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18/03/18

NASCITA DI UNA NAZIONE


COMUNICATO STAMPA

Dal 16 marzo a Palazzo Strozzi in mostra opere emblematiche dell’arte italiana tra gli anni Cinquanta e il Sessantotto. Ottanta capolavori di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz, Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto.

Dal 16 marzo al 22 luglio 2018 si tiene a Palazzo Strozzi la mostra Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano: uno straordinario viaggio tra arte, politica e società nell’Italia tra gli anni Cinquanta e il periodo della contestazione attraverso ottanta opere di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz e Michelangelo Pistoletto.

L’esposizione, a cura di Luca Massimo Barbero, vede per la prima volta riunite assieme opere emblematiche del fermento culturale italiano tra gli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta: un itinerario artistico che parte dal trionfo dell’Arte Informale per arrivare alle sperimentazioni su immagini, gesti e figure della Pop Art in giustapposizione con le esperienze della pittura monocroma fino ai nuovi linguaggi dell’Arte Povera e dell’Arte Concettuale.

La mostra racconta la nascita del senso di Nazione attraverso gli occhi e le pratiche di artisti che, con le loro sperimentazioni, da un lato fanno arte di militanza e impegno politico, dall’altra reinventano i concetti di identità, appartenenza e collettività collegandosi alle contraddizioni della storia d’Italia negli anni successivi al cupo periodo del fascismo e della guerra. Sono questi gli anni del cosiddetto “miracolo economico”, momento di trasformazione profonda della società italiana fino alla fatidica data del 1968, di cui nel 2018 ricorre il cinquantesimo anniversario. È in questo ventennio che prende forma una nuova idea di arte, proiettata nella contemporaneità attraverso una straordinaria vitalità di linguaggi, materie e forme che si alimentano di segni e figure della cronaca.

Come in una sorta di “macchina del tempo” costruita per immagini, con un originale taglio curatoriale, l’esposizione narra il periodo più fertile dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, che oggi è riconosciuto come contributo fondamentale per l’arte contemporanea, ripercorrendo alcuni temi identitari di un Paese in cui l’arte viene concepita sia come forza innovatrice sia come strumento di approfondimento di un più ampio contesto culturale.

“Nascita di una Nazione vuole offrire una chiave di lettura ad un periodo artistico che si è intrecciato indissolubilmente con lo sviluppo dell’Italia e che ha tratto dalla politica, dal costume e dai cambiamenti sociali linfa vitale”, spiega Luca Massimo Barbero. “Le sale riassumono le tensioni sociali, politiche, culturali e sociali di quegli anni dando un quadro straordinariamente ricco ed eterogeneo di ricerche artistiche che può sorprende vedere qui riunite per assonanze e contrasti, ma che fotografano un dialogo che risulta, a maggior ragione oggi, assolutamente vitale”.
Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
a cura di Luca Massimo Barbero Firenze, Palazzo Strozzi 16 marzo-22 luglio 2018 #NascitaNazione

“Questa mostra si iscrive nella consolidata indagine intorno all’arte e alla cultura della modernità condotta da Palazzo Strozzi negli ultimi anni” afferma Arturo Galansino Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi “Oltre a ricordare il cinquantesimo anniversario del fermento culturale e sociale legato al Sessantotto, la mostra celebra lo straordinario momento creativo del secondo dopoguerra italiano, un periodo pienamente riscoperto nella sua importanza storico artistica prima all’estero, sia dalle grandi istituzioni museali che dal collezionismo internazionale, che nel nostro paese. Nascita di una Nazione presenta al vasto pubblico di Palazzo Strozzi la grande arte moderna italiana in un modo nuovo e originale, soprattutto fondato su un approccio storico e didattico in grado di rendere l’arte moderna accessibile a tutti”.

LA MOSTRA
L’esposizione si apre con un ambiente immersivo costituito da quattro videoproiezioni correlate in sincrono che ricostruiscono una breve storia visiva d’Italia dall’Unità al 1968, tra arte, cinema, moda, cronaca, politica e società. Queste immagini sono poste in un contraddittorio dialogo con La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio (1951-1955) di Renato Guttuso, figura chiave dell’ortodossia politica dominante del neorealismo propagandistico e non a caso unica testimonianza in mostra di un esasperato attaccamento all’arte politica di quegli anni, in netta opposizione con le altre esperienze di quel periodo: la tela, infatti, fu realizzata per l’Istituto di Studi Comunisti Palmiro Togliatti delle Frattocchie. 

