10/10/13

PANCIA E CARMA di Sara Rados

Napoli è una città mercuriale. Me l’ha detto la mia amica Gianna: una genovese con gli occhi di ghiaccio e il sorriso caldo, perennemente in viaggio. Non siamo sedute in una semplice pizzeria, siamo da Fefè a quartiere Materdei: siamo dentro un impasto di odori, quadretti rossi e bianchi, tavole e voci della Sanità Napoletana. Ho incontrato Gianna tra la polvere e il solleone che andava via verso le sette, le sette e mezza.
Ma andiamo per gradi.
 
Secondo la pratica Ayurvedica del "Pancha Karma", per superare un momento buio dal punto di vista psicofisico, con conseguente aggravamento dei "dosha" (grossomodo i punti vitali del corpo) , bisognerebbe effettuare un trattamento palliativo d’una certa durata (dalla settimana ai sei mesi di tempo) composto da: detossificazione preliminare, affiancata da "Shnedana", applicazione di olii che puzzano di buono, e "Svedana", vapori vari -credo- da inalare. Poi c’è la terapia del vomito, quella delle purghe, e applicazioni nasali d’erbe, pulizia del sangue...
 
Secondo il mio personale "Pancia e Carma", empiricamente collaudato e dunque, di non minore pregio rispetto ai rimedi dell'antica e venerabile medicina Ayurveda, la miglior cura per uscire da un momento buio dal punto di vista psicofisico è andare a cena da Fefè a Materdei.
La giornata che prepara a una cena così, è lunga, e ha un suo copione . 
Bevo caffè molto lungo, amaro e aspetto. "Aspettare", in controtendenza, il mio verbo, quello che pervade l'aria del primo mattino: alzarsi e sdraiarsi, poi rialzarsi e sdraiarsi ancora, trincerata in stanza, nell’attesa che la coinquilina, generosa vulcanica neomamma lucana, abbia finito di roteare per casa come una "palla-pazza-caricata-a-salve-per-domande".
Prediligo letture elementari al mattino, mentre temporeggio nell'inefficenza: meglio di tutto? Mi affumico nella noia di un qualche catalogo del supermarket. Poi vado in bagno, faccio una doccia veloce, calda: regredisco alla placenta da cui tutto è partito, e ruoto improvvisamente tutta la manopola verso il blu: pure le grandi dame dell’ottocento si lavavano così, con l’acqua ghiacciata, per conservare la pelle giovane e bellissima, lanciando piccoli costanti urletti di fastidio e piacere.
 
Mi asciugo con l’accapatoio, ma senza metterlo, in modo rozzo ma abile, e corro indietro in mutande verso la meta: la mia stanzetta ,sempre quella, stando attenta a dribblare "palla-pazza", "suocera-di-palla-pazza-che-gira-in-cucina-sugo-arancione", e "amica-di palla-pazza-che-fa-la-spola-tra-il-corridoio-e-la-stanza-dei-giochi" di "figlia-di-palla-pazza", che a intervalli regolari piange, tra una carica del carillon e l’altra. Una mattina come tante, la versione iperrealista di "Campo Minato".
 
