23/10/13

GIOVANI INCOLPEVOLI EROI di Sara Rados

 

La sede di “PromoPlus” è incastonata dentro a un grande, grigissimo palazzo periferico,  e  si occupa di promozione porta a porta, per conto di varie società.

Ora ad esempio PromoPlus presta i suoi servigi a “Fuffa Energie”, una costola privatizzata ed oramai indipendente di “Fuffa Mercato Elettrico”: le procaccia nuovi contratti. E appunto, sta bene attenta all’equilibrio di quest'ambigua omonimia: tra la vecchia e famosa società “Fuffa Mercato Elettrico”, e la società nuova: “Fuffa Energie”.

Il mio brillante colloquio dura 5 minuti: entro nella metallica tana del capo. Il capo è un capo spigoloso, e pare un enorme parallelepipedo scolpito nella carne, ma è cordiale. Parla veloce, con l’enfasi perfezionista e un po' milanese delle voci che annunciano i treni a Stazione Cadorna. “Sei in prova da domani”. Il mio brillante curriculum è inutile. Potevo scriverci su anche “Ciao stronzi vi amo”. L’importante è che io sia lì, con un sorriso timido, e la testa che fa “sì sì”. La ragazzina-capogruppo a cui vengo affidata per il primo grand tour di prova, il mattino dopo, è un grazioso muccone biondocenere, beneducato e truccatissimo. Ha una camicetta di seta blu, gustosa.

Il parallelepipedo mi fa: “Miriam è il mio braccio destro, segui attentamente quel che ti dirà di dire e di fare. Imitala. Impara. Lavora”

"Ciao Miriam io sono Sara."

Sono le otto e quaranta circa, e i giovani rappresentanti PromoPlus son tutti lì, col kapo’ che li pompa a dovere. Discodance, ascelle al dopobarba, grida di gruppo. Spogliatoi da partita di pallone. Si scendono di corsa le scale, veloci veloci, tutti in giacca e cravatta, lo sguardo da duri, come dentro a un film di gangsters. Ma qui non è Chicago, e non si sta andando a fare una rapina in una banca di Magnificent Road. Siamo solo a Novoli, suburbano toscano, pronti per andare a invadere Campi Bisenzio, e piazzare un paio di contratti dell’energia elettrica nuovi di pacca a qualche anima pia.

Mentre siamo in macchina, mi metto a guardare Miriam con la coda dell'occhio. E’ alla mia destra. L' autoradio è forte e manda musica pop: lei ha lo sguardo determinato ma perso, appena appena, non si capisce bene dove. Miriam pare la geisha di gran classe d'un antico quartiere di Kyoto. E’ irrilevante il fatto che sia nata e cresciuta in Mugello, come mi rivela dopo un po', con accento marcato, e una cordialità parecchio finta. Probabile che ai piani alti le abbiano detto d'usare un briciolo di confidenza coi nuovi arrivi, per farli sentire a proprio agio. Miriam è una gattina che profuma di manga. Non sa usare il congiuntivo. Non conosce la differenza tra i verbi andare e venire. Ma è sexy. Probabilmente nei messaggini di testo usa le kappa.

 Durante il viaggio mi elenca molte dinamiche importanti, Miriam. E’ bello ascoltarla: come quando in aeroplano guardi le hostess fare tutte quelle mimiche mossette annoiate su come si usa il kit di salvataggio.

Il tempo è strano: a volte non vuol passare mai, e a volte passa senza che neanche te ne accorgi.  Per esempio neanche me ne sono accorta, questa volta, che parla parla e parla, da dentro la macchina, siamo finite dentro a un parcheggio, e poi a camminare per strada,  e tu mi parli ancora Miriam,  mi parli di come si fa fesso sulla soglia uno, grazie a tutt’una serie di discorsi e metodi scientifici davvero efficientissimi.

Non so se il copione-tipo d’una scenetta porta-a-porta come la tua, Miriam,  sia stato ideato da un gruppo segreto di ricercatori, psicologi comportamentali, misantropi e collaborazionisti; o più semplicemente, sia solo il frutto della mente d’un pazzo qualunque. Fatto sta che a  un certo punto diventa vagamente avvincente ascoltarti. E intanto, parla parla parla, siam giunte davanti al primo, immacolato, tappeto di campanelli.

