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13/02/14

SAN VALENTINO A MODO NOSTRO


Era San Valentino di un giorno sereno, cantava la tua gioventù: è la storia di Lucia, protagonista dell’omonima canzone di Pupo, un misto tra Che sarà, Montagne verdi e Smalltown Boy. Lucia che era andata via pensando sarà dura per me ma qui non mi capisce nessuno. Una fuga di cervelli, probabilmente, effettuata di sicuro in treno perché siamo nel 1980 e non è stato ancora inventato il volo low cost. Era San Valentino, ma che Valentino se tanto l'amore non c’è, nella mente nel cuore se manca l’amore è un giorno qualunque per te: è qui che il poeta coglie l’intimo dramma, è San Valentino un giorno come un altro? Lucia pare pensarla così, o c’è l’amore o nulla, e allora meglio le montagne verdi e un sincero viaggio a ritroso: sei tornata un mattino a cercare il profumo che non hai trovato laggiù. A chi ha l’amore, e anche a chi non ce l’ha, auguriamo di trovare un profumo, a ciascuno il proprio.
 
Riccardo Ventrella
 
 

 

"Mamma, io odio San Valentino!". Giulia, 11 anni, quinta A. Resto colpita dal fatto che sappia già che cosa si festeggi domani, e non vorrei indagare sul perché lo odia ma se l'aspetta, quindi glielo chiedo.
Alessio della quinta B mi ama! Credo che domani mi porterà un regalo a scuola.
E non sei contenta???? Lo ami anche tu?
Veramente no, cioè non lo so.... 
Ma se te lo porta dovrai decidere il da farsi, no?
Appunto... Comunque se me lo porta chiederà alla Sara della quinta B di consegnarmelo, Alessio è fatto così!
Magari è timido... ma tu non lo vorrai neanche ringraziare??
Senti mamma, lui mi ama, ma mi ama a tal punto che tutte le volte che mi vede alla ricreazione, o all'uscita... SCAPPA!!! Come faccio a sapere se lo amo se scappa sempre? Ora mi toccherà ringraziarlo per il regalo tramite la Sara... che figura di merda! Accidenti a San Valentino!
 
Silvia Nardi Dei
 
 
A volte mi consolo con questo pensiero:
se lui mi amasse
sarei già scappata
in cerca di un altro sogno
 
Mara Amorevoli
 
 
 
Ummi viene una sega, io san valentino un l’ho mai considerato

 
Camilla Catarzi
 
 
 
I miei sanvalentini sono  abbastanza cambiati nel tempo. I primi che ricordo son quelli delle medie. Al tempo mia madre mi metteva delle camicette secondo lei molto carine – in realtà inguardabili e antinebbia. In più avevo l'apparecchio ai denti: passavo l'intervallo a guardare gli altri che si scambiavano i baci peruggina, i ciuccioni con la lingua e i bigletti t.a.t.t. e t.v.t.t.t.b.b.
Alle superiori ero alternativa e con i miei amici alternativi deridevo quelli che festeggiavano la festa borghese del sanvalentino. Presumendo che tutti gli alternativi in genere fossero ragazzini shokkati e rancorosi come me che alle medie avevano avuto mamme che li avevano costretti a mettersi l'apparecchio ai denti e la camicia antinebbia.
Ai tempi dell'università a Milano, ricordo che il mio ragazzo di allora mi portò in un ristorante giapponese fashion e ordinò un sacco di portate. Mentre aspettavamo che il non-giapponese-bensì-cinese-di-Gallarate ci servisse, abbiamo cominciato a litigare pesante. Lui abbaiava fortissimo. Io mi sono chiusa in un mutismo impenetrabile. Quando sono arrivati tutti i vassoi mi sono alzata, ho chiamato un taxi e l'ho lasciato lì, con tutto il cibo da mangiare e il conto da pagare.
Al momento ho trentadue anni, San Valentino mi lascia piuttosto indifferente, e tuttosommato sono piuttosto felice di raccontarvi tutti questi traumi accumulatisi negli anni, grazie a Gianni Caverni che me ne ha dato la possibilità. Una buona festa dell'amore a tutti voi!
 
