10/10/13

PANCIA E CARMA di Sara Rados

Napoli è una città mercuriale. Me l’ha detto la mia amica Gianna: una genovese con gli occhi di ghiaccio e il sorriso caldo, perennemente in viaggio. Non siamo sedute in una semplice pizzeria, siamo da Fefè a quartiere Materdei: siamo dentro un impasto di odori, quadretti rossi e bianchi, tavole e voci della Sanità Napoletana. Ho incontrato Gianna tra la polvere e il solleone che andava via verso le sette, le sette e mezza.
Ma andiamo per gradi.
 
Secondo la pratica Ayurvedica del "Pancha Karma", per superare un momento buio dal punto di vista psicofisico, con conseguente aggravamento dei "dosha" (grossomodo i punti vitali del corpo) , bisognerebbe effettuare un trattamento palliativo d’una certa durata (dalla settimana ai sei mesi di tempo) composto da: detossificazione preliminare, affiancata da "Shnedana", applicazione di olii che puzzano di buono, e "Svedana", vapori vari -credo- da inalare. Poi c’è la terapia del vomito, quella delle purghe, e applicazioni nasali d’erbe, pulizia del sangue...
 
Secondo il mio personale "Pancia e Carma", empiricamente collaudato e dunque, di non minore pregio rispetto ai rimedi dell'antica e venerabile medicina Ayurveda, la miglior cura per uscire da un momento buio dal punto di vista psicofisico è andare a cena da Fefè a Materdei.
La giornata che prepara a una cena così, è lunga, e ha un suo copione . 
Bevo caffè molto lungo, amaro e aspetto. "Aspettare", in controtendenza, il mio verbo, quello che pervade l'aria del primo mattino: alzarsi e sdraiarsi, poi rialzarsi e sdraiarsi ancora, trincerata in stanza, nell’attesa che la coinquilina, generosa vulcanica neomamma lucana, abbia finito di roteare per casa come una "palla-pazza-caricata-a-salve-per-domande".
Prediligo letture elementari al mattino, mentre temporeggio nell'inefficenza: meglio di tutto? Mi affumico nella noia di un qualche catalogo del supermarket. Poi vado in bagno, faccio una doccia veloce, calda: regredisco alla placenta da cui tutto è partito, e ruoto improvvisamente tutta la manopola verso il blu: pure le grandi dame dell’ottocento si lavavano così, con l’acqua ghiacciata, per conservare la pelle giovane e bellissima, lanciando piccoli costanti urletti di fastidio e piacere.
 
Mi asciugo con l’accapatoio, ma senza metterlo, in modo rozzo ma abile, e corro indietro in mutande verso la meta: la mia stanzetta ,sempre quella, stando attenta a dribblare "palla-pazza", "suocera-di-palla-pazza-che-gira-in-cucina-sugo-arancione", e "amica-di palla-pazza-che-fa-la-spola-tra-il-corridoio-e-la-stanza-dei-giochi" di "figlia-di-palla-pazza", che a intervalli regolari piange, tra una carica del carillon e l’altra. Una mattina come tante, la versione iperrealista di "Campo Minato".
 
Indosso pantaloni puliti della tuta, calzini appena presi dallo stendino, ma spaiati, e maglietta speciale.
Chi non ha una maglietta speciale?
Solo dopo un preludio del genere riesco a uscire.
Memore dei consigli ayurvedici mi allungo fino ad un erboristeria specializzata del centro. Ci passo dentro tutto il pomeriggio. Dopo un' analisi accurata di merce e prezzi, decido quindi d'acquistare una saponetta emolliente che armonizza il quinto chakra, per il modico prezzo di diciassette euro e venti.
Esco dal negozio, e ho l'impressione che nonostante la saponetta il mio plesso solare si senta sempre peggio. Strano, perchè dicono che a volte il solo pensiero di avere in tasca la medicina giusta  ci faccia già mezzo guarire. Ma forse le saponette non vanno annoverate tra i medicinali.
Giro l’angolo e mi dirigo così verso l’ospedale di zona, perchè ho il fiato chiuso, un fiato blu come il mare profondo, tutto chiuso in faccia, e l'immaginario brusio d'una pentola a pressione accompagna come letale colonna sonora il mio novello, possente, inconfondibile, puntualissimo, attacco di panico. E' la claustrofobia accumulata dentro quell'angusta bottega, tutte quelle ore.
Aspetto seduta e sudata, le scarpe slacciate, s'una seggiola rotta dell'ospedale. Una volta qualcuno mi ha detto che se hai un attacco di panico devi prima trattenere il fiato, incamerando tutta l'aria, poi devi fare una serie di respiri tutti uguali, regolari e ben coordinati. Peccato che una tale abilità non ce l'hai mentre pensi che stai per impazzire, o morire, o tutte e due le cose insieme. E' mentre penso così che mi appare una psichiatra riccia che sorride, sorride, è giovane e sorride. Le dico:
"Ho l’ansia".
 