E’ così che in prossimità di un cancelletto come tanti, al mio sguardo,  si rivela tutto d' un tratto l'immagine non più di Miriam, ma d' un personaggio epico, d'un erinni impetuosa. Ella socchiude gli occhi sino a farli diventare due spilli infuocati. Ella apre la mano, come una foglia di pietra. Ella la scaglia, con un mastodontico schiaffone, sui campanelli delle case. In lontananza, dalle finestre socchiuse, un inusuale frizzante concerto di polifonici citofoni. C’è  gente che osa chiedere “Ma chi è che rompe?”, che osa usarci diffidenza. E Miriam l’Amazzone li sgrida tutti, nessuno escluso.

Questa è una faccenda vagamente sadomaso. “Dovete ascoltare, io parlo; dovete accondiscendere, io comando; dovete acquistare, io vendo: vendo giri di  parole”. Questa è la dura bibbia di Miriam.

In pausa pranzo la casa del popolo ha un effetto balsamico su noi tutti. Merito del pane, del salame. Al cesso ci vai con la chiave: il portachiavi è una bottiglia in plastica vuota di Cocacola.  Persino Miriam, carina, rivela il mascara che quasi le cola, ai lati della faccia.  E’ dolce Miriam, in questo contesto, in modo inversamente proporzionale alla realtà lavorativa, dov’è un po’stronza.

 “Ho fatto l’alberghiero” dice Miriam. La panca ombrosa intanto ci tiene il culo al fresco  dalla calura di Giugno: tutto è più umano e sporco adesso.

Miriam, sei fuori luogo, ma irresistibile, in pausa pranzo: dici 'Lambrusco e Pop Corn' è il mio disco preferito. Che figata, penso intanto, l’alberghiero. All’epoca però dicevano un sacco di sciocchezze, come quella che il classico servisse a qualcosa, in senso lato, e per cose d’un certo valore addirittura, come acquisire lo charme di chi sa le lingue morte, e imparare a usare il congiuntivo a menadito, meglio di tutti gli altri, e sapere la differenza tra i verbi andare e venire. Cose non utili, cose obsolete.

Non puoi starmi simpatica Miriam. Io devo odiarti, Perché tu hai ventitre anni e io trenta, facciamo un lavoro di merda insieme, in cui tu sei il mio tutor, e io devo imparare da te come si fa a parlare:  poco importa poi, se io so usare pure il congiuntivo a menadito, a differenza tua. Ma io Miriam, io mica te lo insegno  a te come si fa il “commis de rang”. Io, Miriam, al massimo faccio delle buone polpette al sugo quando cucino la cena. Ma non credo che cio’ possa competere col pacchetto di competenze offerte da un Istituto Alberghiero. Magari, magari ci fossi andata io all’alberghiero, Miriam.

Dopo la pausa guardo meglio le cose, come il tipo di cose da imparare per impalare il cliente. Bisogna partire da una scala, elementare, di dati, che hanno un ordine ben preciso. Poi ci si cuce intorno.

“Chi è?”

“Fuffa”

“Chi??”

“ ‘Fuffa Energie’, signora, ci mandan’ a ffa’ l’aggiornamento a’ nostri clienti” .

C'è un vago accento mugellano nell’aria.

“Ma guardi che io la bolletta l’ho già pagata eh”

“Nossignora, non sto venendo a controlla’ i pagamenti, i contatori. Sono qui per conto di ‘Fuffa’, per aiutarla! Me la fa vede’, signora, l’ultima bolletta già che c’è?”

La signora mostra fiduciosa un mucchietto di fogli, foglietti, bollettini pagati. Miriam afferra il tutto, veloce scruta i dati che le servono. E poi:

“Oh, sì! Perfetto! Lo può fa’ signora! Lo può ffà!  Gentilmente, mi lascia un recapito telefonico per inizia’ la procedura?”

“Perfetto cosa? Ma fare cosa, scusi?”