Indosso pantaloni puliti della tuta, calzini appena presi dallo stendino, ma spaiati, e maglietta speciale.
Chi non ha una maglietta speciale?
Solo dopo un preludio del genere riesco a uscire.
Memore dei consigli ayurvedici mi allungo fino ad un erboristeria specializzata del centro. Ci passo dentro tutto il pomeriggio. Dopo un' analisi accurata di merce e prezzi, decido quindi d'acquistare una saponetta emolliente che armonizza il quinto chakra, per il modico prezzo di diciassette euro e venti.
Esco dal negozio, e ho l'impressione che nonostante la saponetta il mio plesso solare si senta sempre peggio. Strano, perchè dicono che a volte il solo pensiero di avere in tasca la medicina giusta  ci faccia già mezzo guarire. Ma forse le saponette non vanno annoverate tra i medicinali.
Giro l’angolo e mi dirigo così verso l’ospedale di zona, perchè ho il fiato chiuso, un fiato blu come il mare profondo, tutto chiuso in faccia, e l'immaginario brusio d'una pentola a pressione accompagna come letale colonna sonora il mio novello, possente, inconfondibile, puntualissimo, attacco di panico. E' la claustrofobia accumulata dentro quell'angusta bottega, tutte quelle ore.
Aspetto seduta e sudata, le scarpe slacciate, s'una seggiola rotta dell'ospedale. Una volta qualcuno mi ha detto che se hai un attacco di panico devi prima trattenere il fiato, incamerando tutta l'aria, poi devi fare una serie di respiri tutti uguali, regolari e ben coordinati. Peccato che una tale abilità non ce l'hai mentre pensi che stai per impazzire, o morire, o tutte e due le cose insieme. E' mentre penso così che mi appare una psichiatra riccia che sorride, sorride, è giovane e sorride. Le dico:
"Ho l’ansia".
 
Lei dice: "Signorina, noi qui trattiamo solo casi gravi, gravissimi, che a vederli aggraverebbero ulteriormente il suo stato confusionale. In alternativa posso fornirle un referto medico che la esima dal lavoro per cinque giorni. Lei ha un lavoro?",
"No"
"Le posso fare una punturina signorina se vuole, la vuole?"
"No"
"Lei ha la faccia stanca, signorina, sciupata. Da quanto tempo non mangia?"
"Da ieri a pranzo, mi sembra."
"Signorì, vada a farsi una pizza."
E' un portantino che ci passa accanto a pronunciare, perentorio, la sentenza. La psichiatra annuisce, sembra d'accordo.
 
"Era appunto quel che avevo in mente, andare da Fefè a Materdei, signori" immagino di rispondere. Ma taccio, troppo intimidita dagli occhi spiritosi del portantino, e da quelli tutto d'un tratto severi della psichiatra.
E mi incammino, di nuovo. 
All’ottanta per cento, secondo oscure leggi del destino, incontrerai un’amico che ti accompagnerà nell’impresa, perché, per oscure leggi del destino, incontri sempre qualcuno che conosci che sta andando da Fefè a Materdei, mentre ci stai andando anche tu.
Sei comunque munito di grandi cuffie, cruciverba e fumetti, in caso non incontrassi proprio nessuno, e dovessi finire da solo al tavolo. Hai comunque il tuo paio d’occhiali scuri, e la tranquillità sudata, eccellente, dello sguardo nascosto sotto, accoccolato tra i postumi del giorno prima ancora.
“Buonasera", Gianna sorride, e attacca col suo bollettino astrale. Ha una passione per l’oroscopo, riesce a infilarlo dappertutto. Siamo governate dallo stesso segno io e lei, Mercurio: ma lei è Gemelli, io Vergine.
Viaggio esteriore e viaggio interiore, dice lei. E in effetti, anche se a queste cose non ci credo, Gianna è dinamica, ha fatto il DAMS Gianna, e passa le giornate a roteare per Napoli, ottantunesima tappa circa di tutte le città cambiate negli ultimi cinque anni, per lavori tipo “laboratorio teatrale espressivo per bambini molto sensibili e molto difficili diciamo anche difficilissimi”, cameriera, “stagista presso importante azienda di management dello spettacolo su strada, traverse, quartieri bui”, cameriera, “addetta a macchinetta del caffè e crisi isteriche delle rockstar presso importate agenzia musicale”, cameriera.
Io chiaramente sono quella dei viaggi interiori. Anch'io ho fatto il DAMS, ma solo per vedere un sacco di film chiusa in casa con la scusa che sto studiando. Non per niente mi muovo poco negli ambienti che contano, e non sono un tipo socievole. Se esco, non esco dunque per ragioni mondane, e quando esco lascio a casa la testa. Vado a camminare di mattina prestissimo su strade poco battute e, non chiedetemi perché, ma mentre il passo si velocizza comincio a cantare "Alla Fiera dell'Est" di Branduardi, ritrovando cosi’ in un attimo il senso della vita, basato a mio avviso sul concatenarsi avanti e indietro di eventi come morsi, bastoni,macellai.
 
