Io davvero stimo infinitamente chi, pur essendo coinvolto direttamente sulla questione migranti,perché ha fatto dell'accoglienza il suo lavoro, riesce, nonostante questa ondata d'odio che continua a crescere, a formulare discorsi chiari e articolati.
A me vengono solo bestemmie e parolacce.
L'uomo comune è di una ignoranza disarmante, la politica la cavalca meschinamente.
Ieri ripensavo all'incendio.
Ci sono state famiglie evacuate perché il pericolo del fuoco era vicino. Ecco io tutte le volte che sento dire, nelle migliori delle ipotesi eh, aiutiamoli a casa loro, mi viene in mente le famiglie evacuate dall'incendio e qualcuno che gli urla nel viso "state lá, che vi aiutiamo a casa vostra".
E nulla via, a me continuano ad uscire solo parolacce.
P.s. Era da tanto non lo dicevo...ma quanto schifo fa il movimento cinque stelle?
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24/07/17
08/03/14
OGGI postato da Barbara Dardanelli su FB
La festa della donna mi preoccupa sempre un po', quest'anno poi cade di sabato e noi avevamo deciso di uscire, io con le mie amiche Alessia e Elisa, ma quando ci è venuto in mente che era la festa della donna c'è preso male. L'immagine era chiara, orde di donne briache e assatanate che per dimostrare la parità acquistata, si abbassano ai più infimi livelli. Quando ero piccolina, finché non sono an...data via di casa, il mio babbo arrivava con un ramoscello di mimosa e quando ero piccolina, questo mi faceva molto effetto, perché per un giorno mi spostava dalla categoria bambina a quello di donna. Con la mia mamma poi andavamo a pranzo all'osteria insieme alle mie amiche di scuola e alle loro mamme e in quell'occasione ci versavano anche due dita di vino dentro al bicchiere per festeggiare. Stefano non mi ha mai regalato una mimosa, ma non mi sono mai offesa per questo, anzi. Non c'è da ribadire niente tra di noi, finché lui farà le lavatrici, darà il cencio, cucinerà, proprio come faccio io.
13/02/14
SAN VALENTINO A MODO NOSTRO
Era San Valentino di un giorno sereno,
cantava la tua gioventù: è la storia di Lucia, protagonista dell’omonima canzone di Pupo, un
misto tra Che sarà, Montagne verdi e Smalltown
Boy. Lucia che era andata via pensando sarà dura per me ma qui non mi capisce
nessuno. Una
fuga di cervelli, probabilmente, effettuata di sicuro in treno perché
siamo nel 1980 e
non è stato
ancora inventato il volo low cost. Era San Valentino, ma che Valentino se
tanto l'amore non c’è, nella mente nel cuore se manca l’amore è
un giorno
qualunque per te:
è qui
che il poeta coglie l’intimo dramma, è San Valentino un giorno come un altro?
Lucia pare pensarla così, o c’è l’amore o nulla, e allora meglio le montagne verdi e un sincero
viaggio a ritroso: sei tornata un mattino a cercare il profumo che non hai
trovato laggiù. A chi ha l’amore, e anche a chi non ce l’ha, auguriamo di trovare un
profumo, a ciascuno il proprio.
Riccardo Ventrella
"Mamma, io odio San Valentino!". Giulia, 11 anni, quinta A. Resto colpita dal fatto che sappia già che cosa si festeggi domani, e non vorrei indagare sul perché lo odia ma se l'aspetta, quindi glielo chiedo.
Alessio della quinta B mi ama! Credo che domani mi porterà un regalo a scuola.
E non sei contenta???? Lo ami anche tu?
Veramente no, cioè non lo so....
Ma se te lo porta dovrai decidere il da farsi, no?
Appunto... Comunque se me lo porta chiederà alla Sara della quinta B di consegnarmelo, Alessio è fatto così!
Magari è timido... ma tu non lo vorrai neanche ringraziare??
Senti mamma, lui mi ama, ma mi ama a tal punto che tutte le volte che mi vede alla ricreazione, o all'uscita... SCAPPA!!! Come faccio a sapere se lo amo se scappa sempre? Ora mi toccherà ringraziarlo per il regalo tramite la Sara... che figura di merda! Accidenti a San Valentino!
Silvia Nardi Dei
A volte mi consolo con questo pensiero:
se lui mi amasse
sarei già scappata
in cerca di un altro sogno
se lui mi amasse
sarei già scappata
in cerca di un altro sogno
Mara Amorevoli
Ummi viene una
sega, io san valentino un l’ho mai considerato
Camilla Catarzi
I miei sanvalentini sono abbastanza cambiati nel tempo. I primi che
ricordo son quelli delle medie. Al tempo mia madre mi metteva delle camicette
secondo lei molto carine – in realtà inguardabili e antinebbia. In più avevo
l'apparecchio ai denti: passavo l'intervallo a guardare gli altri che si
scambiavano i baci peruggina, i ciuccioni con la lingua e i bigletti t.a.t.t. e
t.v.t.t.t.b.b.
