01/10/13

UNA GIORNATA IN DAY HOSPITAL di Silvia Nardi Dei


1 ottobre 2013 alle ore 14.05

 

Dopo alcuni mesi di “guasti tecnici” a quella che Benigni definiva “la vulva, una cosa spaventosa, una vulva sett'e quaranta turbodiesel, una cosa tremenda la vulva addosso! Bella la vulva. Poi c'è la cosa, la passera, la chitarrina, la farfallina, la fisarmonica, la gattina,la filettina, la topa, la toppa, la gnocca, la pucchiacca, la sorca, la picchia, la passerina, la patonza, la gnacchera, la cavità, la ferita, la natura, la vergogna, lo spacco, l'antro tetro, la marianna la va in campagna, la bernarda, la tacchina, l'anonima sequestri,l'effetto serra, il conto in banca, l'afflosciapertiche, la seccacetrioli, la zitta preti, la fammela vedere un'altra volta”, ieri mattina alle 7 avevo appuntamento in ospedale per il mio ricovero, dove mi avrebbero fatto una cosa che si chiama isteroscopia operativa in anestesia totale che già il nome non fa ridere, né poi dovrebbe averne lo scopo. Puntuale come un orologio svizzero arriva a prendermi a casa la mia amica Silvia: una garanzia, una forza della natura, dolcezza e pragmaticità uniche,oltre che è sempre vestita giusta in ogni occasione e francamente non so come faccia ma questa è una curiosità che non soddisfo da trent'anni e così neanche ieri mattina. L'ospedale è “adatto” a me,nel senso che si trova in un bel posto, sotto il Piazzale Michelangelo, è luminosissimo, e per raggiungere il quinto piano devi prendere un ascensore che non è un ascensore, ma una vera e propria teleferica che sale lentissima e ti fa quasi dimenticare che tra un pochino ti addormentano ma anzi... giù canèderli al calduccio del rifugio ad alta quota e poi discese innevate.

 

Silvia mi accompagna al letto a me assegnato, e dopo le ultime raccomandazioni (non lasciare le tue cose a giro, hai un armadietto tutto per te, non preoccuparti, ho il telefono sempre acceso) deve andarsene perchè “i parenti devono uscire”. La camera è grande, e il mio letto vicino a una vetrata che squarcia quasi tutta la parete e da lì vedo gli alberi, le colline e la pioggia che viene giù severa. Nella mia camera altre tre donne, due con lo stesso mio destino chirurgico. Sono più grandi di me, una di una decina d'anni, l'altra almeno cinque o sei. Non avevo voglia di parlare, di conoscerle, di condividere ansie o giramenti di scatole: forzatamente insieme per motivi logistici, non mi interessa andare oltre. Ma le altre non la pensano così, e attaccano: “io ho un fibroma come un'arancia, io non so cosa ho a questo giro ma è la terza volta che mi fanno questo intervento e ogni volta, dopo l'anestesia totale, al risveglio vomito, io invece dopo l'anestesia di solito piango a dirotto”...ecco, io non avevo mai fatto l'anestesia totale e quindi non avevo neanche alcun aneddoto da raccontare. Arriva l'infermiera del reparto che inizia a spiegare ciò che succederà e in che tempi, quindi decido di provare a dormire perchè prima delle 12 non sarà il mio turno. Vestina verde con sotto niente, almeno son già pronta per la sala operatoria e giù. Sto per addormentarmi quando una delle donne racconta alle altre che il marito, perito agrario con agriturismo all'Impruneta, vorrebbe vendere tutto e trasferirsi a vivere in Marocco, ma lei non ci pensa neanche. Mi ripiglio, riemergo dalle coperte e comincio a farle domande. Ho trascorso un'ora a raccontarle di Essaouira, di A. B., di R. L., di C. R., di M. D., di A. C., di A., di G. G., di S. C., di R. B. e della magia di quei posti. Quando hanno preparato questa signora sulla barella per portarla in sala operatoria mi ha detto: “prima dell'anestesia totale penserò ai colori del Marocco che mi hai raccontato, ci sta che al risveglio questa volta non piangerò”.

Finalmente tocca a me, classiche 20 goccine di En per tranquillizzarmi (ma io ero tranquilla!) e mi portano in barella nel corridoio della sala operatoria, in attesa che esca l'ultima operata. Dalla barella sei già totalmente nelle mani di qualcun altro, non vedi dove stai andando, non sai quando arriverai ma non mi dispiaceva. Lì mi si avvicina una signora che è addetta alle pulizie della sala operatoria, aspettava anche lei che uscisse l'ultima operata per fare il suo lavoro prima che entrassi io. Aveva una certa età, la conoscevano tutti gli infermieri, e lei ne sapeva, di operazioni,eccome! A me ha detto che dovevo stare tranquilla perché sul mio cartellino c'era scritto Franchini/Scuderi: “so' bellissimi e i più bravi, unne sbagliano una, sa!” allora sto tranquilla. Ho visto uscire quella di camera mia che il marito vuol portare in Marocco,dormiva, e poi sono entrata io. E' venuto da me il chirurgo, che aveva in testa un cappello fucsia che lo faceva somigliare più a Sandokan che a uno stimato medico e purtroppo non ricordo se gliel'ho detto o no perché ero già un po' confusa dalle goccine, ma conoscendomi penso che glielo avrò detto senz'altro. Poi mi hanno messo le gambe su quegli aggeggi da ginecologi e me le hanno legate, la qual cosa non è stata proprio divertente, ma intanto l'anestesista Elena si è avvicinata coi suoi occhioni verdi e mi ha detto: “adesso la faccio dormire”.

Insomma, l'intervento è andato bene,ma soprattutto, grazie ai colori del Marocco, la mia compagna di stanza, al risveglio non ha pianto, ma ha sorriso. Non la rivedrò mai più, ma lei in Marocco andrà, è sicuro.

 

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