“Fefè?” Gianna ha un incantevole cappellone di paglia a tesa larga.
“Chiaro, Fefè, ma prima devo fare una commissione."
Il farmacista di via X è un vecchio magro e giovanile a cui per oscuri motivi faccio simpatia: non come la sua collega, pienotta ma ginnica giovane rosea, che mi odia, in modo evidente. Fors'ella non ritiene ragionevole che una ragazza come me ciondoli in fila paziente, lo sguardo perso chissà dove, con la sua maglietta speciale e i calzini spaiati che anche se non si vedono si intuiscono, e chieda, ricetta alla mano, il solito, imbarazzante, stabilizzatore dell’umore.
 
La psichiatra materna e sorridente prima che me ne andassi mi ha prescritto le medicine, quelle che prendo di solito.
 
Ieri Entact era finito. Per questo l’autosuggestione s’è impossessata di me come un demone tibetano, e mi sono messa a pensare al bel sassofonista che non fa più parte della mia vita, e a fare tutte  quelle cose, come bere come un caprone tutto il giorno, e non mangiar nulla, e imprecare, imprecare, imprecare contro la verve codarda e mangiafemmine dei bei sassofonisti.
 
"Credo interromperò lo stabilizzatore dell’umore", penso mentre sono in fila: "E' il cuore, infondo, che mi fa male, il cuore. E l'intestino. L'intestino decisamente, anche più del cuore"
Quand'è il mio turno il vecchio farmacista giovanile intuisce subito, e dopo aver dato un'occhio veloce alla ricetta fa: "Ha bisogno d'altro?" come avesse davvero capito tutto, come Babbo Natale che ti osserva da lontano tutto l'anno senza che tu te ne accorgi e sa proprio tutto di te.
 “Vorrei pillole, pillole per...ecco, mi sento tutta indolenzita qui al centro, sa...dicono sia il quinto Chakra"
Pochi gesti sicuri e nessuna parola: una confezione gialla e verde di pillole per l'intestino è già nelle mie mani. Altro che saponette.  Gianna intanto si è persa con lo sguardo nel reparto dieta, dentro a un paesaggio sconfinato di pancere contenitive e biscotti integrali senza grassi idrogenati. La prendo per un braccio, e finalmente usciamo, andiamo.
Da Fefè, non ho mai capito chi sia Fefè, ma tutti sanno per certo che ci sarà sempre una signora bionda con un camice rosa da Barbie-bidella sul suo trono, la cassa, e dietro ci sono mille foto d’epoche diverse in cui lei appare sempre, in compagnia di svariate star come Maradona, Marcella Bella, i Ricchi e Poveri, Raoul Bova. Da Fefè devi aspettare il tuo turno col bigliettino col bigliettino in mano. Ma poi devi essere sveglio, scaltro, appena ti chiamano. Perche’ c’è lui, Kung Fu Panda, addetto a roteazione aerea dell'impasto, che afferra gli ordini come fossero palle da baseball incandescenti: “Uagliù! Due margherite-due moretti-quattro crocchè-grazie”.
A fare l'ordine ci pensa Gianna: io cerco il tavolo. Poi mi verso un bicchiere di birra, per le pillole. Ci mangio su pure un crocchè e una fetta di marinara, offerti dalla signora bionda, che dice che non si prendono le medicine a stomaco vuoto. Da Fefè sono gentili e ragionevoli. Per questo mi sento già un po' guarita.
Pare che tutto migliori a vista d'occhio. Pare.
Ma ecco. Pochi palmi piu' in là lo vedo: bello come il sole, alto, sexy, vestito come un giovane pirata. Lui, il bel sassofonista, occhi azzurro-grigi, il suo charme antipatico, e una scialba groupie al suo seguito.
 