Alle superiori ero alternativa e con i miei amici
alternativi deridevo quelli che festeggiavano la festa borghese del
sanvalentino. Presumendo che tutti gli alternativi in genere fossero ragazzini
shokkati e rancorosi come me che alle medie avevano avuto mamme che li avevano
costretti a mettersi l'apparecchio ai denti e la camicia antinebbia.
Ai tempi dell'università a Milano, ricordo che il
mio ragazzo di allora mi portò in un ristorante giapponese fashion e ordinò un
sacco di portate. Mentre aspettavamo che il
non-giapponese-bensì-cinese-di-Gallarate ci servisse, abbiamo cominciato a
litigare pesante. Lui abbaiava fortissimo. Io mi sono chiusa in un mutismo
impenetrabile. Quando sono arrivati tutti i vassoi mi sono alzata, ho chiamato
un taxi e l'ho lasciato lì, con tutto il cibo da mangiare e il conto da pagare.
Al momento ho trentadue anni, San Valentino mi
lascia piuttosto indifferente, e tuttosommato sono piuttosto felice di
raccontarvi tutti questi traumi accumulatisi negli anni, grazie a Gianni
Caverni che me ne ha dato la possibilità. Una buona festa dell'amore a tutti
voi!
Sara Rados
Ma chi se ne frega
di San Valentino? Innamorati... si, ...e allora?
Voi che siete
innamorati, non vi basta? No, volete fare anche la festa.Cos’è, volete mostrare a tutti quanto vi amate? Far vedere che il vostro amore è speciale e che tutti gli altri amori al confronto sono piccole stupide infatuazioni passeggere?
E tu, con quello sguardo acquoso, che nello specchio dai l’ultimo colpo di brillantina ai capelli bianchi sulle tempie e pensi di essere per lei l’unico uomo sulla terra, non ti viene alcun dubbio?
Ma si che ti viene! Se ci pensi bene senti dentro di te quella leggera inquietudine..., la senti strisciare su per la schiena fino dietro la nuca e piantare nel cervello la certezza che alla prima occasione controllerai di nascosto il suo cellulare.
Lo sai bene che, quell’altro, il giorno di San Valentino entrerà in contatto con lei. E tu sarai lì, pronto a tuffarti sul cellulare alla sua prima distrazione.
E’ ora di uscire, lei è splendida nel suo completino grigio topo. Lo scarlatto delle labbra è calamita per i tuoi occhi e il seno sembra una taglia superiore a quello di ieri.
Ti aggiusti gli occhiali, infili lentamente il loden blu, metti il cappello, prendi il bastone e muovi verso la porta.
Lei ti sorride, e in quel sorriso c’è già il programma della serata. Che stupido sei stato a sospettare!
Il ristorante a sorpresa quest’anno la lascerà senza fiato, e poi..., e poi sarà meraviglioso.
Ti sistemi bene alla guida della tua Ford, metti in moto e fai scivolare in avanti l’auto con dolcezza. Lasci la frizione lentamente..., molto lentamente. Fai urlare il motore fino all’agonia, poi, con calma, a un certo punto..., ingrani anche la seconda.
Conduci sicuro con parlantina sciolta quando, improvviso come una cannonata, arriva un messaggino al suo cellulare. Lei lo legge subito. Tace. Richiude il coperchio. Uno, due, tre, quattro..., ma niente, non dice niente.
Improvvisamente un solo pensiero occupa la tua mente: chi cazzo era?. Era lui! Certo che era lui!
Senti il riacutizzarsi del dolore alla schiena. Ti vuoi fermare. Non riesci a trovare parcheggio. L’auto sussulta e si spenge. Uno stronzetto ti grida qualcosa. Vorresti scendere e spaccargli la faccia. Ma no, poi lasci perdere..., non hai più l’età. Cerchi il bastone mentre con l’altra mano provi a rimettere in moto.
Ora Olga posa la mano sulla tua spalla, ti guarda e sussurra dolcemente: “Aldo, si calmi. Finiamo il giro dell’isolato e rientriamo a casa. Le preparo il semolino poi guardiamo
“E tu quando la smetterai di stare sempre al telefono?”
“Ma non sono stata al telefono.”
“Non è vero. Ha appena squillato!”
“Era solo un messaggino..., era mio marito dalla Polonia. Mi faceva gli auguri per San Valentino.”
“Già..., oggi è San Valentino. Sai..., quando era viva mia moglie la portavo sempre in un bel ristorante a sorpresa. E poi..., poi era meraviglioso.”
Stefano Tanini
Un desiderio per San Valentino? Dimenticare
l’amore, almeno per un giorno. No, non è l’ennesima provocazione della me
stessa più cinica e scenografica, ma una fantasia che più romantica non si può.
Non ci credete? Ebbene sì, la mia proposta impossibile per il 14 febbraio, è
proprio questa: scordarsi l’amore, e riscoprire l’innamoramento. Pensateci
bene, cosa può esserci di più meraviglioso di una bacchetta magica che vi
permetta di guardare la persona con cui da anni condividete letto, influenze e
bollette da pagare come se fosse la prima volta, completamente ignari di quelle
imperfezioni, per usare un eufemismo, che avete imparato a conoscere così bene?
