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12/05/16

MAMMA (?) ROMA di Domenico Coviello

Tempus fugit, avrebbero detto i padri di Roma, e ormai, fra una ventina di giorni, l’Urbe va al voto. Le cronache dei quotidiani aprono sui problemi della città.

Tre su tutti: ci sono troppi topi; la monnezza non si sa come smaltirla, dato che la discarica di Malagrotta è come la Terra dei Fuochi; l’Atac sta messa male: assenteismo e tangenti.
Insomma: sò casini… Ma la Città Eterna, viva e vegeta da quasi tremila anni, nun se fa mancà gnente: 12 candidati sindaco come gli apostoli del Cristo, 28 liste zeppe di aspiranti consiglieri in Campidoglio e nei singoli municipi cittadini. In tutto duemila persone che danno l’assalto ar
gruzzoletto. Ora o mai più per i prossimi 5 anni.
Insomma: sò sordi… E allora daje coi manifesti a tutto muro, nella metro e sui bus. 
Come per Giorgia Meloni, secondo cui “Ogni cittadino conta. Questa è Roma”…mmmhhhhh…masticazzi! 

Non è più consolante il Giachetti, il quale sostiene che con lui “Roma torna Roma”: ci è o ci fa?

Quasi meglio Marchini che imposta il suo slogan sulla libertà (sai che novità): “Liberi nel dire no agli abusivi”. Diceva anche “Liberi dai partiti” ma dopo l’esplicito appoggio di Berlusconi e Forza Italia è diventato maestro di arrampicata sugli specchi concavi: “Beh…siamo liberi e a noi si sono uniti altri liberi…”. Sìvvabbé.

Di sangue e saliva parla CasaPound, che scomoda “Il (sacro) sangue dei Padri” e “la (sporca) saliva dei politici”. Qualcosa di meno liquido e schiumoso?

Niente da fare. Allora, in fin dei conti, meglio affidarsi a “Iorio Sindaco”. Lo sfidante del Movimento Sociale Italiano (ma non era stato sciolto oltre 20 anni fa?) chiama i romani a fermare “l’invasione aliena”. Maddeghé?
Dell’Isis, naturalmente. E allora vai col manifesto più bello (?) in assoluto!

Una grande foto dei tagliagole con la bandiera nera e sotto la scritta: 
“ROMA NON SARA’ MAI VOSTRA”. Ce penza Iorioooooo!!!!!!!!!!

02/05/16

DOMENICO COVIELLO: UN ATTIMO PRIMA

Dal 2 all'8 maggio, Ristorante India (chiuso il martedì), 
via Gramsci 43A, Fiesole.

inaugurazione lunedì 2 maggio alle 19,30


E' una questione di sguardi, quello di Domenico è uno sguardo leggero. E affettuoso.
Guarda le cose e le persone con una grande curiosità, da giornalista, perchè è giornalista, lo è nel profondo, praticamente da sempre. Ma non fa parte di quella parte della categoria intrisa di narcisismo che è convinta di avere sempre uno scoop da tirare fuori. Per lui conta informare.

Anche nelle sue fotografie c'è lo stesso spirito, semplice e diretto: “Un attimo prima del concertone” ci parla dell'attesa di vedere il mito di questi ragazzi accaldati, distesi sul marciapiede, in coda per entrare, all'ombra degli alberi dietro la Curva Fiesole.
Non c'è nemmeno l'ombra di un giudizio quale che sia, guarda il fenomeno e lo ritrae, punto.

A dire il vero non possiede nemmeno una vera macchina fotografica, non gli serve, produce le sue immagini col telefonino, e in fondo non potrebbe essere che così perché le sue foto sono come telefonate, ti racconta quello che ha visto, quello che ha pensato, quello che lo ha emozionato.

Domenico Coviello è un amico, anche di bicicletta, da anni dedichiamo 3 o 4 giorni di estate calante a fare giri fra toscana e zone limitrofe. Avevamo raggiunto Barga, eravamo in quattro a raccontarci la fatica epica dell'essere arrivati fin lì e a guardarci intorno. La foto che Domenico ha voluto nella locandina, quella della luce abbagliante in cima al viuzzo fatto di scalini di pietra l'ha scattata lì, noi non l'avevamo vista.