Il mio è un odio stupefatto.
Lui. Lei.
E così arriva, maestoso, fragoroso, con le sonorità d' una caverna buia, secolare e misteriosa,  nell'odore pungente della pommarola e dell'olio fritto: un enorme rutto infrange il chiasso del locale, che tutto d'un colpo, si spegne. E tace. Pam. Anzi, "Burp". Marcella Bella, i Ricchi e Poveri, Raoul Bova e Persino Maradona mi osservano attoniti dalle foto sbiadite più in là.
"Burp". E nient'altro.
L'effetto delle pillole per l'intestino mischiate alla birra, penso. Lui si dispiace, lui si gira e se ne va, e la sua groupie lo rincorre, disorientata.
La pizza da Starita è squisita. Per non parlare dei crocchè. Io ve la consiglio.
E il "Pancia e Carma", anche a 'sto giro, ha dato i suoi frutti.
 
 

07/10/13

NELLA TERRA DELLA CLASSICITA' E DELLA CRISI CONTEMPORANEA di Mara Amorevoli

Estate in Grecia. Mare, svago, sfondi con pallide colonne di marmo.
In barba alla crisi, siamo tanti ad essere appena tornati da una
vacanza in un’isola greca. Ancora lì a scorrer  foto e raccontare
tramonti color sciroppo. E comunque ognuno di noi, non (o poco)
precario, ha avuto almeno un’estate in Grecia.
Ma l’Estate in Grecia (Chiarelettere) che ci racconta Giuseppe
Ciulla, affermato giornalista e autore televisivo, non è un resoconto
di vacanze nella terra della classicità e della crisi contemporanea.


 E’ la cronistoria di un viaggio diverso, scomodo e attualissimo.  Nasce
dalla voglia di capire. Di andare a vedere e indagare esistenze,
resistenze, volti di uomini e donne. Ciulla si intrufola tra i greci,
“i primi europei della storia”,  sale sui loro bus, treni, traghetti.
Viaggia, beve e mangia con loro al kafenio e alla taverna, cerca
complici, provoca riflessioni pensieri storie personali. Interroga,
ascolta, annota. E non trascura la poesia, lo sguardo sulla natura, gli
echi omerici di lingua e paesaggi. Ne emerge la fotografia di gente
tutt’altro che rassegnata. Di un popolo che si rimbocca le maniche, che
con generosità accoglie,  spiega, onora la propria memoria
(“philotimos”). Ricorda la diaspora, l’esodo, la perdita.  Sa da dove
viene e, sia pure con difficoltà,  sa dove andare. Non sa dove lo
poterà l’Europa.


Il viaggio del cronista macina 4 mila chilometri,  tocca
Igoumenitsa e  Orestiada, passando per Atene e Salonicco. Sale su Monte
Athos tra i monaci e osserva il loro Dio, scende nel Peloponneso tra
chi vive in un altro mondo e modo possibile, torna ad Atene e cerca il
Bisanzio.  Quello che resta del “sentimento di Bisanzio” . Perchè per
capire ha bisogno della Storia.  E si perde. Come tutti quelli che
cercano di capire i greci, viaggiando oggi nella loro terra chiusa da
monti e mare. Siamo tutti senza più Olimpo.


All’inizio del viaggio Ciulla sembra avere una direzione
precisa. Verso i confini dell’Europa. Alle porte d’Oriente dove per i
migranti inizia quell’esodo, assassino lì come a Lampedusa in questi
giorni. Da Sud verso il Nord, lungo l’Egnatia,  l’antica strada
romana,  fino ai paesi sul fiume l’Evros, miscuglio di genti
balcaniche, ortodossi, musulmani, ebrei. E’ la frontiera con la
Turchia, avamposto, da sempre, di lingue e religioni diverse. In quel
fiume si pescano pesci e cadaveri di afgani, pakistani, somali.  Anche
lì come nel sud del nostro Mediterraneo.  E’ una finis terrae. Tracia,
Ponto...E’ lì che la Storia ha scritto e scrive le sue pagine e la
memoria dei greci. Non ce la farà l’Europa a cancellare quell’identità,
fatta di stratificazioni, di contaminazioni di genti che dai fenici in
poi ha cercato in quella terra l’anima. Lì resta quel prezioso, sacro,
deposito.  Che l’Europa dovrebbe pagare senza chiedere nulla in
cambio.