Di resettare tutti i litigi, le parole volate a sproposito, le lampadine non
cambiate, le porte sbattute, le luci spente senza darvi la buonanotte, le
cattiverie dette per far male, i gambaletti color carne (lei), il calzino con
la ciabatta (lui)? Immaginatevi belli e splendenti a un primo appuntamento,
troppo emozionati per farlo funzionare davvero ma con tutta la voglia di
riuscirci, un vestito bello comprato per l’occasione e in tasca un pacchetto di
mentine, pronti per un “e vissero per sempre felici e contenti” che non
dovrebbe mai, per legge, essere soggetto a ulteriori precisazioni, se non nel
sequel di un romanzaccio di infima categoria. E però ecco, ora che ci penso, mi
è venuto un dubbio: siete proprio sicuri che vi piacereste sul serio? Non è che
invece quel favoloso innamoramento è stata soltanto un’improbabile coincidenza,
una concatenazione inesplicabile di congiunture che magari, a riprovarci oggi,
non si ripeterebbe? E che la cosa vera, quella realmente importante, non sono
piuttosto le influenze, i calzini scesi, i litigi (e i conseguenti fare la
pace) e tutti quei giganteschi, devastanti casini che vi hanno portato dove
siete adesso? Mi sa che per questa volta, per quanto mi riguarda, preferisco
non rischiare. E invece di festeggiare il mio San Valentino speciale, mi
appellerò al mio delizioso, monotono quotidiano. Una bella pizza da asporto, un
morettone da 66 da dividere, e magari la nostra serie preferita sugli zombie.
Il gambaletto color carne, però, giuro che non lo metto.
P.S. per gli amici single, inguaribilmente
a-romantici o a forte rischio di diabete: 1) la colpa non è mia, è di Gianni,
che ha tirato fuori tutta la sdolcinatezza che è in me, prendetevela con lui.
2) parlare di San Valentino sarà pur sempre meglio che discutere degli ultimi
sviluppi della politica italiana, no? 3) se proprio non resistete, e avete un
disperato bisogno di un pensiero positivo per affrontare la giornata, sappiate
che San Valentino è morto torturato e decapitato sulla via Flaminia.
Una di queste
notti, fra il 13 e il 14 febbraio voglio dire, tanto o poco tempo fa non
importa, mandai sette baci e una buonanotte alla donna che amavo.
Perché proprio
sette mi sono chiesto? Perchééé … perchééé … non lo so perché. Ma poi mi è
venuto in mente che i perché vengono dopo, cioè i perché spesso non ci sono all’inizio,
poi ci si pensa e dei perché si trovano. Proprio così, insomma si procede all’arrovescia
come per gli acronimi: intendiamoci subito, se si vuole fare una ditta io e
Domenico Coviello nessuno ci vieta di battezzarla con un acronimo senz’anima
tipo GCDC; senz’anima e impronunciabile per di più. Magari usando solo i
cognomi l’acronimo diventa almeno pronunciabile: ciccì, a leggerlo. Ma resta
senz’anima. Meglio andare a ritroso: che si vende nella nostra ditta? Non si
vende davvero, anzi non abbiamo nemmeno una ditta, ma si fa per fare un
esempio. Si vendono gabbie per canarini, per esempio. Può essere un’idea allora
scegliere un acronimo che suoni “CIOP”, sempre per esempio. Da ciop si tratta
di scegliere definizioni in modo che l’acronimo che ci serve venga CIOP,
appunto. Ci se ne sbatte dei nomi e cognomi e si vola altrove: la C viene da
canterini, e su questo non ci piove. La I è l’iniziale di ispirati, la O viene
da oziano e la P da protetti: insomma i canarini Canterini Ispirati Oziano (e
così si suggerisce che se la godono) Protetti che è come negare che la gabbia
li imprigioni e affermare invece che offre protezione. Uguale CIOP! Occhei non
è un granché ma insomma a quest’ora di notte meglio non mi veniva. E poi era
solo un esempio.
E allora perché proprio
sette baci? Perché si dovrebbe dormire otto ore per notte (beato chi gli riesce,
io spesso mi sveglio circa alle 4,36 con gli occhi spalancati come semafori),
allora un bacio ogni ora? Nooo troppo ovvio, uno di meno perché un po’, ma poco
poco, le manchi un bacio per coprire tutta la notte, ma ce ne siano abbastanza
per farla sentire serenamente amata. E poi il sette mi è sempre stato simpatico
da quando il mio babbo vinse col numero sette la lotteria del bar vicino a casa
e se ne tornò portando un cesto di bottiglie, caffè, e, soprattutto dolciumi che io ero bambino.
Col numero sette giocava Julinho nella mitica Fiorentina del 55/56, quella del
primo (e penultimo) scudetto. E poi i sette samurai, i magnifici sette, sette
sposi per sette fratelli, le sette note, la lega dei sette mari, i sette nani,
le sette vite dei gatti, la danza dei sette veli.