Tre cose di Domenico per apprezzare meglio le sue fotografie:
1- è un raffinato archeologo, riesce a trovare parrucchieri, ormai mummificati, presumo, che lo forniscono di improbabili acconciature anni '50.
2- a domanda risponde che no, “non credo di avere mai avuto un paio di jeans in vita mia, o forse una volta a 12 anni” (ne conoscete un altro voi? Io no!).
3- ecco quest'uomo qui, uno di altri tempi, direte, è un fan sfegatato degli AC DC, sa tutto di Angus Young e della sua divisa dei tempi del liceo. Non farebbe male a una mosca, Domenico, e adora il fenomeno dell'hard rock!

Non so se queste notizie su quest'uomo mite e curioso potranno essere utili per “capire” meglio le sue fotografie, mi auguro di sì. Ma sono certo che avere un amico così è parecchio bello.

Gianni Caverni
direttore artistico di “Un attimo prima”

19/10/14

POST SCRIPTUM - ARIN MIRKAN – NEL MIO CIELO NON C’è SPAZIO PER GLI EROI di Domenico Coviello

Mi piaceva essere fotografata in uniforme. A vent’anni ero bella. Eccome. I miei due bambini mi ricorderanno così.

Mi dicono kamikaze, perché mi sono fatta saltare in aria con l’esplosivo per non cadere nelle mani del nemico. Avevo finito le munizioni ed ero accerchiata: ho portato a termine la mia missione di comandante il 5 ottobre 2014 a Kobane in Siria. E ho fatto fuori un bel po’ di banditi tagliagole dello Stato Islamico.
Se non mi fossi uccisa mi avrebbero catturato, stuprato a turno e poi decapitato. Ma non ho dato loro questa soddisfazione.
Adesso so che tutto ciò che ho fatto ha un valore. Anche se è stata una follia. La follia lucida della guerra.
Ma noi donne curde che si deve fare? Siamo spose bambine, nei campi profughi o nelle città assediate. Senza patria. La mia casa è tutto il mondo, ma ero come un passero senza nido dove posare il capo. Così sono diventata soldato, come migliaia di altre donne curde. Di tutte le età. Per noi non c’è scampo: o si combatte o vivere non ha senso.
Ora mi dicono eroina del popolo curdo nella storica battaglia di Kobane. Forse il mio sacrificio non sarà vano: ho saputo che proprio in questi giorni, a un mese dall’assedio dell’Is i nostri stanno riconquistando la città, pietra dopo pietra, casa dopo casa. I comandanti che stanno guidando la riscossa sono un uomo e una donna.
Ne sono molto orgogliosa. Lo saranno anche i miei figli. Anche loro combatteranno, vestiti in uniforme, dotati di armi scadenti, con tutto il mondo contro.
Per noi non c’è scampo. Siamo costretti a fare gli eroi. E’ il mestiere peggiore che esista. Però che importanza ha vivere 90 anni per arraffare tutto il benessere possibile se invece ne hai vissuti 20 dando te stessa per una buona causa?


28/05/14

POST SCRIPTUM: BOBBY SANDS "HO APPETITI DI GIUSTIZIA" di Domenico Coviello


Ho sentito che agli inizi di questo mese di maggio Gerry (Adams) ha avuto qualche ritorno di grane a Belfast con la cosiddetta giustizia, per vicende atroci vecchie di oltre 40 anni. Che razza di storie. Nella mia terra non riescono ancora ad avere pace. Né i morti, né i vivi. Io, del resto, la calma apparente l’ho trovata solo andandomene via da questo mondo. E non è bastato, mi pare, perché l’Irlanda del Nord non è riuscita ancora ad affrancarsi dal Regno Unito.

Anche in Cielo però rimango volentieri preda di una sana follia. La stessa che mi convinse, a 18 anni, ad arruolarmi nell’Irish Republican Army. L’ho fatto, lo rifarei. Per Margareth Thatcher eravamo dei criminali terroristi.