Un grazie a Giuseppe Ciulla, per non aver fatto una vacanza in
Grecia, per aver scritto un libro imprevedibile, divertente e non
superficiale, per essersi raccontato, da vero viaggiatore, mescolandosi
e confondendosi con i greci.

RAIN AND TEARS di Gaia Rau

Prendetemi per pazza, ma se c’è una cosa che proprio mi piace fare, e in cui, tra l’altro, sono brava come nessun altro al mondo, è piangere. Leggo una cosa triste e piango, mi rompo un’unghia e piango, mi sposo e piango, bevo una vodka e piango, sono stanca e piango, litigo e piango, faccio pace e piango ancora di più. Ma, soprattutto, guardo film e piango. Piango come una fontana su “Tutto su mia madre” e sull’opera omnia di Almodóvar, sui cartoni animati come “Dumbo” o “Bambi” e sui classici come “Colazione da Tiffany” e “Via col vento”, piango su “Shindler’s List”, su “Il concerto”, su “Neverland” e su “L’ultimo dei mohicani”, ma spesso mi basta anche una commediola romantica di infima categoria e ok, lo confesso, se sono in buona piango anche su “Armageddon”.
 

Ultimamente, la cosa che mi fa piangere di più, se escludo il mio estratto conto, è “Downton Abbey”. Sì, proprio lui, il drammone inglese in costume ambientato in quella tenuta da sogno nello Yorkshire che tutti noi abbiamo sperato fosse solo una ricostruzione e invece esiste davvero (mannaggiavoi), e in cui il genere umano si divide rigidamente tra “upstairs” e “downstairs”, tra nobilastri e servitori, tra maggiordomi e latifondisti, tra principesse e cuoche. Una roba, insomma, che a vederla nel tuo monolocale soppalcato, anno domini 2013, accanto tuo marito che guarda la partita sul pc, i cinesi che martellano al piano di sotto, e a farti compagnia una vellutata dell’Esselunga presa in offerta col 3x2, dovrebbe farti venire voglia di afferrare la prima copia de “Il capitale” che ti capita sotto mano e spaccare il televisore. E invece, vi assicuro che i cari lord e lady Grantham e famiglia mi fanno commuovere che nemmeno un cucciolo di panda zoppo. 
 

Sarà che gli sceneggiatori ci si sono messi proprio d’impegno. E ci hanno infilato la guerra, la prima, quella delle trincee e degli assalti alla baionetta, e poi bugie e tradimenti, sogni d’amore interclassisti, abbozzi di femminismo ante litteram, nonne un po’ stronze ma meravigliose (e come potrebbe essere altrimenti, se la nonna in questione è interpretata da una grande Maggie Smith?), innamorati tenuti separati da circostanze orribili e una pioggia di lutti da fare invidia a “Er, medici in prima linea”.
 
La cartina di tornasole, del resto, è stato il famoso marito – quello che mi ha convinto a guardare gli zombie, ve lo ricordate? – il quale una volta, tra il primo e il secondo tempo di Juventus-Cagliari, forse attirato dai miei singhiozzi, si è soffermato con me sulla scena di una morte particolarmente cruenta (e no, state tranquilli, se non avete ancora visto la terza stagione non vi svelerò di chi) e, serio come non mai, ha sentenziato: “Di film di guerra e dell’orrore ne ho visti tanti, ma questa è la cosa più straziante che mi sia capitata sotto gli occhi”.
 