E poi sette è la
metà di quattordici e il quattordici febbraio è sanvalentino.Gianni Caverni
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07/02/14
SAREMO SANREMO di Barbara Dardanelli
Mancano 11 giorni a Sanremo. a casa nostra Sanremo viene aspettato con trepidazione, perché Sanremo è la linea di demarcazione.
E' la linea di demarcazione tra l'avvio della fine dell'inverno e l'inizio della primavera. Sanremo vuol dire cena nel lettone con porcolai, commenti come se Stefano fosse Castaldo
e io Assante,
a volte pure Mario Luzzato Fegiz io
e Marinella Venegoni lui.
Sanremo vuol dire... che quest'anno l'Adele ha il microfono e io lo so, lei vorrà cantare di legge. Sanremo vuol dire la finale con gli amici, le scommesse sul vincitore, i "noooooooo" i "buuuuuuuuuuuuuuuuuuuu" i " e ma però....".
Sanremo è famiglia. quando ero bambina e mi si permetteva di fare tardi guardando Toto Cutugno,
i Ricchi e Poveri, ma anche Garbo, Mario Castelnuovo, gli Smiths come super ospiti.
Era poi cantare sull'altalena, durante la ricreazione "nato ai bordi di periferiaaaaaa" e sentirsi grandi.
Sanremo era il pollo fritto e le patate da mangiare in salotto, era sentire la mia mamma che dava giudizi sui vestiti delle vallette e delle cantanti e a lei Anna Oxa le piaceva sempre tanto, perché almeno era "diversa".
E' vero, Sanremo è un tuffo nel passato in tutti i sensi, Sanremo è fermo, monolitico a ricordarci delle piccolezze italiane, ma sono piccolezza che danno tanto calore. Per cui mi dispiace per tutti quelli snob che non si lasceranno riscaldare in quei giorni. Per quanto mi riguarda, ho già comprato il pan grattato per friggere il pollo!
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06/12/13
BISOGNA GUARDARE E ASCOLTARE di Barbara Dardanelli
Uno dei primi lavori importanti che feci quando inizia a lavorare del mio mentore e ora fratello Luca Nesti, fu andare a Milano, al Nautilus, per portare e seguire il master del cd di Pupo "L'equilibrista".
Era da poco che avevo iniziato a lavorare per Luca e lavorare era una parola che forse era poco adatta al contesto. Ricordo che mi teneva ore e ore su un divano ferma, senza far niente, dovevo solo guardare e ascoltare. Così osservavo e ascoltavo. Osservavo le mani che veloci si spostavano su quei pippoli di cui ignoravo l'utilità, ascoltavo interminabili telefonate, assistevo ad appuntamenti e a sessioni di registrazioni, a ore di prove per capire se un microfono era adatto o meno alla scopo. Poi un giorno Luca mi chiamò e mi disse, comprati un biglietto del treno per Milano, domani vai al Nautilus tre giorni a masterizzare il cd di Pupo. Così partii con questa scatolina piena di note e parole, presi un albergaccio due stelle vicino alla stazione che la mattina mi davano un caffélatte pieno d'acqua e una brioche incelophanata, dura come il cemento. Al Nautilus ci arrivavo la mattina e uscivo la sera, anche lì osservavo, ore e ore ad ascoltare lo stesso frammento di nota e ad osservare smuovere altri pippoli, in una consolle che sembrava quella di un'astronave.
Ogni tanto lo spippolatore di pippoli, che poi scoprii essere uno dei più importanti e bravi spippolatori di pippoli italiani, si girava verso di me e mi diceva "meglio così, no?". Io annuivo ma dentro di me pensavo "Meglio? boh" e allora mi attaccavo al telefono con Luca, spiegandogli che lo spippolatore aveva agito su dei pippoli su di una microfrazione di nota e che mi chiedeva se il suono era migliorato, ma non so perché, avevo paura mi stesse mettendo alla prova, o peggio prendendo per il culo, perché per me era tutto uguale a prima. Luca mi rassicurava dicendomi di rispondergli di sì. Allora io rientravo e mi preparavo la faccia al mio si più convincente. In quei giorni c'era Tricarico a farsi spippolare il suo nuovo e primo lavoro, fresco fresco di capello cespugliato e di un successo tormentone che parlava di un bambino di nome Francesco incompreso e di una maestra puttana.
A pranzo mangiavamo lì, tutti insieme, spippolatori, artisti e io, che ancora non capivo di che categoria facessi parte. Mi ricordo che per darmi un tono e sembrare meno provinciale, mi finsi vegetariana, a quei tempi era fico a Milano essere vegetariani, poi quando uscivo dal Nautilus mi fiondavo però al McDonald's a sfondarmi di hamburger. In quei giorni passavano da Milano i Sigur Ros e quelli del Nautilus fecero in modo di mettermi un accredito, quindi mi vidi anche il mio primo concerto accredita da addetta ai lavori.