Per molta della gente di Belfast, di Derry e delle altre contee eravamo il braccio armato della libertà. Così la pensava Mary, che faceva le pulizie nelle case degli altri e accudiva da sola nove figli, prendendosi schiaffi e sputi dal marito ubriaco purché non prendesse a cinghiate i bambini; così Martin, che a 16 anni portava il salario alla mamma disoccupata, andando a lavare i piatti nel retrobottega delle bettole di Londra; così Bernadette, che si dava via nei vicoli dietro il porto industriale, toccando il crocifisso della catenina dalla paura ogni volta che i poliziotti ghignavano, fissandola con le lingue di fuori; così anche, senza dirlo a voce alta, Roger, un prete smilzo e taciturno, che però quando stavi male, o a scuola ti avevano umiliato, sapeva dirti che chi sempre spera e crede non può mai essere vinto fino in fondo.

Fu quella follia che mi rese felice. Avevo a cuore soltanto la liberazione dagli inglesi e dagli unionisti, e l’indipendenza dell’Irlanda. Non mi sentivo un individuo singolo, e non credevo nell’autorealizzazione di sé, come forse accade più da voi, laggiù in Italia. Ero e sono membro di un popolo, di un’identità collettiva, di una Nazione oppressa. Perciò sono diventato il più famoso degli hunger strikers a Long Kesh, e uno dei detenuti che protestarono denudandosi, e ricoprendo la propria cella di escrementi, per mandare in crisi l’ordine costituito degli oppressori e dei loro secondini psicopatici. Ero e sono un prigioniero politico e non ho avuto paura di lasciarmi morire di fame per vedermi riconosciuta questa posizione politica e affermare la nostra dignità di persone umane.

 

Non ho fame di cibo. Ho appetiti di giustizia. Lasciatemi volare via, libero come le allodole.   

30/04/14

POST SCRIPTUM - GESU' DI NAZARETH di Domenico Coviello


Ho amato molto le cose semplici. Preparare una brace sulla riva per arrostirci sopra del pesce appena pescato dal Lago di Tiberiade, ad esempio. Sono risuscitato dai morti anche per ripetere questo gesto così umano, e ho di nuovo assaporato quel cibo con i miei discepoli. Avevo i buchi dei chiodi ai polsi e sul collo dei piedi. Il costato spezzato da una lancia, la fronte penetrata da spine di rovo, la schiena e il torace flagellati. Ma il mio sangue era rappreso, la ferite rimarginate: non sentivo più il dolore del corpo e l’angoscia del cuore, poiché avevo superato la più grande delle prove.
Non ho voluto sfuggire al destino, poiché sapevo che era nella mente di Dio. La mia missione era chiara. Volevo testimoniare che Dio è come un babbo, una mamma, per ogni uomo e ogni donna sulla Terra. E ogni uomo o donna è fratello a ciascun altro uomo, a ciascun’altra donna. Per questo c’è ancora oggi chi mi dice rivoluzionario. Perché se fosse messo in pratica ciò che ho insegnato la gerarchia piramidale di questo mondo sarebbe ribaltata. Al vertice sarebbero tutti coloro che amano. Che hanno mendicato amore. Disperatamente. Alla base tutti coloro che rinunciano ad amare. Che hanno messo al primo posto il potere, la gloria, la vanità, la forza. Ma il mio Regno non è di questo mondo. E ogni cosa si compirà alla fine dei tempi.

Io cammino ancora e sempre, invisibile, sui marciapiedi delle città, nei sottosuoli della storia, alla ricerca del volto di ciascuno di voi. Sapete bene dove trovarmi. Poiché sta scritto. Ogni volta che vestirete uno dei miei fratelli più piccoli perché è rimasto nudo, gli darete da mangiare perché è affamato, da bere perché è assetato, lo ospiterete perché è straniero, lo visiterete perché è malato, lo andrete a trovare perché è carcerato, ogni volta che avrete fatto questo, lo avrete fatto a me. Io non sono che un mendicante d’amore. Per questo sono venuto sulla Terra. Non posso vivere senza l’amore di ogni uomo e di ogni donna. Io ho bisogno di voi.  
 
 
Le immagini sono tratte da "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini.

17/04/14

POST SCRIPTUM - GABO: IL MONDO E' ANCORA COSI' RECENTE di Domenico Coviello


Che vi avevo detto. L’ho sempre saputo. E ora che il mio corpo è morto, il mio spirito vede tutto chiaro: la realtà sulla Terra (e anche quassù, in questo curioso e divertente non-luogo dove mi sento sbalzato all’improvviso) è molto più magica di quanto voi possiate pensare.