Insomma, mettetevela un po’ come vi pare, politicamente scorretta o no, ma “Downton Abbey” è davvero una serie di quelle che mi riconciliano col mondo. E, specialmente in questo inizio d’autunno un po’ piovoso, la consiglio anche a voi. Naturalmente, muniti del dovuto equipaggiamento. Una copertina, una tazza di tè o, se preferite, un bel bicchiere di rosso, e una scatola di kleenex. Meglio se di quelli resistenti però, di marca, doppio velo rinforzato: quando si tratta di lacrime, non c’è risparmio che tenga.

05/10/13

LE CAPANNE DI TADASHI KAWAMATA di Gianni Caverni

Noi che siamo di qui e perciò camminiamo sempre a testa bassa rischiamo di non accorgercene, ma i turisti, che hanno invece il naso all'aria, se ne erano accorti: su una finestra del piano nobile di Palazzo Strozzi, nella facciata principale, o almeno quella che da su piazza Strozzi, stava nascendo una baracca, una sorta di mini abitazione di un dropout, fatta di assi, vecchi pezzi di infissi di legno, un fragile tetto di lamiera ondulata: se ne stava lì piantata come un pidocchio, un parassita incistito nel "cubo più bello del mondo".


Macchè, niente allarme, gli abituali frequentatori di uno dei locali più fichetti di Firenze, proprio lì di fronte, possono stare tranquilli: non è la catapecchia di un povero, l'ultimo nido di un disperato brutto e cattivo e per di più così stronzo da nemmeno nascondersi come si deve. E' un'opera d'arte, una "Tree Huts", la prima delle tre "Capanne sull'albero" che Tadashi Kawamata, artista giapponese, realizzerà in occasione di "Territori instabili", la mostra che si aprirà il 10 ottobre nel Centro per la Cultura Contemporanea Strozzina. Mostra curata da Walter Guadagnini e da Franziska Nori che della Strozzina è la direttrice, e che raccoglierà i lavori di 10, fra artisti singoli e gruppi. Le altre due "case", o se volete nidi, Tadashi le costruirà nei prossimi giorni sopra il bel cortile del palazzo cinquecentesco e in una delle sale della strozzina.


Chi non sta nella pelle al pensiero di infamare l'arte contemporanea non si illuda: i lavori di Tadashi non intervengono in alcun modo sul palazzo, non necessitano di buchi da fare, chiodi da infilare, ferri con cui sfregiare quel capolavoro. Resterà loro solo la solita presunzione di non farsi infinocchiare e gli toccherà passare sotto "quella schifezza che offende il decoro della città" scuotendo cocciuti il loro capone.



04/10/13

MUSICA E MALATTIA di Barbara Dardanelli

E' arrivato l'autunno. L'Adele ha preso la prima influenza, per battezzarsi bene in questo grigio. Le giornate in casa, quando siamo bambini, sono lunghissime e noiose da passare e l'Adele si manifesta in tutta la sua smania di fuggire, nonostante la febbre, nonostante la tosse. Perché non c'è gioco, cartone animato o invenzione che possa scovare, lei dopo un po' ha bisogno di uscire e si attacca alla maniglia della porta con una disperazione che lo stomaco mi si rigira tutto. L'unico modo che abbiamo per calmarla un po', è dirle “dai che ora mettiamo la musica e si balla!”. Allora le se illuminano gli occhi, quegli occhi che appena parte la musica chiude, alzando contemporaneamente le braccia e iniziando a roteare su se stessa come i dervisci della canzone di Battiato. Allora capisco che lei ha già trovato la sua via di fuga.
 