Ero sola, stordita, negli orecchi mi rimbombava solo quella frazione di nota del nuovo inedito di Pupo e gli occhi non facevano che guardare, osservare, immagazzinare al di là dei pippoli cosa c'era per me. Poi arrivò il giorno che finalmente "Su di noi", "Gelato al cioccolato" e tutto il resto del cd era stato spippolato a dovere e io dovevo pagare. Mi ricordo che sbagliai anche a compilare l'assegno che Luca mi aveva firmato, credo che dopo giorni e giorni di sforzi per risultare credibile, quello fu il momento in cui in un attimo vidi crollare tutto il castello che avevo con difficoltà creato intorno al mio esser ancora nessuno, commedia vegetariana compresa.
Una vergogna indicibile, sarei voluta sparire, mi sembrava che tutti mi guardassero commiserandomi. Poi arrivò Tricarico e mi disse "vai via?" "sì, ho finito finalmente" "bisogna essere eroi per stare tre giorni ad ascoltare Pupo" "non è stato poi così male" "alla prossima".
Ecco quell' "alla prossima", mi aprì il cuore. Forse era stato detto così, per gentilezza, come si dicono certe cose senza dare un peso alle parole. Eppure nei miei orecchi quelle parole suonavano come una premonizione. Al Nautilus a guardare spippolare non ci sono più tornata, ma ho continuato ad osservare e piano piano ho trovato il mio posto, perché prima di diventare credibili, bisogna guardare e ascoltare, finché i sensi non iniziano a farti male. Questo è l'unico allenamento che vale nel mio lavoro.
P.S. L'equilibrista di Pupo è un gran pezzo.
Ecco quell' "alla prossima", mi aprì il cuore. Forse era stato detto così, per gentilezza, come si dicono certe cose senza dare un peso alle parole. Eppure nei miei orecchi quelle parole suonavano come una premonizione. Al Nautilus a guardare spippolare non ci sono più tornata, ma ho continuato ad osservare e piano piano ho trovato il mio posto, perché prima di diventare credibili, bisogna guardare e ascoltare, finché i sensi non iniziano a farti male. Questo è l'unico allenamento che vale nel mio lavoro.
P.S. L'equilibrista di Pupo è un gran pezzo.
23/11/13
COSA GLI VUOI DIRE di Barbara Dardanelli
Da una parte la coerenza dei gusti mi piace, dall'altra mi spaventa. cosa gli vuoi dire a uno/a che mangia solo cioccolata e si rifiuta di mangiare panna, crema, zabaione ecc.
Oppure a uno/a che legge solo libri monografici e non legge mai un romanzo, un giallo, un libro storico.
Che gli vuoi dire a uno che scopa solo con delle donne che hanno le tette grosse o a una che scopa solo con gli uomini ...alti.
Cosa gli vuoi dire a uno/a che guarda solo film d'azione e non guarda le commedie, i thriller, i musical.
Potrei andare avanti all'infinito. la coerenze dei gusti certo, ti preserva quasi sempre dalle delusioni, puoi andare sul sicuro, sai già più o meno cosa aspettarti e sai già più o meno che la cosa ti piacerà, sfumature a parte (quelle purtroppo sono inevitabili). Ma nonostante tutto, il ragionamento di un coerente nei gusti, sarà comunque "meglio un dolce al cioccolato cattivo, che un dolce con la panna". Certo ci vuole fermezza a mantenere tutta la vita una coerenza di gusti così, perché comunque ci saranno momenti in cui qualcuno, spinto da altri, vacillerà. ma cosa gli vuoi dire a uno/a che rimane rettamente saldo alla sua coerenza di gusti. ecco a me viene da dirgli una cosa banalissima tipo "COGLIONE! Non sai quante cose belle ti perdi!".
Copiato pari pari, col suo permesso s'intende, da un bel post di stamani di Barbara sulla sua bacheca di Face Book.
Gianni Caverni
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17/11/13
SILVIA LO SAI di Barbara Dardanelli
Era il 1990 , avevo undici anni, quasi dodici per la precisione (a quei tempi ci tenevamo particolarmente, che diventare grandi era un'urgenza costante). Io avevo uno walkman giallo della Sony e dentro spesso ci finiva Luca Carboni. Luca Carboni era quello che cantava "Un fiore in bocca può servire... non ci giurerei, ma dove voli farfallina non vedi che son qui" ma era anche quello
che cantava " Silvia lo sai lo sai che Luca si buca ancora, Silvia chissà chissà se a Luca ci pensi ancora, Silvia lo sai che Luca e' a casa che sta male", oppure le "le fragole buone buone", metafora di una storia di drogati e spacciatori, una roba molto generazionale, che con un quasi dodicenne di buona famiglia che andava a scuola dalle suore, c'entrava molto poco. Insomma nel 1990, anno dei mondiali e delle notti magiche di Nannini-Bennato, uscì anche "Persone Silenziose" di Carboni (in realtà uscì nel 1989, ma vale un po' come la storia degli undici, quasi dodici).
La mia cameretta era invasa dai suoi poster e cartoline, per fortuna dentro Cioé ogni tanto ci finiva anche lui. Non era una faccia "bellina", più che altro aveva quegli occhi scuri tristi e quella voce roca, un po' stonacchiata che mi raccontava della droga, torno a ripetere, niente che avesse a che fare con una quasi dodicenne.