Immediatamente contrapposte sono le poetiche delle nuove avanguardie rappresentate dall’astrazione antirealista di Giulio Turcato con un’opera fondamentale come Il comizio (1950) e da due opere del decennio successivo, il provocatorio collage su stoffa Generale incitante alla battaglia (1961) di Enrico Baj e il décollage sul volto di Benito Mussolini L’ultimo re dei re (1961) di Mimmo Rotella, che costituisce una anticipazione dello scontro politico generazionale della fine degli anni Sessanta.

La mostra prosegue con un approfondimento sulla continuità dell’Arte Informale tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Alcune opere declinano con forza il tema dell’esistenzialismo, come la grande tela Scontro di situazioni ’59-II-1 (1959) di Emilio Vedova e il raro e lacerante metallo Concetto Spaziale, New York 10 (1962) di Lucio Fontana; altre testimoniano la radicale sperimentazione sulla materia come elemento esistenziale che si ritrova nelle azioni di Alberto Burri su juta, tela o addirittura sul legno bruciato, nelle tormentate terrecotte di Leoncillo, nei rifiuti meccanici di Ettore Colla. La sala successiva, in un confronto tra opposti, è dominata dal colore bianco e dedicata all’azzeramento e alla monocromia: a lavori come Superficie lunare (1968) di Giulio Turcato e il monumentale capolavoro Superficie bianca (1968) di Enrico Castellani, si affiancano le composizioni con bende di Salvatore Scarpitta, le tele estroflesse di Agostino Bonalumi e la straordinaria serie Achrome di Piero Manzoni che ha inaugurato in modo dirompente le esperienze artistiche degli anni ’60. 

Parallelamente emergono come protagonisti Jannis Kounellis e Pino Pascali che arrivano a rigenerare il linguaggio artistico con elementi naturali e figurazioni primordiali. Al rigore neo concettuale fanno da controcanto le visioni figurative lenticolari di Domenico Gnoli e la nuova figurazione di Tano Festa, Sergio Lombardo, Renato Mambor e Giosetta Fioroni i cui lavori introducono il visitatore a una sala dedicata alla rappresentazione della bandiera come simbolo. 

Corteo (1968) tra le più emblematiche e meno note opere di Franco Angeli, dialoga con Compagni compagni (1968) di Mario Schifano – riferimento della nuova pittura italiana e forse uno dei suoi più grandi interpreti. La sala successiva è invece dedicata alle opere germinali di artisti quali Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto, Mario Merz: autori che costruiranno un altro momento fondamentale dell’arte italiana, internazionalmente noto come Arte Povera. 

In questo contesto, l’Italia (1968) di Luciano Fabro domina l’ambiente, trasformando il concetto di nazione e sovvertendone i significati. La rassegna continua all’interno dell’installazione Eco (1964-1974) di Alberto Biasi, lavoro interattivo e immersivo realizzato per celebrare il decennale dalla dissoluzione del Gruppo N e la conclusione delle esperienze cinetiche e
programmate. La fine del percorso vede un “cortocircuito” tra l’iconicità della Mappa (1971-1973) di Alighiero Boetti e Tentativo di volo (1970) di Gino De Dominicis, che diventano l’eco e l’introduzione a un’Italia che parla un linguaggio internazionale e che mira a divenire un punto di riferimento anche al di fuori dei suoi confini. Rovesciare i propri occhi (1970) di Giuseppe Penone chiude la mostra in modo emblematico, rappresentando una nazione che guarda a se stessa e alla sua storia mentre entra in un periodo di forte polemica che diventerà anche lotta armata.

La mostra è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Main sponsor Banca CR Firenze Intesa Sanpaolo.