Sara Rados
 
 
 
Ma chi se ne frega di San Valentino? Innamorati... si, ...e allora?
Voi che siete innamorati, non vi basta? No, volete fare anche la festa.
Cos’è, volete mostrare a tutti quanto vi amate? Far vedere che il vostro amore è speciale e che tutti gli altri amori al confronto sono piccole stupide infatuazioni passeggere?
E tu, con quello sguardo acquoso, che nello specchio dai l’ultimo colpo di brillantina ai capelli bianchi sulle tempie e pensi di essere per lei l’unico uomo sulla terra, non ti viene alcun dubbio?
Ma si che ti viene! Se ci pensi bene senti dentro di te quella leggera inquietudine..., la senti strisciare su per la schiena fino dietro la nuca e piantare nel cervello la certezza che alla prima occasione controllerai di nascosto il suo cellulare.
Lo sai bene che, quell’altro, il giorno di San Valentino entrerà in contatto con lei. E tu sarai lì, pronto a tuffarti sul cellulare alla sua prima distrazione.
E’ ora di uscire, lei è splendida nel suo completino grigio topo. Lo scarlatto delle labbra è calamita per i tuoi occhi e il seno sembra una taglia superiore a quello di ieri.
Ti aggiusti gli occhiali, infili lentamente il loden blu, metti il cappello, prendi il bastone e muovi verso la porta.
Lei ti sorride, e in quel sorriso c’è già il programma della serata. Che stupido sei stato a sospettare!
Il ristorante a sorpresa quest’anno la lascerà senza fiato, e poi..., e poi sarà meraviglioso.
Ti sistemi bene alla guida della tua Ford, metti in moto e fai scivolare in avanti l’auto con dolcezza. Lasci la frizione lentamente..., molto lentamente. Fai urlare il motore fino all’agonia, poi, con calma, a un certo punto..., ingrani anche la seconda.
Conduci sicuro con parlantina sciolta quando, improvviso come una cannonata, arriva un messaggino al suo cellulare. Lei lo legge subito. Tace. Richiude il coperchio. Uno, due, tre, quattro..., ma niente, non dice niente.
Improvvisamente un solo pensiero occupa la tua mente: chi cazzo era?. Era lui! Certo che era lui!
Senti il riacutizzarsi del dolore alla schiena. Ti vuoi fermare. Non riesci a trovare parcheggio. L’auto sussulta e si spenge. Uno stronzetto ti grida qualcosa. Vorresti scendere e spaccargli la faccia. Ma no, poi lasci perdere..., non hai più l’età. Cerchi il bastone mentre con l’altra mano provi a rimettere in moto.
Ora Olga posa la mano sulla tua spalla, ti guarda e sussurra dolcemente: “Aldo, si calmi. Finiamo il giro dell’isolato e rientriamo a casa. Le preparo il semolino poi guardiamo la TV.” ... “Ma quando si convincerà a smettere di guidare? Non le serve la macchina, le provoca solo stress.”
“E tu quando la smetterai di stare sempre al telefono?”
“Ma non sono stata al telefono.”
“Non è vero. Ha appena squillato!”
“Era solo un messaggino..., era mio marito dalla Polonia. Mi faceva gli auguri per San Valentino.”
“Già..., oggi è San Valentino. Sai..., quando era viva mia moglie la portavo sempre in un bel ristorante a sorpresa. E poi..., poi era meraviglioso.”
Stefano Tanini
 
 
 
 
Sannetta Trampolini della Ferla
 
 
I bambini quando cantano a volte chiudono gli occhi, l'Adele lo fa spesso. Lo fanno perché così possono vedere quello che cantano e se chiudono gli occhi lo vedono meglio. E' un paradosso che a me ha fatto tanto riflettere. E allora stasera  ho cantato Nel blu dipinto di blu con gli occhi chiusi, insieme a lei. Abbiamo battuto qualche testata, perché poi mentre si cantava ci sembrava di volare davvero, Ma quello che ho visto in quel momento, con gli occhi chiusi, se le avessi avuti aperti, non l'avrei visto mai.
 