Luca Carboni era il lato romantico e poetico di Vasco Rossi, per questo se vuoi, quando cantava certe cose con quella dolcezza ruvida, senza urlare, ma quasi sussurrandotele come in una ninna nanna, colpivano duro ancora di più. Insomma nel 1990 nel mio walkam giallo della Sony suonavano "Le persone silenziose" e mi sognavo di dare un bacio a quel cantante con la barba da fare, i capelli che se ne stavano andando un po' e gli occhi tristi. La cosa più bella fu che nel 1990 Luca Carboni passò anche da Firenze con il suo tour. Io e la mia migliore amica Ilaria, anche lei fan sfegatata di Luca Carboni, iniziammo a implorare i genitori mesi e mesi prima, finché non ci dettero il permesso di andare al box office a fare la coda per comprare i biglietti, a patto che loro ci accompagnassero. Io di quel concerto ricordo tutto. Il cuore che batteva all'impazzata, la fila ai cancelli, lo zainetto di pelle con dentro la bottiglietta d'acqua e le cartoline da farsi autografare, i nostri genitori seduti e noi imploranti a chiedergli di poter andare nel mezzo, finché sfiniti ci dissero di sì. Il palco era messo per la larghezza del palazzetto, non c'era scenografia, se non quella di un pubblico in jeans, dalla
testa ai piedi, come andava di moda allora. Pantaloni jeans, camicia di jeans, giubbotto di jeans. C'erano tutte le sfumature del jeans nel 1990 al concerto di Luca Carboni, al palazzetto dello sport di Firenze (che ora si chiama Mandela Forum).
E c'erano tanti ragazzi, maschi intendo, e c'erano tanti ragazzi grandi, cioé che a noi sembravano grandi, a quasi dodici anni, un ventenne può sembrarti grandissimo. Certo, perché Carboni cantava quella generazione a quella generazione. Eravamo senza ombra di dubbio fuori luogo, ma sopratutto, nonostante cercassimo di intrufolarci per guadagnare terreno, non arrivavamo mai a un punto dove la faccia di Luca Carboni fosse visibile. Senonché, circa a metà concerto, partì "Silvia lo sai". Davanti a noi c'era un gruppo di ragazzi jeansati grandissimi, con le birre in mano, che non appena partì la canzone, esplosero in un boato. Non capivo se era gioia, commozione o rabbia. Uno di loro per un attimo si voltò e ci vide. Credo che gli facemmo tenerezza, parolottò all'orecchio di un suo amico e poi ci chiese se volevamo salire sulle loro spalle per vedere meglio. Noi logicamente approfittammo e in un nanosecondo, noi quasi dodicenni, che eravamo andate ad ascoltare con il cuore gonfio di emozione il concerto di un cantate che veneravamo senza essere veramente consapevoli dei perché,
ci ritrovammo inconsapevoli dentro ad uno spettacolo ancora più grande. Quei ragazzi che ci tenevano sulle spalle, che ora si abbracciavano dondolandosi alle note di quella canzone, urlavano le parole a squarciagola e credo anche qualcuno piangesse un po'.
Che quella non era solo una canzone, per molti era un inno, una storia vissuta in prima persona. Io quella sensazione non me la scorderò mai. A quei tempi non c'erano telefonini o Ipad, le emozioni le dovevi filmare con gli occhi per fartele rimanere dentro. Era il 1990, avevo undici anni, quasi dodici, era l'8 Aprile, avevo un paio di jeans a vita alta, una maglietta rossa e un giubbotto di jeans, ero sudata marcia all'uscita del Palazzetto dello Sport di Firenze, sudata marcia e cresciuta parecchio in una sola serata, grazie a un concerto, grazie a Luca Carboni, ma sopratutto grazie a quel ragazzo che per quasi mezzo concerto mi tenne sulle sue spalle, a vessillo di due mondi che si univano senza saperlo.
15/10/13
CANTANO E SUONANO di Barbara Dardanelli
Oggi la
maestra dell'asilo dell'Adele mi ha fermato chiedendomi che lavoro facessi,
perché alla stessa domanda l'Adele aveva risposto “la mia mamma lavora con
quelli che cantano e suonano”. La cosa può risultare spiazzante, perché può
voler dire tante cose, in effetti spiegare all'Adele nello specifico che lavoro
faccio, è estremamente complicato, visto che a mala pena ancora sono riuscita a spiegarlo ai miei genitori.
Comunque lei alla fine ha saputo sintetizzare bene, anche perché circondata
com'è di note, un'idea se la deve essere fatta da sola.
Il primo
concerto che ha visto l'Adele è stato quello di Bobo Rondelli, aveva 10 mesi e
in piedi sul passeggino batteva le mani entusiasta, urlava e partecipava a una
festa. Con una caparbietà curiosa, ha chiuso gli occhi solo una volta risalita
in macchina. Certo, il primo concerto se togliamo quelli che ha sentito da
dentro la pancia.
Quando
era piccolina per addormentarla le cantavo “Insonnia” dei Virginiana Miller.