Quando ero bambina io, mi ammalavo spesso per colpa delle tonsille. Nelle lunghe giornate di malattia, veniva a tenermi compagnia la zia Renata,  sorella della mia nonna Roberta, una donnina piccina picciò, che prendeva 3 autobus per arrivare da via Baccio da Montelupo fino alle Cure, solo per giocare con me. La zia Renata aveva le campanelle alle orecchie e aveva sempre tante storielle di Pierino da raccontarmi e a pranzo mi faceva sempre la pasta al burro con tre chili di parmigiano. Quando arrivava la zia Renata per me era festa, ricordo che aspettavo alla finestra con il batticuore di vederla attraversare la strada, perché la zia Renata aveva questa capacità di tornare bambina e di divertirsi più di me a giocare. Uno dei nostri giochi preferiti era la capanna. Sopra la scrivania della mia cameretta creavamo una struttura con un telo e poi ci infilavamo sotto, portandoci ogni ben di dio: cocci, coccini, bottiglie dell'acqua, cuscini, coperte, bambole e qualsiasi cosa potesse servire per “arredare” una capanna. Logicamente in quel gioco avevamo anche dei mariti a cui preparare da mangiare e qua arriva la magia. I nostri mariti avevano la faccia di Fabrizio De André e James Taylor. Infatti ancora prima del rituale della creazione della capanna, c'era quella della scelta dei mariti. Il tutto avveniva nella libreria dove il mio babbo teneva i vinili. Alla fine la scelta era sempre la stessa: lei si prendeva Sweet Baby James e io Volume I.
 
Un paio di volte, tanto per cambiare, io presi anche Lucio Dalla, ma la zia Renata non era troppo d'accordo, mi diceva sempre che era veramente troppo brutto.
 
E così, sotto la capanna, tra cocci, coccini e bambolotti, si stagliavano questi due bei faccioni. Quando la sera tornava mia mamma, erano sempre litigate per la confusione che avevamo creato, confusione che logicamente poi avrebbe dovuto rimettere a posto lei, ma sopratutto la mia mamma rimprovera alla povera zia Renata di avermi fatto strapazzare troppo. I faccioni di De André e James Taylor erano i primi a ritornare al loro posto e quando mio babbo tornava la sera e mi chiedeva cosa avevo fatto tutto il giorno, gli rispondevo che avevo cucinato per l'uomo con il ciuffo. A quel punto lui prendeva il vinile, lo metteva sul piatto e faceva partire “La canzone di Barbara”.

01/10/13

UNA GIORNATA IN DAY HOSPITAL di Silvia Nardi Dei


1 ottobre 2013 alle ore 14.05

 

Dopo alcuni mesi di “guasti tecnici” a quella che Benigni definiva “la vulva, una cosa spaventosa, una vulva sett'e quaranta turbodiesel, una cosa tremenda la vulva addosso! Bella la vulva. Poi c'è la cosa, la passera, la chitarrina, la farfallina, la fisarmonica, la gattina,la filettina, la topa, la toppa, la gnocca, la pucchiacca, la sorca, la picchia, la passerina, la patonza, la gnacchera, la cavità, la ferita, la natura, la vergogna, lo spacco, l'antro tetro, la marianna la va in campagna, la bernarda, la tacchina, l'anonima sequestri,l'effetto serra, il conto in banca, l'afflosciapertiche, la seccacetrioli, la zitta preti, la fammela vedere un'altra volta”, ieri mattina alle 7 avevo appuntamento in ospedale per il mio ricovero, dove mi avrebbero fatto una cosa che si chiama isteroscopia operativa in anestesia totale che già il nome non fa ridere, né poi dovrebbe averne lo scopo. Puntuale come un orologio svizzero arriva a prendermi a casa la mia amica Silvia: una garanzia, una forza della natura, dolcezza e pragmaticità uniche,oltre che è sempre vestita giusta in ogni occasione e francamente non so come faccia ma questa è una curiosità che non soddisfo da trent'anni e così neanche ieri mattina. L'ospedale è “adatto” a me,nel senso che si trova in un bel posto, sotto il Piazzale Michelangelo, è luminosissimo, e per raggiungere il quinto piano devi prendere un ascensore che non è un ascensore, ma una vera e propria teleferica che sale lentissima e ti fa quasi dimenticare che tra un pochino ti addormentano ma anzi... giù canèderli al calduccio del rifugio ad alta quota e poi discese innevate.