08/03/17

BILL VIOLA - RINASCIMENTO ELETTRONICO (1)

The Crossing Fire da una parte e The Crossing Water dall'altra così capisci subito come stanno le cose e non puoi pensare di cavartela con una visita lampo. Arrivi al piano nobile di Palazzo Strozzi perché certamente non ti puoi perdere la seconda mostra della gestione di Arturo Galansino che va spedito per la sua strada puntando a fare dello straordinario "cubo" di Benedetto da Maiano, secondo il Vasari, il luogo d'eccezione per uno sguardo sui più grandi maestri dell'arte contemporanea. Stavolta non ci sono gommoni o altri interventi sulle facciate del Palazzo che fecero storcere il naso ai pavidi puristi ai tempo della mostra "Libero" di Ai Weiwei. 
Stavolta da fuori non si sospetta niente se si escludono gli arazzi che pubblicizzano "Rinascimento elettronico", la mostra di Bill Viola (insopportabile chi buzzurreggia e si ostina a chiamarlo Vaiola credendo di fare più figo). 
Ecco, a parer mio, il titolo della mostra è l'unica cosa se non brutta, almeno bruttarella che si trova in questa occasione. Lo so che è stata parafrasata la definizione di "Pittore elettronico" che coniò Maria Gloria Bicocchi quando Viola lavorò come tecnico per quasi due anni per lei in ART/TAPES/22, la galleria e centro di produzione in cui si sperimentavano i primi video d'artista in una Firenze degli anni '70 attenta alle novità e assai vivace culturalmente. E siccome gran parte delle opere selezionate si pongono in relazione con opere di grandi maestri del passato (Pontormo, Masolino da Panicale, Paolo Uccello e Lukas Cranach fra gli altri) dev'essere venuto naturale quel titolo.
Ma titolo a parte, tutto il resto è di altissimo livello e per ora voglio fermarmi proprio all'installazione video di due schermi affiancati per il dorso, che apre il percorso espositivo. Un uomo, lo stesso in tutti e due i video, si avvicina lentamente, da una parte viene lentamente avvolto da delle fiamme crescenti, dall'altra investito dalla caduta di acqua sempre più copiosa. In tutti e due i casi l'uomo alla fine sparisce lasciando la scena vuota ma con i segni evidenti del fuoco appena spento e dell'acqua sul pavimento. E' The Crossing, la Traversata. Dolore, sacrificio, purificazione attraverso il fuoco e l'acqua, elementi primordiali. Da notare che l'uomo inondato dall'acqua che ovviamente cade dall'alto sembra salire verso il cielo. (Continua)

01/10/16

AI WEIWEI CAMBIERA' FIRENZE?

Dopo Ai Weiwei Firenze non sarà più la stessa. Me ne sono convinto a vedere le reazioni che l'intervento dell'artista cinese ha provocato e continuerà a provocare fra i miei concittadini. Insomma quei gommoni si sono piantati nella gola dei fiorentini e hanno messo in pericolo la tranquilla respirazione da pennica post prandiale che da tempo immemorabile caratterizza il ritmo di questa città.

La precedente mostra di Palazzo Strozzi, quella sulla collezione di Peggy e Solomon Guggenheim, ha testimoniato come la Firenze del dopoguerra rigettò con sdegno e ribrezzo l'arte moderna proposta alla Strozzina dall'intraprendente ereditieria newyorkese spingendola ad andarsene e a trovare a Venezia quella casa italiana che andava cercando per le sue opere. Piero Bargellini scrisse allora che Peggy "invece di fare incetta di canini di varie razze o d'idoletti cinesi (...) ha messo insieme, con raffinato e perverso gusto, pezzi rari d'artisti cubisti, astrattisti, prunisti, simultaneisti, neoplasticisti, costruttivisti, suprematisti, dadaisti, surrealisti, neoclassicisti, primitivisti, e chi più n'ha, più ne metta".
E ancora: "In questi giorni, attorno a quel palazzo c'è chi urla scandalizzato e c'è chi gongola compiaciuto. Gli scandalizzati danno di provinciali ai gongolanti e i gongolanti danno di provinciali agli scandalizzati": porca miseria, sembra oggi!

Non sarà più la stessa, dicevo. Ma come sarà? La bava alla bocca con la quale hanno in molti gridato allo stupro del Rinascimento non farebbe aspettarsi niente di buono, ma per fortuna in molti hanno invece salutato i gommoni come una liberazione, un tangibile segno di un passaggio finalmente "libero" (come la mostra) verso acque (è proprio il caso di dirlo) più consone alle grandi capitali della cultura.