Sì, la realtà dei Caraibi è più magica di quanto si creda, come ho cercato di raccontare nei miei libri. Ma lo è anche la realtà in generale. In fondo qual è il confine fra ciò che posso toccare con mano e ciò che immagino con il volo alto oppure radente della fantasia?
Vabbè.. sto filosofeggiando e già mi vengo a noia. Certo che libero da quella demenza senile che mi aveva offuscato negli ultimi anni di vita adesso mi sento meglio. Chissà, però. Ora che ci penso. In fondo negli ultimi anni di sofferenza non ero infelice: le anime dei miei antenati e di tutti i morti che ho amato sul mio pianeta mi stavano prendendo per mano. Destinazione: la chiaroveggenza eterna. Niente male come possibilità da esplorare. Se vivrò senza più lo spazio né il tempo, sarà per raccontarla, naturalmente.
L’importante per me è ritrovare la Macondo del colonnello Aureliano Buendìa con le sue venti case di argilla e canna selvatica. Poter passeggiare da solo per i vicoli del vecchio centro di Cartagena. Fermarmi a parlare con un tassista di Cadillac, un portiere di quel condominio fatiscente e fiero, una vecchia matrona prostituta, seduta a stento su certe seggiole impagliate male davanti all’uscio di una catapecchia.
E’ da loro che ho imparato il sistema geometricamente perfetto della fantasia che spiega e giustifica la realtà. E’ da loro che ho appreso la sovranità assoluta della solitudine su ciascuno di noi. Da loro ho imparato ad amarla e a soffrirla, la solitudine. E non mi è bastata una vita per descriverla. Ma ancora adesso per me, il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Perciò godetevelo. Quel nostro strepitoso mondo infame.

29/03/14

STORIE (VERE) DI BIMBI / 2: DA GRANDE SARO’ MUSULMANO di Domenico Coviello


Elvis: “Ciao papà” (Elvis, 10 anni è appena rientrato in casa)

Vittore: “Ciao Elvis, come va?”

Elvis: “Bene… ti devo dire una cosa”

Frrrrssssshhhhhhhhhhh, bam, din, don… Vittore è in cucina e sta lavando pentole, piatti e bicchieri sotto l’acqua

Vittore: “Dimmi”

Elvis: “Da grande voglio diventare musulmano”

??….!!


Pentole, piatti e bicchieri si rimettono a posto da soli. Scende il silenzio.
 
Vittore, uomo progressista e di larghe vedute, questa però non se l’aspettava. Cerca di riassestare le idee e si asciuga lentamente le mani sul grembiule per prendere tempo. Poi si volta verso il figlio maggiore.

Vittore: “Umhh…ah… e come mai?”

Elvis: “Mi piace l’Islam, l’abbiamo studiato in classe”

Vittore: “E cosa ti piace dell’Islam?”

Elvis: “I Cinque Pilastri… Ma soprattutto il Terzo”

Vittore: “Ehm… beh…”

Elvis: “Te lo dico io, papà: è la giustizia sociale! Ogni musulmano deve versare una parte dei guadagni del suo lavoro alla comunità perché li dia ai poveri”

Vittorio: “Ecco. Mi sembra ottimo…”


Ivan, a cui Vittore ha raccontato l’episodio, pensa fra sé che quando aveva l’età di Elvis si parlava di giustizia sociale come un concetto laico o cristiano, e l’idea dei “poveri da aiutare” era ricompresa nella parola “solidarietà”.
 
Oggi Elvis lo impara dall’Islam. Da grande probabilmente non diventerà musulmano, ma di certo andrà controcorrente. “Sai – disse una volta a Ivan – quando un mio compagno prende una nota dalla maestra perché non ha studiato, anche se se la merita, io ci resto male”. Lui di note non ne prende, perché è uno studente modello. Ma non gode delle sventure dei compagni, non disprezza chi resta indietro, aiuta chi non ce la fa. Elvis non lo sa ma mette già in pratica i rudimenti della giustizia laica, della compassione buddista o cristiana. O la filosofia che sta alla base del Terzo Pilastro dell’Islam. Questo invece lo sa bene: è l’idea che lo ha conquistato.

