Cercare il bell'effetto senza farsi prendere la mano, sembra facile! Perché da un fotografo coi controcazzi, capace, come Aurelio Amendola, di fotografare come dio comanda le opere d'arte ed in particolare le sculture, è giusto aspettarsi anche lezioni di senso della misura. Resta aperta fino al 15 marzo la bella mostra "Il potere dello sguardo", seconda tappa del progetto Un anno ad Arte, che, nel Museo delle Cappelle Medicee a Firenze, propone 23 grandi fotografie, in uno smagliante bianco e nero, che hanno come soggetto alcune sculture di Michelangelo: da quelle vicinissime della Sacrestia Nuova di San Lorenzo a quelle comunque vicine del David e dei Prigioni della Galleria dell'Accademia.
Si parlava di senso della misura: ne è un grande esempio lo scatto che il fotografo pistoiese ha dedicato a L'Aurora della Tomba del duca Lorenzo de' Medici vista dalla parte dei piedi. Emergono dal nero compatto e profondo i bagliori candidi del marmo sapientemente illuminato: in una veduta così di scorcio sarebbe stato troppo facile farsi tentare dal gioco da un fuori fuoco pronunciato che esaltasse la profondità, saremmo probabilmente caduti tutti nella trappola dell'effettone. Non così Amendola che pur mettendo a fuoco il primo piano, il piede, mantiene contenuta la profondità di campo in modo di non soprammettere il suo essere artista al lavoro dell'artista Michelangelo.
Il "non finito" voluto dal genio di Caprese viene particolarmente messo in evidenza dagli scatti di Amendola che sfruttano a questo scopo gli effetti luministici della luce radente: salta così agli occhi la somiglianza fra le superfici ancora grezze segnate da incisioni parallele del marmo e il meraviglioso tratteggio, che scandisce i piani di chiaroscuro dei disegni.
Il "non finito" del volto de Il Giorno e de Il Crepuscolo della Tomba del duca Giuliano de' Medici messo particolarmente in contrasto, negli scatti di Amendola, con le superfici ben definite e levigate rispettivamente delle spalle e del torace esalta l'effetto "abbagliante" del sole e mi torna a mente l'effetto di bagliore ricercato, e perfettamente trovato, da Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1904 in Il sole la grande tela conservata nella Galleria d'arte moderna di Roma.
Certamente se il David è riconosciuto come il simbolo erotico maschile in tutto il mondo non è per le dimensioni del pene che non torreggiano nel lato A dell'eroe biblico che abbattè Golia; funziona molto di più in quel senso la muscolosa rotondità dal suo lato B che Amendola valorizza al massimo.
09/01/14
06/01/14
STILL LIFE di Silvia Nardi Dei
Il film che ho visto ieri sera si chiama "Still life", che in
italiano significa "natura morta". Più che a una natura morta,
secondo me, il regista, scegliendolo come titolo per questa strana storia, ha
pensato a una traduzione letterale, ovvero "ancora in vita".
Il regista si chiama Uberto Pasolini, sono andata stanotte a rovistare
nel web dove ho scoperto che lui vive a Londra e che non ha alcuna parentela
col Pasolini più famoso. Il protagonista del suo film, invece, si chiama John
May, è un omino.. sì esatto, proprio un
omino che vive in una periferia londinese e che fa un mestiere molto
strano: fa l'impiegato di quel distretto comunale, dove si occupa esclusivamente di rintracciare le
famiglie delle persone che sono morte in solitudine e al tempo stesso di
organizzarne le esequie.
E non è un lavoro semplice! Ho scoperto che in
Inghilterra questo mestiere esiste davvero, e nel film, il signor May arriva
come un poliziotto nelle case dei defunti per scoprire il loro passato, per
trovare indizi che lo aiutino a rintracciare le loro famiglie.
E' molto
scrupoloso e preciso, il signor May: per ogni defunto apre una specie di
cartella "clinica" dove minuziosamente raccoglie tutte le informazioni
che trova, e non solo: le foto, le lettere, qualche oggetto personale come una
collana rossa, la foto di un gattino col cappello da babbo Natale o alcuni
vecchi dischi in vinile, e quanto di più personale possa aiutarlo, se non a
rintracciare i familiari persi chissà dove, almeno a scrivere un dignitoso
discorso funebre che effettivamente parli di loro, della loro vita, della loro
personalità, della loro unicità.
Bisogna dire che la giornata del signor May si svolge in modo
ripetitivo e solitario: è solo nel suo piccolo ufficio dove cataloga le sue
schede, i suoi "casi"; è solo, quando va a ispezionare le case dei
defunti e si sofferma sui dettagli di quelle vite che da poche ore si sono
fermate ma di cui lui ancora scorge traccia: le ditate dentro il barattolo di
crema per il viso, o la forma della testa ancora impressa sul cuscino del letto
(i defunti sono già all'obitorio che aspettano di essere cremati, se le
ricerche del signor May falliranno, o un funerale e la sepoltura, nel caso
contrario) ed è sempre da solo quando torna a casa sua.