 

Silvia mi accompagna al letto a me assegnato, e dopo le ultime raccomandazioni (non lasciare le tue cose a giro, hai un armadietto tutto per te, non preoccuparti, ho il telefono sempre acceso) deve andarsene perchè “i parenti devono uscire”. La camera è grande, e il mio letto vicino a una vetrata che squarcia quasi tutta la parete e da lì vedo gli alberi, le colline e la pioggia che viene giù severa. Nella mia camera altre tre donne, due con lo stesso mio destino chirurgico. Sono più grandi di me, una di una decina d'anni, l'altra almeno cinque o sei. Non avevo voglia di parlare, di conoscerle, di condividere ansie o giramenti di scatole: forzatamente insieme per motivi logistici, non mi interessa andare oltre. Ma le altre non la pensano così, e attaccano: “io ho un fibroma come un'arancia, io non so cosa ho a questo giro ma è la terza volta che mi fanno questo intervento e ogni volta, dopo l'anestesia totale, al risveglio vomito, io invece dopo l'anestesia di solito piango a dirotto”...ecco, io non avevo mai fatto l'anestesia totale e quindi non avevo neanche alcun aneddoto da raccontare. Arriva l'infermiera del reparto che inizia a spiegare ciò che succederà e in che tempi, quindi decido di provare a dormire perchè prima delle 12 non sarà il mio turno. Vestina verde con sotto niente, almeno son già pronta per la sala operatoria e giù. Sto per addormentarmi quando una delle donne racconta alle altre che il marito, perito agrario con agriturismo all'Impruneta, vorrebbe vendere tutto e trasferirsi a vivere in Marocco, ma lei non ci pensa neanche. Mi ripiglio, riemergo dalle coperte e comincio a farle domande. Ho trascorso un'ora a raccontarle di Essaouira, di A. B., di R. L., di C. R., di M. D., di A. C., di A., di G. G., di S. C., di R. B. e della magia di quei posti. Quando hanno preparato questa signora sulla barella per portarla in sala operatoria mi ha detto: “prima dell'anestesia totale penserò ai colori del Marocco che mi hai raccontato, ci sta che al risveglio questa volta non piangerò”.

Finalmente tocca a me, classiche 20 goccine di En per tranquillizzarmi (ma io ero tranquilla!) e mi portano in barella nel corridoio della sala operatoria, in attesa che esca l'ultima operata. Dalla barella sei già totalmente nelle mani di qualcun altro, non vedi dove stai andando, non sai quando arriverai ma non mi dispiaceva. Lì mi si avvicina una signora che è addetta alle pulizie della sala operatoria, aspettava anche lei che uscisse l'ultima operata per fare il suo lavoro prima che entrassi io. Aveva una certa età, la conoscevano tutti gli infermieri, e lei ne sapeva, di operazioni,eccome! A me ha detto che dovevo stare tranquilla perché sul mio cartellino c'era scritto Franchini/Scuderi: “so' bellissimi e i più bravi, unne sbagliano una, sa!” allora sto tranquilla. Ho visto uscire quella di camera mia che il marito vuol portare in Marocco,dormiva, e poi sono entrata io. E' venuto da me il chirurgo, che aveva in testa un cappello fucsia che lo faceva somigliare più a Sandokan che a uno stimato medico e purtroppo non ricordo se gliel'ho detto o no perché ero già un po' confusa dalle goccine, ma conoscendomi penso che glielo avrò detto senz'altro. Poi mi hanno messo le gambe su quegli aggeggi da ginecologi e me le hanno legate, la qual cosa non è stata proprio divertente, ma intanto l'anestesista Elena si è avvicinata coi suoi occhioni verdi e mi ha detto: “adesso la faccio dormire”.

Insomma, l'intervento è andato bene,ma soprattutto, grazie ai colori del Marocco, la mia compagna di stanza, al risveglio non ha pianto, ma ha sorriso. Non la rivedrò mai più, ma lei in Marocco andrà, è sicuro.