16/03/14

LE MERAVIGLIOSE STORIE DELLA DOTT.SSA K: LA PRIMAVERA DELLA SESSUALITA’ di Domenico Coviello


Francesco (nome di fantasia, 16 anni, rivolto alla sua giovane psicoterapeuta): “…Come m’avevi detto che si chiama il tuo fidanzato?...”

Dott.ssa K: “Non te l’avevo detto”

Francesco: “Ah…Ma io lo spezzo in due!..”

Dott.ssa K: “Sei forte, allora” 

Francesco. “Sono un maschio Alfa!” 

Dott.ssa K: “Sai cosa vuol dire?” 

Francesco: “Certo, che c’entra…” 

Dott.ssa K: “Mmmh” 

Francesco: “Un mio compagno di classe t’ha visto mentre uscivi dallo studio…” 

Dott.ssa K: “Può capitare” 

Francesco: “E sai cos’ha detto? 

Dott.ssa K: “Cos’ha detto…” 

Francesco: “Ma quella è una bella topa!” 

Dott.ssa K: silenzio. E un sorriso.

11/03/14

LE MERAVIGLIOSE STORIE DELLA DOTT.SSA K. di Domenico Coviello


Dott.ssa K.: “Come stai Ilaria?”
 
Ilaria (nome di fantasia, 8 anni), fissa a lungo, in silenzio, la sua giovane psicoterapeuta: “Sai, il problema è che i maschi non capiscono nulla dell’amore, sono troppo presi dalla guerra…” 

Dott.ssa K.: “Sei sicura?” 

Ilaria. “Certo.. e a noi femmine che cosa rimane?” 

Dott.ssa K.: “Cosa rimane..” 

Ilaria: “Siamo per forza costrette a pensare solo ai vestiti!” 

Dott.ssa K. pensa fra sé: ‘questa è la ciliegina sulla torta di una giornata faticosa’: “Secondo te questa situazione potrà cambiare, Ilaria?” 

Ilaria: “Forse quando i maschi diventeranno più grandi si convinceranno che l’amore è importante”
 
Dott.ssa K.: “Speriamo!”

03/03/14

UN BRAVO AMANTE: DOLCE E AMARO di Domenico Coviello


(Piccole storie di complimenti sessuali)

Omaggio a H. C. “Hank”, “Buk” Bukowski a vent’anni dalla morte

Fu a quel punto che la rovesciai su un fianco. Cazzo se mi piaceva. Fino a quel momento stava seduta sul mio uccello, dandomi la schiena nuda, mentre le abbracciavo il ventre morbido come il velluto.

 

Non si schiodava di lì forse perché, strusciandosi su di me, le sembrava di avermi in suo potere. Ma no, che dico. E’ che le piaceva la mia stretta. “Che mani che hai”. Beh, era un bel complimento (non era la prima a farmelo, non so perché ma nelle mani c’ho una forza dolce che alle donne piace). Sicché pensai che la mia stretta potesse aumentare. La rovesciai, dicevo. Su quel divanetto di merda, buono al più per una sigaretta con la gamba accavallata, non certo per amare una donna come si deve. Allargai le braccia e l’accarezzai sulle mani e sull’addome. La baciai sul collo.

 

Eravamo nella posizione “a cucchiaio”, direbbero quei suonati che si baloccano col kamasutra (come se un manuale t’insegnasse come piace a una femmina d’esser presa). “Questa posizione…no…non ci posso credere…”, disse lei stupefatta e contenta. “Io invece ci credo”, le sussurrai all’orecchio. Tanto perché fosse chiaro che non aveva a che fare con un pivello.

 

In realtà, mentre lei era seminuda io ero vestito. E non avevo la minima intenzione di spogliarmi, in quel posto assurdo. Mi bastava mostrarle di cosa ero capace, se mai ci fosse stata un’altra occasione di avvinghiarsi l’uno all’altra, possibilmente altrove. Purtroppo però l’avevo incontrata in quella stanzuccia piuttosto simile a uno sgabuzzino, o alle alcove multiuso dei privé da discoteca. Niente a che vedere con l’unico luogo che la mia mente malata riesce a concepire per tentare di far godere una donna: una camera ben arredata, anche d’albergo, non importa, ma dotata di morbida moquette a terra e buona tappezzeria sui muri. E soprattutto di un buon vecchio letto a due stramaledette piazze, cazzo. Elena - data la scomodità di quel postaccio – a un certo momento dovetti tirarla su da quel “cucchiaio” in cui l’avevo sbattuta.