"Allievo" di Marcel Duchamp, Andy Warhol e Jasper Johns che apprezza e studia dal suo trasferimento negli USA nel 1981, a 24 anni, Ai Weiwei ha appreso da loro il gusto della provocazione che resterà la cifra stilistica e concettuale del suo lavoro.
Ai Qing, il padre, poeta, viene definito nel 1958 "triplo criminale" dal Partito Comunista Cinese e condannato ai lavori forzati. Spedito ai limiti nord-est del Paese a pulire le latrine può fare ritorno a Pechino solo nel 1976. Da lui Weiwei impara la determinazione, la costanza, la coerenza.

Il risultato di questo mix, ovvero l'arte di Ai Weiwei, è perfettamente rappresentata in quella che è la prima grande mostra monografica dell'artista cinese in Italia e che si apre con "Stacked", ossia 950 biciclette argentee montate in modo da formare un muro nel quale si apre un "portale" che fa da accesso al resto della mostra. "Forever" è la marca delle biciclette praticamente le uniche in circolazione durante gli anni della metà del secolo scorso, quelle bici che il piccolo Weiwei non aveva potuto avere. Un muro di argento, ingranaggi, catene e odore di gomma e grasso, un vero "environnement" che mette in gioco tutti i sensi. E un'importante citazione del "Ready made" con la "Ruota di bicicletta" di Douchamp del 1913 il cui altro elemento, il panchetto di legno, è citato poche sale più avanti in "Grapes", il fantastico grappolo che unisce ben 34 sgabelli.

Ai Weiwei è un narratore e come tutti i grandi narratori fa riflettere, sorridere e magari piangere: "Snake Bag" è fatto da 360 zainetti scolastici cuciti a formare un grande serpente che si distende sulla parete, "Rebar and Case" sono la copia in candido marmo dei tondini in ferro rinvenuti contorti nelle macerie nel Sichuan colpito, nel maggio 2008, da un forte terremoto, e le casse a forma di bara che li contengono. I materiali molto scadenti con i quali erano state costruite le scuole causano la morte di migliaia di studenti fra le circa 70.000 vittime del sisma. Ai Weiwei va sul posto e inizia un'inchiesta che rivela le responsabilità del governo cinese che cercherà di insabbiare tutto e cucire la bocca all'artista. Ma Ai Weiwei, si è detto, ha ben imparato la determinazione , la costanza e la coerenza e non si fa intimorire dal potere che prenderà a pretesto una presunta frode fiscale per cacciarlo in galera dove viene abbondantemente picchiato. In una delle pareti della stessa sala scorre un video che documenta la disperazione delle mamme dei bambini estratti morti dalle macerie e gli inutili tentativi di rianimazione, volevo commentare con chi mi stava accompagnando, non mi è stato possibile, la voce mi si è rotta.

"L'arte è politica" afferma Ai e lo dimostra col suo impegno: ogni sua opera trova origine nei soprusi anche personalmente subiti o nelle disperate condizioni degli abitanti della parte più povera e sfruttata del globo. Ed è il tema dei migranti uno degli argomenti sul quale lavora più intensamente negli ultimi anni come bene dimostra "Reframe", l'installazione dei gommoni che incorniciano le finestre del piano nobile del Palazzo. (http://giannicaverni.blogspot.it/2016/08/pesticciare-ai-weiwei-e-farla-franca.html).

E poi "Study of Perspective" ossia le 40 foto del dito medio di Ai sfoderato in un vaffanculo irriverente e senza appello contro i luoghi del potere (Piazza Tien An Men, la Casa Bianca, il palazzo del Parlamento finlandese e tedesco, ecc) ma anche contro simboli della cultura come la Gioconda, la Tour Eiffel e lo stesso Palazzo Strozzi perché non c'è niente di "sacro", che non vada ripensato.
La mostra è allestita in modo da far vedere ed apprezzare l'eleganza degli spazi del primo piano in un bel contrasto intenzionale con la "forzatura" dell'intervento così impattivo sulle due facciate del Palazzo. Nelle intenzioni dell'artista è ben chiaro lo scopo del suo lavoro: ti scandalizzo o comunque catturo con forza la tua attenzione perché ti incuriosisca e magari, anche solo per dare spago alla tua voglia di smascherare il "furbo" che tu credi o almeno sospetti si nasconda dietro la maschera dell'artista, ti viene voglia di approfondire, di andare a vedere. Mi pare che ci riesca in pieno.