Barbara Dardanelli
 
 
 
Un desiderio per San Valentino? Dimenticare l’amore, almeno per un giorno. No, non è l’ennesima provocazione della me stessa più cinica e scenografica, ma una fantasia che più romantica non si può. Non ci credete? Ebbene sì, la mia proposta impossibile per il 14 febbraio, è proprio questa: scordarsi l’amore, e riscoprire l’innamoramento. Pensateci bene, cosa può esserci di più meraviglioso di una bacchetta magica che vi permetta di guardare la persona con cui da anni condividete letto, influenze e bollette da pagare come se fosse la prima volta, completamente ignari di quelle imperfezioni, per usare un eufemismo, che avete imparato a conoscere così bene? Di resettare tutti i litigi, le parole volate a sproposito, le lampadine non cambiate, le porte sbattute, le luci spente senza darvi la buonanotte, le cattiverie dette per far male, i gambaletti color carne (lei), il calzino con la ciabatta (lui)? Immaginatevi belli e splendenti a un primo appuntamento, troppo emozionati per farlo funzionare davvero ma con tutta la voglia di riuscirci, un vestito bello comprato per l’occasione e in tasca un pacchetto di mentine, pronti per un “e vissero per sempre felici e contenti” che non dovrebbe mai, per legge, essere soggetto a ulteriori precisazioni, se non nel sequel di un romanzaccio di infima categoria. E però ecco, ora che ci penso, mi è venuto un dubbio: siete proprio sicuri che vi piacereste sul serio? Non è che invece quel favoloso innamoramento è stata soltanto un’improbabile coincidenza, una concatenazione inesplicabile di congiunture che magari, a riprovarci oggi, non si ripeterebbe? E che la cosa vera, quella realmente importante, non sono piuttosto le influenze, i calzini scesi, i litigi (e i conseguenti fare la pace) e tutti quei giganteschi, devastanti casini che vi hanno portato dove siete adesso? Mi sa che per questa volta, per quanto mi riguarda, preferisco non rischiare. E invece di festeggiare il mio San Valentino speciale, mi appellerò al mio delizioso, monotono quotidiano. Una bella pizza da asporto, un morettone da 66 da dividere, e magari la nostra serie preferita sugli zombie. Il gambaletto color carne, però, giuro che non lo metto.
 
P.S. per gli amici single, inguaribilmente a-romantici o a forte rischio di diabete: 1) la colpa non è mia, è di Gianni, che ha tirato fuori tutta la sdolcinatezza che è in me, prendetevela con lui. 2) parlare di San Valentino sarà pur sempre meglio che discutere degli ultimi sviluppi della politica italiana, no? 3) se proprio non resistete, e avete un disperato bisogno di un pensiero positivo per affrontare la giornata, sappiate che San Valentino è morto torturato e decapitato sulla via Flaminia.

 
Gaia Rau



Una di queste notti, fra il 13 e il 14 febbraio voglio dire, tanto o poco tempo fa non importa, mandai sette baci e una buonanotte alla donna che amavo.
Perché proprio sette mi sono chiesto? Perchééé … perchééé … non lo so perché. Ma poi mi è venuto in mente che i perché vengono dopo, cioè i perché spesso non ci sono all’inizio, poi ci si pensa e dei perché si trovano. Proprio così, insomma si procede all’arrovescia come per gli acronimi: intendiamoci subito, se si vuole fare una ditta io e Domenico Coviello nessuno ci vieta di battezzarla con un acronimo senz’anima tipo GCDC; senz’anima e impronunciabile per di più. Magari usando solo i cognomi l’acronimo diventa almeno pronunciabile: ciccì, a leggerlo. Ma resta senz’anima. Meglio andare a ritroso: che si vende nella nostra ditta? Non si vende davvero, anzi non abbiamo nemmeno una ditta, ma si fa per fare un esempio. Si vendono gabbie per canarini, per esempio. Può essere un’idea allora scegliere un acronimo che suoni “CIOP”, sempre per esempio. Da ciop si tratta di scegliere definizioni in modo che l’acronimo che ci serve venga CIOP, appunto. Ci se ne sbatte dei nomi e cognomi e si vola altrove: la C viene da canterini, e su questo non ci piove. La I è l’iniziale di ispirati, la O viene da oziano e la P da protetti: insomma i canarini Canterini Ispirati Oziano (e così si suggerisce che se la godono) Protetti che è come negare che la gabbia li imprigioni e affermare invece che offre protezione. Uguale CIOP! Occhei non è un granché ma insomma a quest’ora di notte meglio non mi veniva. E poi era solo un esempio.
E allora perché proprio sette baci? Perché si dovrebbe dormire otto ore per notte (beato chi gli riesce, io spesso mi sveglio circa alle 4,36 con gli occhi spalancati come semafori), allora un bacio ogni ora? Nooo troppo ovvio, uno di meno perché un po’, ma poco poco, le manchi un bacio per coprire tutta la notte, ma ce ne siano abbastanza per farla sentire serenamente amata. E poi il sette mi è sempre stato simpatico da quando il mio babbo vinse col numero sette la lotteria del bar vicino a casa e se ne tornò portando un cesto di bottiglie, caffè, e, soprattutto dolciumi che io ero bambino. Col numero sette giocava Julinho nella mitica Fiorentina del 55/56, quella del primo (e penultimo) scudetto. E poi i sette samurai, i magnifici sette, sette sposi per sette fratelli, le sette note, la lega dei sette mari, i sette nani, le sette vite dei gatti, la danza dei sette veli.
E poi sette è la metà di quattordici e il quattordici febbraio è sanvalentino.