Lui stesso pare non
aver nessuna famiglia, e ad aspettarlo c'è la solita scatoletta di tonno e la
solita fetta di pane da abbrustolire.
Insomma, lui non ha nessuno, dunque sembra non pensare a ciò che gli
altri pensano di lui. Nessuno lo guarda, né presta attenzione a lui. Ma
ovviamente, nel tentativo di risolvere l'ultimo "caso" della sua
carriera, il signor May s'imbatterà in una serie di personaggi legati a
quest'ultima vita da risolvere che lo toccheranno nel profondo, e guarda caso
qui si ha a che fare con un circo di persone un po' strambe, oltre che sole, ex
combattenti di guerra, alcolisti, donne lasciate sole e figli non riconosciuti,
e come spesso succede ma si tende a non accorgersene, lì scorre la vita vera,
l'imperfezione, la fuga dalle responsabilità troppo grosse da onorare ma anche
tanta verità, tanta umanità, tanta bellezza.
Non scrivo altro, altrimenti se qualcuno mi legge poi mi accusa di aver
raccontato tutto e al cinema a vederlo non mi ci va! Ma certamente posso dire
che il film parla del riconoscimento di una vita passata, del valore di tutte
le vite, e secondo me dell'importanza di aprire la propria vita agli altri, e
il signor May vive il suo lavoro in questo modo, dando valore e riconoscimento a
vite che senza di lui sarebbero completamente dimenticate.
Mi piace citare
questo attore stupendo, che non conoscevo, e che si chiama Eddie Marsan: in
questo film ha saputo creare una presenza enorme col minimo (almeno ci fa
credere così) sforzo. La sua recitazione è di quelli che ci fanno vedere tutto
senza che apparentemente niente venga mostrato.
In questo non facile esercizio
è aiutato da un grande doppiatore, Franco Mannella, che ha saputo con la sola
voce, accompagnare il signor May in questo incredibile mestiere e viaggio
intorno ai sentimenti degli altri, alle loro vite, alla loro intimità, partendo
dalla fine.
05/01/14
RENZI STUDIA DA GRANDUCA di Stilicone
Ad ascoltare i proclama di questi giorni
pronunciati da Renzi-Radagaiso (*), così come a leggere del pagine del suo
house-organ – il Corriere Fiorentino – pare che in città ci sia solo un
problema: l’apertura degli Uffizi nei tre giorni in cui, per legge, la galleria
dovrebbe star chiusa.
C’è una legge che lo dice chiaramente, ma lui,
Renzi-Radagaiso, non intende. Lui gli Uffizi li vuole aperti, perché così
incassano di più e lui può sognare di riempire maggiormente i suoi forzieri.
Perché ormai è evidente che la sua volontà di scardinare il sistema delle
soprintendenze ha come retroscena la partita in cui si giocano gli oltre 23
milioni di introiti che il Polo Museale Fiorentino garantisce.
L’interessamento renziano è evidenziato anche
da alcune mosse:
-
la letterina scritta al ministro
della Cultura Bray, affinché l’accordo del gennaio 20111 tra Bondi e lo stesso
Renzi, sia cambiato nella parte che riguarda i 4 milioni che ogni anno il Polo
Museale versa alla Soprintendenza consorella dei Beni architettonici, per il
proseguimento dei lavori per i Nuovi Uffizi; secondo le nuove volontà di
Renzi-Radagaiso ogni anno x i Nuovi Uffizi ci sarebbe solo un milione di euro,
mentre gli altri tre sarebbero intercettati da Palazzo Vecchio per aprire e
mantenere il nuovo Museo del Novecento di piazza Santa Maria Novella e per il
mantenimento del Forte Belvedere; insomma lo Stato si farebbe carico di alcune
strutture culturali civiche, mentre Renzi-Radagaiso continua a sperperare
denaro per il Maggio Musicale, sempre più nella fossa.
-
La minaccia di rimpasto
governativo che potrebbe riguardare proprio Bray; se ciò avvenisse
Renzi-Radagaiso si toglierebbe un doppio problema perché rimuoverebbe una
pedina di D’Alema nel Governo e soprattutto abbatterebbe la sponda di Tomaso
Montanari, che in Bray ha trovato un megafono utile a lanciare i suoi slogan
dai contenuti vacui; ora, se Bray acconsentisse al cambiamento di destinazione
dei famosi 4 milioni, forse tirerebbe avanti ancora per un po’, ma il suo destino
pare segnato.