La mostra è facile, saranno contenti gli scettici e i sospettosi: le didascalie piuttosto brevi ed agili facilitano la comprensione delle intenzioni dell'artista senza i tanti misteri e le ostilità che spesso caratterizzano l'arte contemporanea. Poi da questo ad amare le opere esposte ce ne corre, ma capire è un passo importante per sentirsi LIBERI.

Sono andato a vedere "Libero" il giorno dopo l'inaugurazione che non è mai il momento adatto per vedere una mostra. Voglio dirvi la cosa che mi ha colpito di più osservando i visitatori: davvero molti di loro erano orientali, insomma forse cinesi, certo orientali. E giovani. Mi sembra un bel segnale.

Una cosa mi ha lasciato perplesso: la visione di "Vases with Auto Paint", ossia gli effetti, va detto bellissimi, dell'immersione di antichissimi vasi neolitici in bidoni di vernice da carrozzeria distruggendone il loro valore artistico e storico intrinseco. Insomma, non so bene che pensare, ma in fondo a che serve una provocazione se non provoca magari perplessità?

Fino al 22 gennaio.

12/08/16

PESTICCIARE AI WEIWEI E FARLA FRANCA

No dico, non so di dove fosse, so che parlava tedesco. E so che noi italiani sempre disponibili a vederci come i peggiori del mondo non l'avremmo mai fatto (sono troppo ottimista?).
Situazione: mostra di Ai Weiwei ("Traslocation - Transforfation") in calendario fino al 20 novembre al "21er Haus" (coinvolto anche il vicino "Belvedere"), a Vienna (http://www.21erhaus.at/). Sul pavimento della sala centrale, accanto alla ricostruzione dell'antico tempio risalente alla tarda Dinastia Ming che rappresenta il grande cuore della mostra, due installazioni una delle quali è "Teahouse", questa:

Un grande tappeto di foglie di tea disposte a terra e all'interno due casette di foglie di tea pressate. Bene il tipo vuole vedere da vicino le casette e non esita a montare coi suoi piedacci sul "tappeto" marrone meravigliosamente odoroso. 

Scatta immediatamente l'allarme, accorrono trafelati almeno un paio di addetti alla guardiania mentre un microfono saggiamente disposto sotto le foglie amplifica il rumore sinistro dei passi del tipo che stupit/do si guarda intorno non capendo il perché di tanta agitazione. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe non viene abbattuto sul posto, mi pare che non si scusi neanche tanto ma viene comunque perdonato.

Il titolo della mostra, "Traslocation - Transforfation", segnala come le persone, ma anche gli oggetti, vengano trasformati dalle espulsioni, le migrazioni, i voluti (e obbligati) cambiamenti di collocazione: il tema del necessario processo di riorientamento che segue le quotidiane tragedie delle migrazioni sappiamo essere il tema costante della vita e del lavoro di AI Weiwei. 
Se nella prossima mostra fiorentina a Palazzo Strozzi del 23 settembre, la prima antologica italiana dedicata al grande artista cinese, il segno distintivo sappiamo già sarà la teoria dei gommoni arancioni che faranno da cornici alle finestre del piano nobile, qui sono i 1005 giubbotti di salvataggio che galleggiano come fiori di loto ("F Lotus" è il titolo dell'installazione) nel laghetto barocco antistante la facciata posteriore del Belvedere di sopra, formando una grande F scritta in carattere gotico.
Ma si diceva che il cuore della mostra, curata da Agnes Husslein-Arco direttrice del Belvedere e del 21er Haus,  è senza dubbio l'installazione "Wang Family Ancestral Hall" che consiste nell'antico tempio risalente alla tarda Dinastia Ming accuratamente ricostruito. 
Alto 14 metri il tempio è formato da più di 1300 pezzi ed è presentato qui per la prima volta fuori dai confini cinesi. Diventò di proprietà della famiglia Wong i cui membri erano importanti mercanti di tea della provincia meridionale dello Jiangxi. Durante la Rivoluzione Culturale la famiglia fu espulsa dal paese e il tempio lasciato al degrado.
Ai Weiwei comprò la costruzione da un investitore e successivamente la inserì nel suo contesto artistico rimuovendone dunque l'originaria funzione e "traslocandola" nella sfera di un altro pensiero.
Un fattore decisivo nella scelta di esporre questo lavoro è stata la storia similare che lo accomuna con l'edificio del 21er Haus che nasce come padiglione espositivo dell'Austria alla Esposizione Mondiale di Bruxelles del 1958.
Progettato da Schwanzer, che ricevette il Grand Prix d'Architecture per il suo progetto avveniristico e tecnicamente all'avanguardia, il padiglione avrebbe dovuto essere poi distrutto dopo la fine della manifestazione in Belgio. Fu invece smontato in ogni sua parte, rimontato a Vienna e destinato a diventare il museo di arte contemporanea che oggi conosciamo.
Sempre sul tema del tea, oltre all'installazione proditoriamente calpestata, è disposta sul pavimento anche "Spouds" (beccucci), ossia un'installazione composta da un grande "tappeto" di beccucci, appunto, di antiche teiere cinesi di porcellana.