Gianni Caverni

 
 
 
 
 
 
 
 

 

03/11/13

QUANTA FRETTA MA DOVE CORRI, DOVE VAI? di Stefano Tanini

Ho iniziato a correre da un anno. E’ venerdì sera, decido che ho abbastanza tempo prima della cena fissata con gli zii di mia moglie. Maglietta bianca di cotone, pantaloncini corti attillati, scarpe da podismo, Garmin al polso e via. Solito percorso: lungo l’Arno fino al Girone e ritorno, 10 km in tutto.
 
Dopo pochi minuti, all’altezza dei campini all’Albereta, un ragazzo mi si para d’avanti facendo segno di fermarmi. Ragazzo, penso, un podista con tempo cronometrato non si ferma tanto facilmente. Lui continua a sbracciarsi, quindi nonostante il Garmin che scandisce i secondi, mi fermo.
“Scusa, siamo solo in nove, giocheresti con noi a calcetto. Dai... abbiamo il campo per un’ora...”
Rimango un pò indeciso. Poi la voglia di rigiocare a calcetto dopo anni ha il sopravvento e dico: “ma si dai, avete trovato il decimo.”
Appoggio il telefono cellulare e le chiavi di casa a terra e mi mescolo ai giocatori, tutti una ventina d’anni più giovani di me. Cinque di loro hanno la maglietta nera, quindi le squadre diventano: magliette nere contro gli altri.  
Dopo pochi minuti è evidente che la squadra nera è più forte. Però poi, noi multicolori scopriamo di avere in squadra il fuoriclasse del mazzo. Un ragazzo che va come una scheggia, ha piedi buoni e la butta dentro con facilità.
Via via metto d’accordo le suole sporgenti delle scarpe da podismo con l’idea di controllare un pallone e riesco a dare un paio di passaggi che il fuoriclasse trasforma in altrettante reti. Insomma, c’è partita.
Poi arriva l’ultimo minuto.
Azione loro sulla destra. Parte un cross alto. Io salto (si fa per dire), e con un colpo di testa all’indietro cerco di allungare la traiettoria della palla e mettere fuori tempo l’avversario. Lui arriva  a grande velocità, salta e incorna verso la rete... ma quando colpisce, la palla non c’è più. L’ho toccata io.
La mia fronte però è ancora lì, dove un attimo prima c’era il pallone.
Una testata terribile: l’arcata sopracciliare destra dell’avversario contro la parte alta della mia fronte.
Cado in avanti e mi ritrovo steso con la faccia a terra. Mi ritiro su. Porto la mano sopra la fronte e sento una voragine.
L’ultima falange dell’indice e del medio entrano completamente nell’anfratto che si è formato sulla mia testa. Apro gli occhi e vedo una pozza di sangue per terra. Mi esce un urlo di disperazione e penso che di lì a poco morirò per fuoriuscita del cervello.
Poi, passati alcuni secondi, si fa strada l’idea che non ho la testa spaccata e che forse sopravviverò.
Dall’altra parte Giacomo, un ragazzo alto sulla venticinquina, è piegato dal dolore e si tiene premuto il sopracciglio con un fascio di carta da rotoli.
 