Preoccupa anche l’assordante silenzio della
stampa fiorentina queste manovre che avvengono alla luce del sole e con la
chiara collusione di tutti. Non uno, infatti ha alzato la mano e ha rivolto
domande precise a Renzi-Radagaiso per capire che intenzioni ha.
Nel bailamme provocato, si fa per dire, dalla
non apertura (legalissima) degli Uffizi il 23 e il 30 dicembre scorsi, sono
intervenuti in tanti, molti a sproposito, Tra questi il presidente della
Commissione Cultura del Senato, Andrea Marcucci, che da bravo replicante del
Renzi-Radagaiso-pensiero ha detto che “cambiare si può”. Ma siede lui in
Parlamento. Se è così sicuro, batta un colpo, cambi la legge, trovi del
personale aggiuntivo per la Galleria, oppure promuova una maggiore partecipazione
dei privati, e nel frattempo se la veda coi sindacati, che quando la
soprintendente Acidini ha tentato di mettere un po’ più di ordine negli
ingressi al Vasariano, è stata crocifissa.
Di certo, come sottolineato dal Direttore
della Galleria, Natali, all’estero i grandi musei son chiusi molto più degli
Uffizi e nessuno si lamenta. Forse perché oltre i confini nazionali non c’è
Renzi-Radagaiso?
* Condottiero ostrogoto, capo di una vasta coalizione di tribù germaniche che invase l'Italia tra la fine del 405 e gli inizi del 406 e che devastò L'Emilia e la Toscana e assediò Fiesole. Intervenne allora il generale Stilicone, che, al comando dell'esercito romano, rafforzato da schiavi liberati e da truppe ausiliarie guidate dall'unno Uldino e dal visigoto Saro, inflisse una sconfitta decisiva al nemico nei pressi di Fiesole (23 agosto 406), precisamente a Montereggi vicino alle Caldine. Radagaiso abbandonò l'esercito e tentò la fuga portandosi dietro l'abbondante bottino; fu catturato e messo a morte presso Firenze (ndr).
26/12/13
DIETROOOOFRONT! di Gianni Caverni
DietrooooFront! Certamente l'idea bellissima di Giovanna Giusti non ha bisogno della bruta secchezza dell'ordine impartito a squarciagola da un tenente qualsiasi. E praticamente senza il minimo dubbio nella tredicesima edizione di I mai visti, l'esposizione voluta da Gli amici degli Uffizi che ogni anno per le feste natalizie propongono opere d'arte meno conosciute provenienti dalla riserva della Galleria, almeno metà delle opere in mostra sono davvero mai viste.
Il lato nascosto delle collezioni è il sottotitolo della mostra che, nella sala delle Reali Poste fino al 2 febbraio, offre l'inconsueta vista anche dell'altra parte di un quadro: se insomma i tagli di Fontana suggerivano l'imperativo moderno di andare oltre la superficie delle cose Giovanna Giusti e Antonio Natali ci propongono di ribaltare proprio il punto di vista svelando al grande pubblico il mistero dei pentimenti dell'artista, le sue incertezze, gli oscuri segni di secoli di inventari, le dediche, le poesie e le prose che hanno accompagnato segretamente la vita di queste opere.
E si apre un universo sconosciuto e affatto umano costellato di immagini e segni che testimoniano sia le debolezze degli artisti come la perentorietà di classificazioni destinate ad essere comunque temporanee, come i pensieri e i sentimenti degli autori.
E' vero che nessuno dei visitatori può vedere cosa celi il retro di una tela o di una tavola, giacché la faccia che a lui si mostra è quella nobile. La parte posteriore resta un mistero. In questo senso l’esposizione odierna sarà anche un bel divertimento intellettuale scrive Antonio Natali nell'agile catalogo, edito da Sillabe, che accompagna la mostra.
E Giovanna Giusti definisce la mostra un'occasione per entrare nel mondo degli addetti ai lavori, per vedere le opere come a noi storici dell'arte che lavoriamo nei musei è dato fare, associando all'aspetto iconologico, privilegiato alla vista e fondamentale nella comprensione dei contenuti che abbracciano i dati storico-sociali, anche la decifrazione dei segni che ogni opera, a tutto tondo, si porta addosso.
Il lato nascosto delle collezioni è il sottotitolo della mostra che, nella sala delle Reali Poste fino al 2 febbraio, offre l'inconsueta vista anche dell'altra parte di un quadro: se insomma i tagli di Fontana suggerivano l'imperativo moderno di andare oltre la superficie delle cose Giovanna Giusti e Antonio Natali ci propongono di ribaltare proprio il punto di vista svelando al grande pubblico il mistero dei pentimenti dell'artista, le sue incertezze, gli oscuri segni di secoli di inventari, le dediche, le poesie e le prose che hanno accompagnato segretamente la vita di queste opere.