Intorno al laghetto barocco del Belvedere superiore c'è "Circle of Animals / Zodiac Heads", un insieme di 12 teste in bronzo dallo zodiaco cinese. Ogni testa di animale, del peso di circa 500 kg, è sorretta da un palo alto tre metri. Con questo lavoro, Ai Weiwei si riferisce alle teste di animali in bronzo dell’orologio ad acqua che sorgeva al Palazzo imperiale d’Estate di Yuanming Yuan a Pechino. L’orologio ad acqua faceva parte della fontana, che consisteva di 12 figure con teste umane e animali – e che ogni due ore produceva un getto d’acqua. Le truppe francesi e britanniche hanno distrutto l’intero palazzo nel 1860, alla fine della Seconda guerra dell’oppio.
Numerosi tesori, tra i quali le teste di bronzo, sono stati rubati e sparsi in tutto il mondo. Una volta scoperti, la restituzione degli originali dal valore inestimabile è diventata una questione politica. A tutt'oggi, cinque sculture risultano ancora disperse. Ai Weiwei, invece di limitarsi a fare una copia degli originali, ha scelto di rielaborarli, dandone un’interpretazione  monumentale: volutamente ha posto le teste in cima a dei pali, come trofei “decapitati” dai loro predatori europei.
Infine sulla scala del Belvedere Superiore, Ai Weiwei ha appeso le delicate sculture realizzate a mano nello stile degli aquiloni tradizionali cinesi. Sottili barre di bambù formano il telaio e sono ricoperte di seta. La figura è una rappresentazione delle tante creature mitiche dello "Shanhaijing", la più antica raccolta registrata di mitologia cinese.

20/07/16

IN ATTESA DEL 23 SETTEMBRE: AI WEIWEI


Svelato il rendering dell’installazione sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze che ospiterà dal 23 settembre 2016 al 22 gennaio 2017 la prima grande mostra italiana di Ai Weiwei.

Reframe è un’installazione di 22 gommoni nata dall’impegno dell’artista cinese come attivista sul fronte della crisi umanitaria dei rifugiati.

L’artista invaderà Palazzo Strozzi con opere storiche e nuove produzioni che coinvolgeranno tutto lo spazio: la facciata del palazzo, il cortile, il Piano Nobile e la Strozzina, che per la prima volta sarà utilizzato come un luogo espositivo unitario, permettendo all’artista di confrontarsi con un contesto ricco di sollecitazioni storiche e spunti architettonici.
In attesa della mostra di settembre è stato svelato il rendering di una nuova grande installazione dell’artista, realizzata grazie al contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che coinvolgerà due facciate dell’edificio rinascimentale: ventidue grandi gommoni di salvataggio arancioni saranno ancorati alle finestre di Palazzo Strozzi. Un progetto che porta l’attenzione sui destini dei profughi che ogni giorno rischiano la vita per arrivare in Europa attraversando il Mediterraneo. 