Qualcuno passa anche a me della carta, poi andiamo in bagno a lavarci le ferite e aspettiamo l’ambulanza.
Finalmente raccolgo il cellulare ancora posato a terra insieme alle chiavi. Mia moglie mi ha cercato più volte. La richiamo: “...ma dove sei?”
“sono all’Albereta”
“dobbiamo andare via un po' prima per la cena: l’appuntamento è alle otto...”.
“no..., per la cena ho dei problemi... vieni qui che ti spiego tutto...”.
Arriva, guarda la ferita, si preoccupa e vuole accompagnarmi in ospedale. La convinco ad andare alla cena e che le darò notizie appena fatta la visita.
Nel frattempo arriva l’ambulanza.
Uno dei soccorritori ha l’aria di essere molto esperto. Ci tranquillizza, stende Giacomo sulla lettiga e fa sistemare me seduto di fianco a lui.
Al pronto soccorso veniamo spinti dentro da protagonisti: Giacomo disteso, io su una sedia a ruote, entrambi con addosso copiose tracce di sangue.
 
C’è un caos da ora di punta. Un’anziana scheletrica con badante cingalese urla che vuole la mamma. Intorno a noi un coacervo di gessi, flebo, tagli e lamenti.
Aspettiamo dignitosi il nostro turno. Poi una giovane dottoressa con maniere sbrigative ma efficaci ci fa domande e compila una scheda.
Giacomo anche ferito è un bel ragazzo, io in quelle condizioni sono piuttosto buffo. Riusciamo a strapparle un sorriso anche in quel clima da prima linea.
Ritorna dopo qualche minuto e inizia con me. Pulisce bene la ferita e comincia a cucire.
Fa male ma non troppo. Alla fine sono cinque punti.
Poi tocca al mio avversario. Sul sopracciglio la cucitura fa più male. Sono cinque punti anche per lui.
Pareggio!
Ci diamo un cinque con sportività. Ora, ben incerottati, aspettiamo ordini dalla dottoressa. Arriva e ci presenta dei moduli da firmare, ce ne consegna una copia e ci saluta: “potete andare. Se però nelle prossime ore avete nausea tornate subito qui.”

 