La
prima canzone che ha imparato è stata “Cuccurucucu paloma”, non ne uscivamo, la
dovevamo mandare in loop almeno per mezz'ora di fila. La prima foto che si è
fatta con un cantante, è stata con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, lei
aveva sonno ed era un po' indispettita, ma lui ci ha abbracciato come fosse una
cosa bella davvero, non solo per noi e allora poi l'Adele gli ha dato anche un
bacino.
In casa nostra ci sono sempre un sacco di riviste musicali, ma lei è
sempre stata attratta da un vecchio numero di Rumore che in copertina aveva
Paolo Benvegnù, ecco lei Benvegnù lo riconoscerebbe tra una folla di un
miliardo di persone.
Tutte le
sere poi, è rito ormai da sempre, che dopo mangiato andiamo in salotto e
facciamo suonare la musica e lei balla, e noi con lei, come se il resto della
giornata rimanesse lì sospeso, in attesa di quell'epilogo che per forza di
cose, diventa il più bello che si possa immaginare. Questo per dire che l'Adele
è circondata, un po' anche per forza di cose, dalla musica, dalla musica dei
grandi. Questo non preclude l'ascolto delle canzoni dei bambini, mica siamo
“torturatori” noi, lo sappiamo che un “Caffé della Peppina” o un “Volevo un
gatto nero” sono necessari a quest'età, forse più di “Lullaby” dei Cure. Però
io credo nell'imprinting. Ci credo perché io sono la prova che con me ha
funzionato. A casa mia quando ero piccolina, sul piatto del mio babbo suonavano
cose veramente belle. Dalla, De André, Guccini, Battiato, Deep Purple, Rolling
Stones, Genesis, Pink Floyd.
Che c'entra, tutto questo, arrivata a 13 anni, non
mi ha protetta da Masini, il quale chiesi con forza di andare a vedere al
Palazzetto dello Sport. Ma comunque quando la maestra di musica delle medie ci
chiese di portare un testo a nostro piacere da analizzare, io portai,
totalmente inconsapevole di cosa parlasse veramente, “Alexander Platz” di
Battiato.
Non ho
paura dunque di pensare che, arrivata a una certa età, l'Adele mi chiederà di
portarla a vedere i Modà di turno, è una tappa necessaria anche quella, perché
comunque io sono consapevole dell'imprinting che gli abbiamo dato. Quello vince, vince sempre su tutto alla
fine, basta avere la pazienza di aspettare.
La prima canzone che ha imparato è stata “Cuccurucucu paloma”, non ne uscivamo, la dovevamo mandare in loop almeno per mezz'ora di fila. La prima foto che si è fatta con un cantante, è stata con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, lei aveva sonno ed era un po' indispettita, ma lui ci ha abbracciato come fosse una cosa bella davvero, non solo per noi e allora poi l'Adele gli ha dato anche un bacino.
In casa nostra ci sono sempre un sacco di riviste musicali, ma lei è sempre stata attratta da un vecchio numero di Rumore che in copertina aveva Paolo Benvegnù, ecco lei Benvegnù lo riconoscerebbe tra una folla di un miliardo di persone.
Che c'entra, tutto questo, arrivata a 13 anni, non mi ha protetta da Masini, il quale chiesi con forza di andare a vedere al Palazzetto dello Sport. Ma comunque quando la maestra di musica delle medie ci chiese di portare un testo a nostro piacere da analizzare, io portai, totalmente inconsapevole di cosa parlasse veramente, “Alexander Platz” di Battiato.
04/10/13
MUSICA E MALATTIA di Barbara Dardanelli
E' arrivato l'autunno. L'Adele ha preso la
prima influenza, per battezzarsi bene in questo grigio. Le giornate in casa,
quando siamo bambini, sono lunghissime e noiose da passare e l'Adele si
manifesta in tutta la sua smania di fuggire, nonostante la febbre, nonostante
la tosse. Perché non c'è gioco, cartone animato o invenzione che possa scovare,
lei dopo un po' ha bisogno di uscire e si attacca alla maniglia della porta con
una disperazione che lo stomaco mi si rigira tutto. L'unico modo che abbiamo
per calmarla un po', è dirle “dai che ora mettiamo la musica e si balla!”.
Allora le se illuminano gli occhi, quegli occhi che appena parte la musica
chiude, alzando contemporaneamente le braccia e iniziando a roteare su se
stessa come i dervisci della canzone di Battiato. Allora capisco che lei ha già
trovato la sua via di fuga.
Quando ero bambina io, mi ammalavo spesso per
colpa delle tonsille. Nelle lunghe giornate di malattia, veniva a tenermi
compagnia la zia Renata, sorella della
mia nonna Roberta, una donnina piccina picciò, che prendeva 3 autobus per
arrivare da via Baccio da Montelupo fino alle Cure, solo per giocare con me. La
zia Renata aveva le campanelle alle orecchie e aveva sempre tante storielle di
Pierino da raccontarmi e a pranzo mi faceva sempre la pasta al burro con tre
chili di parmigiano. Quando arrivava la zia Renata per me era festa, ricordo
che aspettavo alla finestra con il batticuore di vederla attraversare la
strada, perché la zia Renata aveva questa capacità di tornare bambina e di divertirsi
più di me a giocare. Uno dei nostri giochi preferiti era la capanna. Sopra la
scrivania della mia cameretta creavamo una struttura con un telo e poi ci
infilavamo sotto, portandoci ogni ben di dio: cocci, coccini, bottiglie
dell'acqua, cuscini, coperte, bambole e qualsiasi cosa potesse servire per
“arredare” una capanna. Logicamente in quel gioco avevamo anche dei mariti a
cui preparare da mangiare e qua arriva la magia. I nostri mariti avevano la
faccia di Fabrizio De André e James Taylor. Infatti ancora prima del rituale
della creazione della capanna, c'era quella della scelta dei mariti. Il tutto
avveniva nella libreria dove il mio babbo teneva i vinili. Alla fine la scelta
era sempre la stessa: lei si prendeva Sweet Baby James e io Volume I.