L’installazione intitolata Reframe (Nuova cornice) nasce dal personale coinvolgimento e impegno dell’artista come attivista sul fronte della crisi umanitaria dei rifugiati e rappresenta una grande occasione per la città di Firenze per portare l’attenzione sul tema dell’immigrazione attraverso la cultura. L’opera dà vita a un’insolita decorazione del palazzo rinascimentale, creando una nuova cornice, un nuovo punto di vista, in un forte contrasto visivo e culturale, su uno dei simboli della storia dell'arte occidentale. Ai Weiwei vuole scuotere le coscienze per ricordare la tragedia vissuta da coloro che intraprendono un viaggio disumano verso le coste europee in fuga dalle distruzioni e dalle guerre.
L’installazione si inserisce all’interno della mostra Ai Weiwei. Libero (23 settembre 2016-22 gennaio 2017), promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi e Regione Toscana, ed è resa possibile grazie al supporto di Banca CR Firenze/Intesa Sanpaolo e alla collaborazione con Galleria Continua San Gimignano / Beijing / Le Moulins / Habana.

Come ha dichiarato sul progetto lo stesso Ai Weiwei “Sono davvero emozionato di avere l’occasione di tenere una mia mostra a Firenze, una straordinaria città con una grande tradizione. È incredibile che le mie opere possano essere esposte in tanti modi diversi e poter collegare la grande tradizione italiana a una forma contemporanea. L’opera per la facciata tocca un problema attuale, davvero legato alla contemporaneità e il problema dei rifugiati è un tema fondamentale dell’attualità del mondo e dell’Europa oggi. Penso sia una grande opportunità dare una nuova cornice, un nuovo punto di vista su questo tema, fornire un nuovo modo di comprendere quello che sta succedendo. L’opera diviene un grande annuncio per la mostra: dare una forte identità a quello che crediamo, sostenere l’uomo e sostenere i diritti umani”.



11/04/14

SIENI DIALOGA CON PONTORMO E ROSSO di Gianni Caverni

Con uno dei suoi soliti panciotti sgargianti e con quel delizioso accento che fa somigliare la sua voce a quella di Alan Friedman (che a sua volta somiglia a quella di Ollio) James Bredburn dichiara che da quando è arrivato a Firenze per dirigere l'attività espositiva di Palazzo Strozzi, ormai ben sette anni orsono, finalmente può coronare un sogno: lavorare con Virgilio Sieni, coreografo e danzatore che dal 2003 dirige a Firenze CANGO Cantieri Goldonetta e che dal 2013 dirige il settore danza della Biennale di Venezia.
 
Il primo frutto di questo incontro è Corpus_Deposizioni e Visitazioni, ossia 9 quadri coreografici di deposizioni e visitazioni "che prendono ispirazione - racconta Sieni - dai capolavori di Pontormo e Rosso Fiorentino, protagonisti della fantastica mostra che sta avendo un ottimo successo e che si articola al piano nobile di Palazzo Strozzi.
"Sono azioni coreografiche che impegnano 50 interpreti, ballerini ma anche anziani, artigiani, giovanissimi, intorno ai gesti del depositare con cura, amore ed attenzione un corpo e dell'abbraccio della visita".
Domani sabato 12 aprile, alle 21,15 ed alle 22,15, sette delle sale occupate dalla mostra si animeranno dei gesti, frutto di mesi di lavoro, studiati per dialogare con le opere bellissime dei due manieristi appese alle pareti.
"Il pubblico - continua Sieni - sarà libero di spostarsi fra le sale e le performance coreografiche costruendosi così la propria drammaturgia e mettendo insieme un po' casualmente e molto in base alle sue scelte il suo proprio spettacolo. Ogni coreografia avrà la durata di 30 minuti". In due sale andrà in scena un dittico, ossia due coreografie, della durata di 15 minuti, una immediatamente successiva all'altra.
Il 9 maggio, alle 19,30 ed alle 21, andrà in scena nel cortile del Cronaca Agorà_Madri e figli, un'azione collettiva interpretata da 9 coppie, anzi nuclei familiari veri, composti come dal titolo. Madri e figli trova ragione d'essere nell'ispirazione e nel dialogo con le opere dei due grandi maestri manieristi e con quelle contemporanee raccolte nella mostra Questioni di famiglia allestita nel Centro di Cultura Contemporanea la Strozzina.
Mi è piaciuto fotografare alcune pagine di Laboratorio d'arte sul corpo - Deposizioni e Visitazioni / Agorà madri e figli il volume edito da Maschietto Editore che rende conto del lavoro preparatorio realizzato da Virgilio Sieni per questa occasione.