Ce ne andiamo e attraversiamo la sala d’aspetto dei parenti. Ma cos’ha da guardare questa gente? Poi realizzo che siamo vestiti da calcetto e da podismo e che la mia maglietta bianca sembra un camice da macellai.
Usciamo. Siamo felici, sono passate appena due ore dalla testata e ci sentiamo bene. Non chiamo mia moglie che sarà ancora a cena all’altro capo della città. E’ Giacomo che telefona a sua madre per farci venire a prendere. Ma lei non può prima delle dieci. Allora telefona a suo zio... ma è fuori Firenze. Un po’ si arrabbia, ma tant’è. O aspettiamo le dieci o ci arrangiamo.
Mentre siamo alla fermata dell’autobus propongo di andare a piedi a casa mia, che in quel momento mi sembra vicinissima. Scopriremo solo dopo che sono quasi sei chilometri.
Lui accetta subito (e ti pareva che trovassi uno normale), ci incamminiamo e durante il tragitto cala il buio. Le vie sono semideserte ma i pochi che incrociamo ci guardano strano: forse pensano a una rissa con bastoni e coltelli, chissà.
Dopo più di un’ora arriviamo. Buttiamo i moduli dell’ospedale sul mobiletto d’ingresso e andiamo in bagno per darci una lavata. Lo specchio rimanda facce un po’ affaticate con un vistoso cerotto.
“ti accompagno a casa o ci facciamo una birra?”
“una birra volentieri.”
Apro due lattine di birra e ci sediamo al tavolo di cucina.
“tu che fai?”
“suono l’organo”
“l’organo? Ma lo fai di mestiere?
“si, più o meno..., domenica ho un concerto in Norvegia... ora non so come fare a presentarmi con questo cerotto”
“va bé... dai..., fa figo..., fa un po’ artista dannato in concert.”
“Si, forse si..., però di solito suono nella chiesa di San Miniato a Monte o in concerti un pò eleganti.”
“Senti..., che ne dici di uno spaghettino?”
“Se me lo chiedi..., a quest’ora mi sembra ottima idea”
E lì parto da vero chef. Metto una pentola d’acqua sul fuoco e soffriggo uno scalogno in una grande padella. Prendo due pomodori grossi dalla pianta in giardino, li taglio e li schiaffo in padella. Aggiungo sale e peperoncino quanto basta. Tagliuzzo una mozzarella da 250 e preparo qualche foglia di basilico... nel frattempo l’acqua bolle.
“quanta ne butto?”
“boh..., fai te”
“io ho fame, penso che ce ne vorrà almeno due etti a testa”
“per me va bene.”
“allora facciamo tutto il pacco..., si fa prima.”
Butto mezzo chilo di spaghetti. Poco prima della cottura li salto nella padella per un paio di minuti. Li divido in grandi scodelle e vengono fuori due belle piramidi. Metto sopra una manciata di mozzarella, il basilico e via per la gioia delle nostre forchette. Apriamo un altra birra ciascuno e portiamo a termine il lavoro con passione.
Accompagno Giacomo a casa e al rientro, seduto sul divano, sento tutta la stanchezza del mondo. Poi arriva anche la mia famiglia, racconto tutto, prendo un antidolorifico e andiamo a letto.
Al mattino con la caffettiera sul fuoco mia moglie mi chiede: “cosa sono questi fogli?”
“quali...? ah, sì, me li hanno dati all’ospedale...”
Lei legge ad alta voce:
“Istruzioni per i pazienti che hanno subito un trauma cranico.
Consigli per i prossimi 2/3 giorni:
  • non prendere farmaci per il mal di testa se non prescritti dal medico
  • mangiare cibi leggeri e in ridotta quantità;
  • evitare le bevande alcoliche;
  • evitare sport, esercizi fisici e sforzi di ogni genere.  
Ecco.

27/09/13

BELLO FARE QUATTRO PASSI! di Stefano Tanini

In bici sui passi dell’Appennino si vedono le farfalle a bordo strada. Di tanti colori, svolazzano intorno alle fioriture con traiettorie imprevedibili.
Ogni tanto una taglia la strada al lento procedere della ruota anteriore e subito inverte il suo volo per tornare al verde laterale.
Siamo io e Giulio, e ci piace la salita. Ogni pedalata è una sofferenza, ogni chilometro una conquista.
Nulla a che vedere con i ciclisti veri, quelli che con le bici da corsa vanno su come schegge. No, no, noi siamo atleticamente perfetti cialtroni.
 

Giulio ha proposto il programma: quattro passi in tre giorni. Io ho accettato con entusiasmo. Abbiamo spolverato le ragnatele dai parafanghi e dal fanale delle nostre bici da strada, abbiamo legato le borse laterali al portapacchi, una gonfiata alle gomme e siamo partiti.
Ora, salendo questo maledetto passo di Croce ai Mori, con i muscoli delle gambe che urlano il loro dolore, con le bici che sbandano dalla lentezza del procedere, con un nuvolo di moschine che accompagna le nostre teste sudate, non vorremmo essere da nessun’altra parte che qui.
Il panorama della vallata segna la misura della nostra conquista e ci ripaga della fatica.
 
Lentamente mi stacco dalla ruota di Giulio, ma ho un dolore al ginocchio che mi tormenta ad ogni colpo di pedale... solite scuse.
In cima al passo facciamo la foto rituale sotto al cartello dell’altitudine.
Poi grande godimento in discesa, alberghino indecente a Stia, aperitivo al bar dove hanno girato “Il Ciclone”, pizza, partita di coppa della Viola al bar centrale con gelato pinguino tra il primo e il secondo tempo, e a letto distrutti.
 

Il secondo giorno per ignoti motivi si pedala meglio. Il passo della Calla con i suoi 1300 metri ci preoccupava non poco. Invece ci arriviamo prima di mezzogiorno e brindiamo all’impresa con due generosi bicchieri di bianco fresco.  
 

