tenuto alla Biblioteca degli Uffizi un dottissimo convegno - purtroppo seguito solo dagli addetti ai lavori e non aperto a contributi e confronti internazionali - proprio su “Il colore nei musei”.  Sulla loro riscoperta ha molto indagato l’ex soprintendente Mario Lolli Ghetti, ideatore e animatore del convegno e fautore del recupero di decorazioni e coloriture in musei, gallerie e palazzi. “Una storia dei colori che accompagna quella dei luoghi, delle funzioni e delle collezioni che deve essere riletta con lo sguardo del museologo, del curatore direttore e tradotta in scelta museografica“ precisa Isabella Lapi Ballerini, direttrice regionale.

 Nel caso degli Uffizi, il rigore del progetto di Vasari, le sue linee ribadite da bianchi e grigi di pietra serena, e dai pavimenti in cotto rosso in ogni sala, hanno sempre vinto ogni confronto e voglia di cambiamento. Fino ad oggi appunto. Fino a quando Alessandra Marino, direttrice dei lavori dei Nuovi Uffizi e il direttore della galleria Antonio Natali, con il consenso della soprintendenza e di altre professionalità, non hanno deciso di osare i colori. Proprio lì dove Vasari non aveva usato né il colore né l’opulenza dei decori, sfoggiati ad esempio nel Salone dei ‘500 in Palazzo Vecchio, per lasciare tutta la scena alle opere d’arte.
Oggi il risultato è davanti agli occhi di tutti i visitatori.  Le pareti colorate aiutano a leggere meglio quadri e dipinti? Ne esaltano la fruizione estetica, il tenore emotivo, la bellezza?  Creano davvero una nuova armonia necessaria? E’ solo una moda un po’ decadente imposta dal gusto del nostro tempo, destinata a sparire in futuro nel viavai di poltrone di funzionari e soprintendenti con appunto gusti diversi?  Ognuno può dire la sua. Fiorentini e visitatori sono chiamati a pronunciarsi.
Sicuramente le nuove cinque sale appena inaugurate sono un passo avanti verso una galleria sempre più grande e moderna. E, colori delle pareti a parte, quello che serve urgentemente è un’illuminazione adeguata dei capolavori di luci ed ombre del nostro ‘600. Solo una delle nuovissime sale è attrezzata di faretti in modo efficace.
Altrimenti tutti i dipinti esposti risultano superfici piatte, cupe e quasi illeggibili. I primi colori che i visitatori vogliono vedere bene, sono di certo i cromatismi dei quadri. Ancora una volta, cercasi disperatamente mecenate per nuove luci agli Uffizi. 

07/10/13

NELLA TERRA DELLA CLASSICITA' E DELLA CRISI CONTEMPORANEA di Mara Amorevoli

Estate in Grecia. Mare, svago, sfondi con pallide colonne di marmo.
In barba alla crisi, siamo tanti ad essere appena tornati da una
vacanza in un’isola greca. Ancora lì a scorrer  foto e raccontare
tramonti color sciroppo. E comunque ognuno di noi, non (o poco)
precario, ha avuto almeno un’estate in Grecia.
Ma l’Estate in Grecia (Chiarelettere) che ci racconta Giuseppe
Ciulla, affermato giornalista e autore televisivo, non è un resoconto
di vacanze nella terra della classicità e della crisi contemporanea.


 E’ la cronistoria di un viaggio diverso, scomodo e attualissimo.  Nasce
dalla voglia di capire. Di andare a vedere e indagare esistenze,
resistenze, volti di uomini e donne. Ciulla si intrufola tra i greci,
“i primi europei della storia”,  sale sui loro bus, treni, traghetti.
Viaggia, beve e mangia con loro al kafenio e alla taverna, cerca
complici, provoca riflessioni pensieri storie personali. Interroga,
ascolta, annota. E non trascura la poesia, lo sguardo sulla natura, gli
echi omerici di lingua e paesaggi. Ne emerge la fotografia di gente
tutt’altro che rassegnata. Di un popolo che si rimbocca le maniche, che
con generosità accoglie,  spiega, onora la propria memoria
(“philotimos”). Ricorda la diaspora, l’esodo, la perdita.  Sa da dove
viene e, sia pure con difficoltà,  sa dove andare. Non sa dove lo
poterà l’Europa.


Il viaggio del cronista macina 4 mila chilometri,  tocca
Igoumenitsa e  Orestiada, passando per Atene e Salonicco. Sale su Monte
Athos tra i monaci e osserva il loro Dio, scende nel Peloponneso tra
chi vive in un altro mondo e modo possibile, torna ad Atene e cerca il
Bisanzio.  Quello che resta del “sentimento di Bisanzio” . Perchè per
capire ha bisogno della Storia.  E si perde. Come tutti quelli che
cercano di capire i greci, viaggiando oggi nella loro terra chiusa da
monti e mare. Siamo tutti senza più Olimpo.


All’inizio del viaggio Ciulla sembra avere una direzione
precisa. Verso i confini dell’Europa. Alle porte d’Oriente dove per i
migranti inizia quell’esodo, assassino lì come a Lampedusa in questi
giorni. Da Sud verso il Nord, lungo l’Egnatia,  l’antica strada
romana,  fino ai paesi sul fiume l’Evros, miscuglio di genti
balcaniche, ortodossi, musulmani, ebrei. E’ la frontiera con la
Turchia, avamposto, da sempre, di lingue e religioni diverse. In quel
fiume si pescano pesci e cadaveri di afgani, pakistani, somali.  Anche
lì come nel sud del nostro Mediterraneo.  E’ una finis terrae. Tracia,
Ponto...E’ lì che la Storia ha scritto e scrive le sue pagine e la
memoria dei greci. Non ce la farà l’Europa a cancellare quell’identità,
fatta di stratificazioni, di contaminazioni di genti che dai fenici in
poi ha cercato in quella terra l’anima. Lì resta quel prezioso, sacro,
deposito.  Che l’Europa dovrebbe pagare senza chiedere nulla in
cambio.


Un grazie a Giuseppe Ciulla, per non aver fatto una vacanza in
Grecia, per aver scritto un libro imprevedibile, divertente e non
superficiale, per essersi raccontato, da vero viaggiatore, mescolandosi
e confondendosi con i greci.