Un paio
di volte, tanto per cambiare, io presi anche Lucio Dalla, ma la zia Renata non
era troppo d'accordo, mi diceva sempre che era veramente troppo brutto.
E così,
sotto la capanna, tra cocci, coccini e bambolotti, si stagliavano questi due
bei faccioni. Quando la sera tornava mia mamma, erano sempre litigate per la
confusione che avevamo creato, confusione che logicamente poi avrebbe dovuto
rimettere a posto lei, ma sopratutto la mia mamma rimprovera alla povera zia
Renata di avermi fatto strapazzare troppo. I faccioni di De André e James
Taylor erano i primi a ritornare al loro posto e quando mio babbo tornava la
sera e mi chiedeva cosa avevo fatto tutto il giorno, gli rispondevo che avevo
cucinato per l'uomo con il ciuffo. A quel punto lui prendeva il vinile, lo
metteva sul piatto e faceva partire “La canzone di Barbara”.
08/09/13
L'ADELE di Barbara Dardanelli: La Fiera
L'altro giorno sono andata al Luna Park con l'Adele. Qua in Toscana il Luna Park lo chiamiamo la Fiera. La Fiera in effetti rende meglio l'idea di come quel turbinio di suoni, luci, grida e soprattutto odori ti soggioghino. Queste logicamente sono fiere paesane, quindi niente ferite mortali, forse solo forti mal di pancia che imputiamo alle montagne russe, per nascondere in realtà la quantità di bomboloni fritti e troiai in tutte le salse, che ci sentiamo quasi in obbligo di consumare, quando ci sale l'adrenalina.
Quando ero piccolina io, al banco del chiccaio m'impuntavo nel voler quelle boccettine fatte tipo microscopici biberon, che contenevano bevande dolcissime, così dolci che la lingua s'imparentava al palato. Quando volevo osare un po' di più, chiedevo la paperella piena di chicchi, che te la portavi dietro col bastoncino producendo un rumore infernale. I miei genitori invece, mi ricordo che s'ingozzavano di croccante e brigidini e quell'odore d'anice mi è rimasto talmente tanto nel naso a ricordarmi momenti belli, che ho imputato la mia fissazione in età adulta per la Sambuca, proprio a questa cosa. La sensazione bella è che, quando sono tornata alla fiera l'altro giorno, dopo anni e anni che non le frequentavo più, ho scoperto che niente alla fine è cambiato. Lo stesso odore di fritto e anice ad inebriarti il cervello, le catene che giravano, le grida dei ragazzi, i sorrisi dei bambini, le macchinine a cozzo usate per rimorchiare. Tutto uguale insomma, e a me si è aperto il cuore, ho pensato che ci sono delle cose nelle vita che è bello che restino immutabili, ferme, a puntellare i ricordi, senza dover far tanta fatica a pensare com'erano, perché ancora sono. Poi però mi sono accorta di una cosa fondamentale che effettivamente era cambiata, a parte il costo delle giostre, che per far fare due giri sul bruco mela all'Adele mi son partiti 2 euro. La cosa che è cambiata, com'è è naturale che sia, è la musica che esce dalle giostre. Ora è tutto un tripudio di Fedez e Club Dogo.
Ai miei tempi, me lo ricordo, sulla nave che saliva in cielo si cantava Should I stay or should I go. Sembra una cavolata, ma quella musica, la musica che gli altoparlanti delle giostre sparano a volumi altissimi per caricare ancora di più la tua adrenalina, è una musica che volente o nolente ti rimarrà dentro e tu non lo sai, ma il giostraio sarà parte attiva dell'imprinting sui tuoi gusti musicali.
Ad esempio io mi ricordo perfettamente che alla giostrina che c'era alle Cascine dove il mio babbo mi portava tutte le domeniche mattina quando si andava a mangiare dai nonni di Porta Romana, mandavano Semplice di Gianni Togni. In età adulta mi sono scoperta a ricantarla e ad amarla profondamente.
E' l'imprinting. Tu lega una canzone ad un momento bello e felice, e quella canzone ti rimarrà cucita addosso tutta la vita. Per questo ieri, mentre ero alla fiera con l'Adele, ho benedetto un giostraio che, in mezzo a tutti questi rapper e tun tunz, ha avuto il coraggio di sparare a tutto fuoco Tunnel of love dei Dire Straits.
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