Ahi ahi Miriam, ti tocca spiegare adesso. E vai adesso, vai: parti col turbo felpato…

“Sa signora, siccome è nato il mercato libero, e insieme ad esso tante nuove realtà societarie,  noi di ‘Fuffa’, siccome gli vogliamo bene ai nostri clienti e non vogliamo che poi se ne vanno e ci lasciano per un’altra di queste compagnie nuove, le diamo la possibilità di passa’ alla tariffa del mercato libero, usufruendo di questa nuova offerta: la Bioraria!”

Ma tu guarda la ‘Fuffa’, che carina, penso intanto, questa grande mamma-divinità primordiale che non vuole lasciarti andar via, che vuole tenerti con sé, proteggerti…Ma glielo stai dicendo alla signora, Miriam, che “Fuffa Mercato Elettrico” e “Fuffa Energia” sono due cose diverse? Che c’è solo un nome, uguale, davanti a due società ben distinte?

che ‘Fuffa’ non è il Tao dello yin e yang, non è una Paperopoli che s’ è divisa in due tipo Berlino, ma con un cancellino in mezzo, non un muro, dove tutti si vogliono bene e il sindaco è uno solo?

 Forse bisognerebbe rimettere a moviola il discorso qua sopra. Quel passaggio in cui la bella oratrice  adesca l’uditore, velando  la scissione interna del soggetto ‘Fuffa’ in questione, con l’abile mossa del verbo intransitivo “passare a”. Con la grammatica, Miriam, non ci siamo; ma in quanto a costrutti sintattici d'ambiguità fine e composita, oh, hai un talento naturale.

E forse noi non siamo dei semplici promotori porta a porta che ti chiedono di lasciare una compagnia statale per passare ad un suo omonimo privato. No, noi siamo dei varchi, i varchi di “Fuffa&Fuffa”, di più…noi siamo i messaggeri divini, i cupidi, che rendono possibile questo magico passaggio.

Giovani incolpevoli eroi siamo, Miriam, e niente più.

" ‘Giovani incolpevoli eroi’ lo conosci?”

"Giovani chi?" chiede Miriam.

"Come Chi?! Semmai, 'cosa'!…. ‘Giovani incolpevoli eroi’, e dai! Il primo album di Ligabue,  quello sconosciutissimo…è  un cult!"

 

Tu la dovresti conoscere Miriam, la discografia di Ligabue. Sei una sua fan della prima ora, dici. Dovresti smascherarmi. Infondo io ti ho solo detto una sciocchezza senza senso, Miriam. Perché mi annoio, sono stanca, e trovo in generale tutto quello che fai  un po’ ingiusto e palloso. Una sciocchezza senza senso ti ho detto, Miriam, che sarà mai? Per sfotterti un po’. E forse ti strapperò solo un torvo sospiro di disgusto.

"E' un album quasi sconosciuto sai, di quand'era proprio molto giovane Ligabue. …Sai…poi…com'è…che fa lui…con quella sua voce profonda: 'Nooooiii, giovani incolpevoli eroiiii….'" Canticchio, abbozzo un ritmico movimento pelvico, per dare un certo tono al tutto.

Oramai vado a braccio, improvviso, voglio testare sin dove può arrivare a sopportarmi, questo muccone biondocenere. Magari mi manda affanculo. Magari… sarebbe bello. Così prendo il treno alla stazione di Campi, riconsegno a Mister Parallelepipedo questo enorme plico di contratti da rifilare alla gente, e me ne vado a casa.

Ma il sorriso di Miriam si allarga, come una luna piena, in modo impressionante si espande. Poi mi fa:

"Ma sì, come no! Giovani incolpevoli Eroi! Io c'ho pure il cd originale!"

 Miriam, ma tu sei un genio, come ho fatto a non capirlo prima? Tu non sei una geisha dell'antica Kyoto, tu sei la fottutissima Fata Turchina in persona. Nella vita e nel lavoro. Una fata turchina che si è tolta il cappellino a punta e il vestitino di raso, come hai fatto tu con gli occhiali quando hai finito l'alberghiero, e hai cominciato a truccarti, a lavorare in quest'azienda schifa, e a metterti queste gustose camicette di seta blu.

Sei la fata turchina che si è messa a dire bugie, Miriam, e adesso è lo scaltro braccio destro di Pinocchio.

Il mondo delle favole, Miriam, e pure quello vero, sono nelle tue mani.

 

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