 
 
La discesa versante romagnolo si arresta all’agriturismo “Il Poderone” nel cuore della foresta di Campigna. La Lorenzina ci saluta cordialmente mentre mani sapienti lavorano una sfoglia che rasenta il metroquadro: promette bene, molto bene.
A tavola, accompagnati da un allegro Sangiovese, si comincia con ottimi ravioli e non riesco a dire no al secondo passaggio del vassoio. Poi arrivano la tagliatelle.
E già alla prima forchettata si capisce qual’era lo scopo di tutto il viaggio: sono semplicemente sublimi. Si chiude con un’insalata mista. Evitiamo la carne perché in fondo siamo atleti..., e nel pomeriggio dobbiamo ancora pedalare.
 
 
 

Prima che l’abbiocco ci lasci stesi sul prato si riparte. Dopo una discesa troppo breve, si attacca il passo della Braccina. Un inferno.
E’ una strada secondaria con pendenze insopportabili. Saliamo praticamente a passo d’uomo. Non incontriamo nessuno, niente auto, niente camion, niente moto, niente di niente. Siamo solo noi e la nostra impresa che vacilla ad ogni tratto di strada dritta ma che inesorabilmente si compie dietro ad ogni tornante.
 
Qui le farfalle a bordo strada sono moltissime, o forse sono le tagliatelle che come un potente allucinogeno ci hanno riempito il cervello di farfalle colorate.
Dopo aver surriscaldato i tasselli dei freni in discesa, arriviamo a Fiumicello. Un bell’albergo nuovo e accogliente, un vecchio mulino ad acqua e un allevamento di trote.
I telefoni cellulari qui sono inutili. Erano anni che non telefonavo da un apparecchio a scatti: “... prema il tasto rosso appena sente la linea. Ecco, ok, ora può parlare”. “... si, ciao, noi  tutto bene, e voi?... si, si, rientriamo domani... baci”.
Incastrati tra le montagne la notte cala presto. Dopo cena ci allontaniamo dalle poche luci di fronte all’albergo e sopra di noi appare un cielo con troppe stelle. Ma dov’erano tutte le altre notti?  
Poi ci accorgiamo che fa un freddo quasi invernale e si scappa in camera dove in un piccolo televisore appeso ad una mensola lassù in alto, si guarda (si fa per dire) la finale di supercoppa tra Bayern e Chelsea. Finisce ai rigori e noi crolliamo nel sonno con la coppa in mano a Guardiola.
L’ultimo giorno inizia con torta casaliga da inzuppo e con Giulio che trova la gomma posteriore a terra. La mia pompetta mignon vive il suo momento di gloria. La gomma resiste, per fortuna il foro è proprio microscopico.
Nella vallata fa un freddo vero, poi inizia la salita verso l’ultimo passo, quello dei Tre Faggi, e il freddo svanisce ingoiato dal nostro sudore.
 
Alcuni ciclisti ci sorpassano salutando. Li lasciamo andare senza scatenare la bagarre perché noi andiamo piano per via delle borse pesanti, è ovvio no?
Arrivati al passo, consapevoli che l’impresa è oramai compiuta, ritroviamo linea ai cellulari e facciamo la telefonata a Gianni, amico e organizzatore abituale delle nostre pedalate annuali. Quest’anno non è venuto per colpa di un infortunio. 
“Ciao Gianni, ce l’abbiamo fatta.” Lui ci viene incontro per l’ultimo impegno della gita: un tenero filetto alla griglia con cappella di fungo porcino alla trattoria della Dory a Montebonello.
 

Ultimi 25 chilometri di statale con camion e auto in abbondanza e arriviamo a casa. Una birra fresca, un ultimo brindisi e ci salutiamo con la sensazione di aver fatto un viaggio in terre lontane.
Terre silenziose dove la notte non si vedono luci se non le stelle. Terre di grandi foreste e animali selvatici. Terre dove si accoppiano le farfalle.
 
(PS di Gianni Caverni: o vaglielo a dire a quelli che voi siete matti, che io morirei, che ci vuole la bici da corsa, che non mi ci manda la mi’ moglie. E vaglielo a dire anche a quelli che credono che i supermen siano quelli che si battono in volata per il traguardo del Mandela Forum!)