 

Lei si rigirò su di me. Piantò i suoi occhi blu-ghiaccio nei miei e per un attimo pensai che mi volesse male. Ma no. Si vede che di donne capisco poco. Mi penetrò con uno sguardo di tempesta. D’una passione di cenere. Dove la brace, sotto, cova. Il suo giudizio fu implacabile. Difficile da dimenticare: “Mi sa che sei un bravo amante tu… dolce e amaro…”. Dolce e amaro. Forse perché il piacere dei sensi non può che essere una gioia dolorosa, pensai. E’ come il caffè senza zucchero, una pizza bassa, una bistecca fiorentina senza sangue. Una rosa che ti ostini a immaginare senza spine.  

(I disegni sono di Gustav Klimt)

11/02/14

POST SCRIPTUM - MARCO PANTANI di Domenico Coviello

Vedo che a dieci anni dalla mia scomparsa il rimpianto è generale. Non ci sono più tanti facili entusiasmi di appassionati di ciclismo dell’ultim’ora: quando vincevo. E le repentine condanne, piene di disprezzo, nel nome del moralismo antidoping: quando perdevo. E neppure l’ematocrito alto, l’insulina presunta, i ritardi stratosferici nelle mie ultime corse. Quegli psicofarmaci che mi avevano imbolsito. Quella cocaina che mi ha ucciso.

 

Sono morto nel giorno di San Valentino. Nella mia stanza devastata. Una fine da romanzo triste, in una giornata senza amore. Chiuso in un monolocale anonimo di un residence come tanti, affacciato sul mare d’inverno.

 

Da quel giorno non ho più paura. La vita, la bicicletta e il mondo, visti da quassù, dove gli orizzonti sono infiniti, mi sembrano un attimo. Lo spazio di una pedalata. Il tempo di una volata. Manciate di minuti.
Per quelle sono nato e ho vissuto. Sono morto solo perché da solo ho sempre vinto. Per distacco, sulle salite delle Alpi e dei Pirenei. A volte sotto il sole. Spesso in giorni piovosi, dentro ai banchi di nebbia. Come quella volta in Francia quando Gotti mi vide sparire davanti a lui nella foschia a 42 chilometri dall’arrivo (mi rivide al traguardo quando avevo già vinto).

 

E di nuovo nel ‘98, il mio grande anno, quando sul Galibier era scesa la gelida pioggia dei quasi tremila metri di quota. Avevo le mani gelate. Ero partito in fuga a 50 chilometri dall’arrivo, staccando tutti. Il mio ds mi allungò una mantellina subito prima della discesa per limitare i danni del freddo. Non riuscivo a infilarla: mi fermai apposta sul ciglio della strada per indossarla. Tanto dietro di me c’era il nulla. Quella volta Ullrich lo lasciai a 9 minuti di distacco.

 

Potevo farlo perché ero il più forte. Ho sempre cercato il successo. Volevo dimostrare a tutti che non ero un ciclista normale, ma semplicemente il numero uno. C’ero riuscito. Nel ’99 al Giro sulla salita di Oropa mi saltò via la catena. L’ammiraglia dove diavolo era. Mi fermai ancora una volta, come già al Tour. Rimisi a posto la bici come un ragazzino e ripartii. Mancavano solo 8 chilometri al traguardo e il gruppo era laggiù, avanti a me.

 

Ma c’era da salire. E là dove c’era un colle da scalare c’era il Pirata. Quello con la bandana, che alla mattina delle gare era inavvicinabile. Dal nervoso, dalla tensione, dalla rabbia. Era il segnale: ero in forma e avrei corso bene. Quel nervoso mi assalì di nuovo per quella stramaledetta catena. Rimontai settanta corridori in 8 chilometri e vinsi.

 

In allenamento il cardiofrequenzimetro lo buttavo, c’avevo l’orecchio ai battiti, io. Mi bastava quello. In corsa, durante la salita, allo scatto, a volte la bandana la buttavo; buttavo anche gli occhiali. E poi mi raccontavano che in quei momenti il telecronista alzava il tono della voce: “Ecco! Pantani…è partito Pantani!”.