18/03/14

PONTORMO E ROSSO A PALAZZO STROZZI di Gianni Caverni

"Protagonista è l'uomo, poco la natura, come in Michelangelo, come nel Tondo Doni che è rimasto agli Uffizi nonostante sia il padre di tutti e due" spiega Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino, alla presentazione di Pontormo e Rosso Fiorentino - Divergenti vie della "maniera".
Si tratta della mostra che raccoglie fino al 20 luglio in Palazzo Strozzi più di ottanta opere, molte provenienti anche da prestigiosi musei stranieri come la National Gallery di Londra e di Washington. il Louvre, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, e che è facile prevedere sarà una delle mostre più visitate del prossimo panorama espositivo nazionale.
Curata da Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi, e da Carlo Falciani, docente di Storia dell'arte, la mostra che si articola in 10 sezioni, accompagna i visitatori attraverso le nuove ricerche filologiche, storiche e iconologiche che si sono sviluppate dal 1956, da quando cioè proprio Palazzo Strozzi ospitò la Mostra del Pontormo e del primo manierismo fiorentino.
La tesi dei curatori, come chiarisce il sottotitolo della mostra, è quella di sfatare l'idea di Pontormo e Rosso voci gemelle di quel periodo della Firenze artistica che il Vasari definiva "Maniera moderna": percorsi diversi e divergenti dunque che, in estrema sintesi, vedevano da una parte il primo più propenso a guardare al mondo ed in particolare all'Europa facendo lezione di artisti come il Durer e dall'altra il secondo invece rivolgere la sua attenzione alla tradizione ed alla storia artistica propriamente italiana.
A parte la somiglianza dell'ancella alla volumetria di alcune figure del Picasso neoclassico, la Morte di Cleopatra del Rosso denuncia questa impostazione attraverso l'evidente richiamo dell'Arianna addormentata, la scultura antica che nel '500 era considerata una rappresentazione di Cleopatra stessa.
Lo sviluppo della mostra, il cui allestimento è stato progettato dall'ottimo Luigi Cupellini, inizia dagli esordi nel Chiostrino dei Voti della chiesa della Santissima Annunziata nel quale si trovano i due affreschi del Pontormo e del Rosso e quelli di Andrea del Sarto, di poco più anziano eppure riconosciuto come maestro.
Si sviluppa poi, in una lettura cronologica parallela, che passa dalla Madonna delle arpie di Andrea del Sarto dalla quale partono la Pala dello spedalingo del Rosso e la Pala Pucci del Pontormo, vie appunto divergenti che porteranno quest'ultimo a diventare l'artista preferito dai Medici e il Rosso il pittore amato dai nobili fiorentini loro oppositori culturalmente e politicamente.
Durante la parentesi repubblicana i due producono opere straordinarie e dimostrative di quanto ormai li separi: la Deposizione del Rosso per Sansepolcro e la Visitazione del Pontormo per Carmignano (finalmente magnifica dopo l'accurato restauro e sotto luci perfette al contrario di quanto era nella Chiesa di san Michele, dove naturalmente tornerà a mostra finita).
"Era una mostra bella o di begli oggetti?" domandava Carlo Del Bravo ai suoi studenti di ritorno da un'esposizione: lo testimonia Natali che si augura, a ragione, che in questo caso si tratti di una mostra bella, anzi bellissima, aggiungo. "Certo che la Firenze di allora chiamò il 23enne Andrea del Sarto ad affrescare il Chiostrino dei Voti e pochi anni dopo lui chiamò a continuare il lavoro un Pontormo 22enne e un Rosso 23enne: da tempo immemorabile ormai la Firenze di oggi non da il via alla costruzione della loggia con cui Isozaki ha vinto un regolare concorso nel 1998".
Da non perdere il video che Bill Viola ha dedicato alla Visitazione di Carmignano e la documentazione fotografica dei Tableau vivant della Deposizione di Pontormo e di quella del Rosso realizzate per il film La ricotta da Pier Paolo Pasolini.
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