Lei dice: "Signorina, noi qui trattiamo solo casi gravi, gravissimi, che a vederli aggraverebbero ulteriormente il suo stato confusionale. In alternativa posso fornirle un referto medico che la esima dal lavoro per cinque giorni. Lei ha un lavoro?",
"No"
"Le posso fare una punturina signorina se vuole, la vuole?"
"No"
"Lei ha la faccia stanca, signorina, sciupata. Da quanto tempo non mangia?"
"Da ieri a pranzo, mi sembra."
"Signorì, vada a farsi una pizza."
E' un portantino che ci passa accanto a pronunciare, perentorio, la sentenza. La psichiatra annuisce, sembra d'accordo.
 
"Era appunto quel che avevo in mente, andare da Fefè a Materdei, signori" immagino di rispondere. Ma taccio, troppo intimidita dagli occhi spiritosi del portantino, e da quelli tutto d'un tratto severi della psichiatra.
E mi incammino, di nuovo. 
All’ottanta per cento, secondo oscure leggi del destino, incontrerai un’amico che ti accompagnerà nell’impresa, perché, per oscure leggi del destino, incontri sempre qualcuno che conosci che sta andando da Fefè a Materdei, mentre ci stai andando anche tu.
Sei comunque munito di grandi cuffie, cruciverba e fumetti, in caso non incontrassi proprio nessuno, e dovessi finire da solo al tavolo. Hai comunque il tuo paio d’occhiali scuri, e la tranquillità sudata, eccellente, dello sguardo nascosto sotto, accoccolato tra i postumi del giorno prima ancora.
“Buonasera", Gianna sorride, e attacca col suo bollettino astrale. Ha una passione per l’oroscopo, riesce a infilarlo dappertutto. Siamo governate dallo stesso segno io e lei, Mercurio: ma lei è Gemelli, io Vergine.
Viaggio esteriore e viaggio interiore, dice lei. E in effetti, anche se a queste cose non ci credo, Gianna è dinamica, ha fatto il DAMS Gianna, e passa le giornate a roteare per Napoli, ottantunesima tappa circa di tutte le città cambiate negli ultimi cinque anni, per lavori tipo “laboratorio teatrale espressivo per bambini molto sensibili e molto difficili diciamo anche difficilissimi”, cameriera, “stagista presso importante azienda di management dello spettacolo su strada, traverse, quartieri bui”, cameriera, “addetta a macchinetta del caffè e crisi isteriche delle rockstar presso importate agenzia musicale”, cameriera.
Io chiaramente sono quella dei viaggi interiori. Anch'io ho fatto il DAMS, ma solo per vedere un sacco di film chiusa in casa con la scusa che sto studiando. Non per niente mi muovo poco negli ambienti che contano, e non sono un tipo socievole. Se esco, non esco dunque per ragioni mondane, e quando esco lascio a casa la testa. Vado a camminare di mattina prestissimo su strade poco battute e, non chiedetemi perché, ma mentre il passo si velocizza comincio a cantare "Alla Fiera dell'Est" di Branduardi, ritrovando cosi’ in un attimo il senso della vita, basato a mio avviso sul concatenarsi avanti e indietro di eventi come morsi, bastoni,macellai.
 
“Fefè?” Gianna ha un incantevole cappellone di paglia a tesa larga.
“Chiaro, Fefè, ma prima devo fare una commissione."
Il farmacista di via X è un vecchio magro e giovanile a cui per oscuri motivi faccio simpatia: non come la sua collega, pienotta ma ginnica giovane rosea, che mi odia, in modo evidente. Fors'ella non ritiene ragionevole che una ragazza come me ciondoli in fila paziente, lo sguardo perso chissà dove, con la sua maglietta speciale e i calzini spaiati che anche se non si vedono si intuiscono, e chieda, ricetta alla mano, il solito, imbarazzante, stabilizzatore dell’umore.
 