 

Troppo di più non voglio dire. Ci furono i controlli a tappeto, l’ematocrito sopra il limite, il panico nella mia testa. Ho provato rabbia, frustrazione, vergogna. Mi ero riscattato dopo tante cadute. Dopo essermi rotto tibia e perone.

 

Ma questa volta era tutto diverso. L’80% delle persone aveva messo in discussione tutta la mia carriera, i Tour e i Giri vinti. Avevo paura di aver deluso tutti, dai miei genitori ai tifosi. Di aver barato. E poi le ombre, i sospetti, le maldicenze. Mi fecero terra bruciata nell’ambiente: ero il capro espiatorio ideale del problema doping nel ciclismo. Ma io avevo fatto tutta la gavetta, avevo lottato duramente. Non è un livello un po’ più alto di una sostanza che ti fa diventare un campione.

 

Mi perseguitavano. Mi volevano fregare. Ma come si fa ad accusarmi di essermi fatto di insulina per poi abbandonare scioccamente la siringa nel cestino dell’hotel, ben visibile, alla vigilia dei controlli? In Appello, infatti, fui assolto.

 

In bici avevo sempre attaccato. Non avevo mai giocato in difesa. Ma adesso avevo bisogno di farlo, nella mia mente aggredita dalla mia autostima in frantumi. Il patron di Mercatone Uno, Luciano Pezzi, gregario di Coppi e ds di Gimondi, se n’era andato già da anni. Era come aver perso un padre. A un certo punto, allora, lo dissi alla mia manager Manuela Ronchi: “Manu mi hanno fatto assaggiare la cocaina e io ci sono cascato”. Quattro macchine sfasciate in altrettanti incidenti stradali in 18 mesi vi sembran pochi? Ma era l’urlo della solitudine. Uno degli ultimi.

 

Fra i pochi che mi hanno voluto bene davvero, i miei compagni alla Carrera e alla Mercatone, come Siboni e Conti. Una vita da gregari. Conti al Tour mi tirò per la maglia: “Oh, aspetta ad attaccare che Ullrich ha forato…”. Non me ne ero accorto, attesi che salisse di nuovo in sella e poi scattai. Non sono un Armstrong qualunque, io: l’americano lo battevo. E lui andava a dire che mi aveva fatto vincere.

 

Da ultimo i miei amici, i miei compagni, mi scrivevano sms, mi ceravano al telefono. Ma io non rispondevo. Avevo staccato il cuore dal cervello. Me ne andai lungo il mare di Rimini e finì com’è finita. Non chiedo niente. Non fate tante cerimonie. Non risarcitemi. Le mie scelte sono state solo mie.



Ricordatemi così: mentre mi alzo sulla sella della mia Bianchi per scattare dalle retrovie, in salita, superando tutti. L’Alpe d’Huez e la Marmolada mi chiamano ancora. La montagna mi porta in Cielo.

16/01/14

L'IMPUTATO HOLLANDE SI ALZI IN PIEDI! di Domenico Coviello


 
Vostro Onore, signori della Corte, signori Giurati. Ho il gratificante fardello di difendere qui, davanti a questa augusta assemblea, la persona del mio assistito, il presidente della Repubblica Francese François Hollande.
 
Egli sarebbe reo, secondo le disposizioni del Tribunale Mediatico Internazionale che lo ha rinviato a giudizio, di aver trescato con una giovane amante, la signorina Julie, di professione attrice; mettendo a repentaglio la sicurezza sua personale, privandosi, in quanto Capo dello Stato, della dovuta sorveglianza di polizia; andando a effettuare verosimili atti sessuali e gozzovigli vari in un appartamento appartenuto a un affiliato alla mafia còrsa e situato ben in vista, in pienissimo centro a Parigi, a poche centinaia di metri dall’Eliseo.

Ebbene il mio assistito, signori, si proclama, ed è, innocente. Come è noto vi è un incontrovertibile principio universale sempiternamente valido per le persone umane di sesso maschile. Esso è condensato nella sia pur non casta formula: “Tira più un pelo di… che un carro di buoi”. Tale regola che si tramanda dall’origine di questo mondo vale a più forte ragione, signori miei, per gli uomini politici di alto rango quali, appunto, Monsieur Hollande.


La non particolare avvenenza psico-fisica del presidente di Francia non tragga in inganno: egli è uomo all’antica, semplice ma fascinoso, di buone maniere eppure focoso, abbacinato dalla luce del potere ma capace di distinguere perfettamente la bellezza, la grazia e - mi si passi il termine - la ficaggine delle donne dai 40 in su. Vi è in lui una pragmatica forma di saggezza: conoscendo la sua natura matrigna che lo volge progressivamente verso femmine di lui più giovani, si è guardato bene dal contrarre il sacro vincolo del matrimonio, (istituzione ormai desueta, signori cari) e perciò non si è mai sposato. In tal modo ha potuto intrecciare feconde relazioni amorose, con una certa, sana, disinvoltura!  

Tutto ciò premesso, eccoci al dunque. Per qual serio motivo il mio assistito dovrebbe essere condannato? Perché ha un’amante? Suvvia signori… beh, certo c’andava in scooter come un ragazzino adolescente appena innamorato… e allora? L’amore è cieco e scaglia i suoi dardi che non ammettono difese!
 
A sessant’anni si è ancora adolescenti! “Ha messo in pericolo la propria vita di Capo dello Stato esponendosi a possibili attentati facili da compiere” si è detto. Ma vi prego! Vorreste voi che un uomo come Hollande sfuggisse all’ebbrezza degli incontri clandestini con l’amata perché potrebbe esserci l’eventualità che un clandestino della banlieue lo insegua in moto per tamponarlo? “L’alcova dell’amore tra François e Julie era stata nella disponibilità di un criminale”, si è aggiunto. Eh beh… sì… ma perché il presidente avrebbe potuto essere ricattabile allora? La mafia còrsa, a cui apparterrebbe il soggetto, potrebbe cogliere l’occasione e intavolare buoni affari con la Repubblica.

Guardiamo infatti a ciò che da circa 150 anni avviene in Italia! Là di mafie ne hanno almeno quattro: siciliana, campana, pugliese e calabrese, e gli affari vanno a gonfie vele! I nostri cugini d’Oltralpe ci sono maestri.
 
Da loro un ex premier, la notte dell’elezione del presidente degli Stati Uniti, si trovava affaccendato a trafficare – per quanto ciò potesse riuscirgli – sotto le lenzuola di un cosiddetto “lettone di Putin”, nel tentativo di placare a pagamento vecchie pulsioni da erotomane, e ove una femmina in cerca di favori e prebende si concedeva registrando segretamente conversazioni e quant’altro per essere poi pronta a ricattarlo in un secondo momento.
E come commentare la vicenda della “nipote di Mubarak”, una minorenne finita anch’essa sotto le lenzuola presidenziali e pronta anch’essa, giustamente, a ricattare con richieste milionarie il blasonato ex premier in preda a bollori, pompette e siringhe per raggiungere almeno un’erezione? No, signori. Non potremo mai raggiungere il livello di superba, fantastica scenografia teatrale degli italiani!

E voi vorreste invece condannare François Hollande! Un’anima candida al confronto dei politici spaghetti e mandolino! In fondo il mio assistito ha soltanto ripetutamente cornificato la compagna Valérie, con la quale, a suo tempo, aveva già cornificato la precedente compagna Segolène da cui ebbe 4 figli. Ma è niente al confronto di quell’ex premier italiano, la cui moglie Veronica è stata da lui cornificata perfino con delle ragazzette di 17 anni!
Dunque concludo, signori della Corte, signori Giurati. Il presidente della Repubblica francese, François Hollande, sia assolto per insufficienza di prove. Anzi, di più. Perché il fatto non sussiste. Non sussiste, nella realtà, che un comune mortale vada dall’amante in motorino sotto gli occhi della compagna a pochi metri da casa, dandosi la zappa sui piedi da solo! Non sussiste nella realtà che un comune mortale non si curi che l’alcova del tradimento sia protetta e al riparo da occhi indiscreti! Non sussiste nella realtà che un comune mortale si sbracci a dichiarare “Valèrie è la donna della mia vita”, quando fino a poco prima lo era un’altra e ben presto lo sarà un’altra ancora!

Il presidente Hollande rivendica la privacy su questa sua vicenda. E ha ragione! Per lui la realtà non è quella dei comuni mortali. E’ quella dei re. Dove tutto e il contrario di tutto si tengono sempre insieme!