La psichiatra materna e sorridente prima che me ne andassi mi ha prescritto le medicine, quelle che prendo di solito.
 
Ieri Entact era finito. Per questo l’autosuggestione s’è impossessata di me come un demone tibetano, e mi sono messa a pensare al bel sassofonista che non fa più parte della mia vita, e a fare tutte  quelle cose, come bere come un caprone tutto il giorno, e non mangiar nulla, e imprecare, imprecare, imprecare contro la verve codarda e mangiafemmine dei bei sassofonisti.
 
"Credo interromperò lo stabilizzatore dell’umore", penso mentre sono in fila: "E' il cuore, infondo, che mi fa male, il cuore. E l'intestino. L'intestino decisamente, anche più del cuore"
Quand'è il mio turno il vecchio farmacista giovanile intuisce subito, e dopo aver dato un'occhio veloce alla ricetta fa: "Ha bisogno d'altro?" come avesse davvero capito tutto, come Babbo Natale che ti osserva da lontano tutto l'anno senza che tu te ne accorgi e sa proprio tutto di te.
 “Vorrei pillole, pillole per...ecco, mi sento tutta indolenzita qui al centro, sa...dicono sia il quinto Chakra"
Pochi gesti sicuri e nessuna parola: una confezione gialla e verde di pillole per l'intestino è già nelle mie mani. Altro che saponette.  Gianna intanto si è persa con lo sguardo nel reparto dieta, dentro a un paesaggio sconfinato di pancere contenitive e biscotti integrali senza grassi idrogenati. La prendo per un braccio, e finalmente usciamo, andiamo.
Da Fefè, non ho mai capito chi sia Fefè, ma tutti sanno per certo che ci sarà sempre una signora bionda con un camice rosa da Barbie-bidella sul suo trono, la cassa, e dietro ci sono mille foto d’epoche diverse in cui lei appare sempre, in compagnia di svariate star come Maradona, Marcella Bella, i Ricchi e Poveri, Raoul Bova. Da Fefè devi aspettare il tuo turno col bigliettino col bigliettino in mano. Ma poi devi essere sveglio, scaltro, appena ti chiamano. Perche’ c’è lui, Kung Fu Panda, addetto a roteazione aerea dell'impasto, che afferra gli ordini come fossero palle da baseball incandescenti: “Uagliù! Due margherite-due moretti-quattro crocchè-grazie”.
A fare l'ordine ci pensa Gianna: io cerco il tavolo. Poi mi verso un bicchiere di birra, per le pillole. Ci mangio su pure un crocchè e una fetta di marinara, offerti dalla signora bionda, che dice che non si prendono le medicine a stomaco vuoto. Da Fefè sono gentili e ragionevoli. Per questo mi sento già un po' guarita.
Pare che tutto migliori a vista d'occhio. Pare.
Ma ecco. Pochi palmi piu' in là lo vedo: bello come il sole, alto, sexy, vestito come un giovane pirata. Lui, il bel sassofonista, occhi azzurro-grigi, il suo charme antipatico, e una scialba groupie al suo seguito.
 
Il mio è un odio stupefatto.
Lui. Lei.
E così arriva, maestoso, fragoroso, con le sonorità d' una caverna buia, secolare e misteriosa,  nell'odore pungente della pommarola e dell'olio fritto: un enorme rutto infrange il chiasso del locale, che tutto d'un colpo, si spegne. E tace. Pam. Anzi, "Burp". Marcella Bella, i Ricchi e Poveri, Raoul Bova e Persino Maradona mi osservano attoniti dalle foto sbiadite più in là.
"Burp". E nient'altro.
L'effetto delle pillole per l'intestino mischiate alla birra, penso. Lui si dispiace, lui si gira e se ne va, e la sua groupie lo rincorre, disorientata.
La pizza da Starita è squisita. Per non parlare dei crocchè. Io ve la consiglio.
E il "Pancia e Carma", anche a 'sto giro, ha dato i suoi frutti.
 
 

Nessun commento:

Posta un commento