E si apre un universo sconosciuto e affatto umano costellato di immagini e segni che testimoniano sia le debolezze degli artisti come la perentorietà di classificazioni destinate ad essere comunque temporanee, come i pensieri e i sentimenti degli autori.
E' vero che nessuno dei visitatori può vedere cosa celi il retro di una tela o di una tavola, giacché la faccia che a lui si mostra è quella nobile. La parte posteriore resta un mistero. In questo senso l’esposizione odierna sarà anche un bel divertimento intellettuale scrive Antonio Natali nell'agile catalogo, edito da Sillabe, che accompagna la mostra.
E Giovanna Giusti definisce la mostra un'occasione per entrare nel mondo degli addetti ai lavori, per vedere le opere come a noi storici dell'arte che lavoriamo nei musei è dato fare, associando all'aspetto iconologico, privilegiato alla vista e fondamentale nella comprensione dei contenuti che abbracciano i dati storico-sociali, anche la decifrazione dei segni che ogni opera, a tutto tondo, si porta addosso.
19/12/13
GRANDE YASMINA - DUE PICCIONI con Aroldo Marinai
Eddai, ci siamo,
il 2013 finisce e si tirano le somme, si fa la classifica delle letture che più
ci sono piaciute durante l’anno. Un giochetto come un altro.
Ci sono sempre le
ri-letture (tante, inevitabili di questi tempi grigiastri) che per me sono
state: Gli anelli di Saturno (Sebald), In fuga (Michaels), La linea d’ombra
(Conrad), Donnarumma all’assalto (Ottieri), Salto mortale (Malerba), Il
meridionale di Vigevano (Mastronardi), Ghiaccio nove (Vonnegut), Homo faber
(Frisch), eccetera eccetera. Non sto a noiarvi oltre.
Le pagine
migliori le ho trovate in: Goethe muore (Bernhard), August (Wolf), Lungo la via
incantata (Blacker), I racconti di John Cheever, Siberiana (Castellina).
E poi ho incontrato,
udite udite, forse il miglior libro dell’anno, “Felici i felici” di Yasmina
Reza.
Perfetti i dialoghi,
bella la scrittura, lucida colta sapiente e divertente.
La Reza è
commediografa, scrittrice, sceneggiatrice. Si sente. Si gode.
Suo era il testo
della commedia (chiamiamola commedia) “Il dio del massacro” da cui Roman
Polanski ha tratto il film Carnage, successo di critica e pubblico, come usa
dire.
Se ho capito bene
ad un certo punto della sua premiata carriera le è stato affidato il compito di
ri-scrivere, a modo suo, vicende di vita di coppia ispirate alla serie
televisiva (bianco e nero) Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, chi se lo
ricorda.Per ora del film non se ne è fatto nulla, parrebbe. Ma il romanzo resta. Nei capitoli si intrecciano le vicende-confessioni di una moltitudine di personaggi (e quindi di coppie) i cui destini tampinando amori e rancori rimandano da una pagina all’altra in una lieta e drammatica giostra.
Feroce e godibilissimo.
Ma, si dirà,
questa rubrichetta non doveva spennare e sbuzzare due (2) piccioni alla volta
per fornire due (2) consigli o sconsigli di lettura? Perché questa volta uno
solo? Mettiamola così: questo libro vale
doppio, compratevene due copie e regalate la seconda copia a una persona che vi
piace.
Buone feste e
buone letture.
FELICI I FELICI, Yasmina Reza, Adelphi, 2013, 18 euro – Ho detto tutto.
18/12/13
NELL'ACQUA L'AUTORITRATTO DI BILL VIOLA AGLI UFFIZI di Gianni Caverni
Solo fino al 22 dicembre, attenti! Non è proprio il caso di lasciar passare questi pochi giorni senza darsi da fare per trovare assolutamente il tempo di andare a San Pier Scheraggio, agli Uffizi, a vedere Self Portrait, Submerged di Bill Viola. L'opera, realizzata quest'anno dal più famoso videoartista del mondo, è stata da lui donata alla Galleria per arricchire il Corridoio Vasariano, luogo da lungo tempo deputato ad accogliere una ricchissima collezione di autoritratti.
Viola, di origini italiane (il nonno era calabrese), ha stretto un rapporto saldo con Firenze fin da quando, a 23 anni, si trovò a lavorare nella nostra città, come tecnico, per Art/Tape/22 che fu fondato fra la fine del 1972 e l'inizio del 1973 da Maria Gloria e Giancarlo Bicocchi e che fu uno dei quattro centri italiani di produzione di Videoarte che, negli anni '70, hanno fatto la storia italiana di questo mezzo espressivo e di questo linguaggio.
Bill Viola (e non Vaiola come si ostinano a dire alcuni con snobistico birignao anglofono), nato a New York nel 1951, ha voluto dimostrare il suo amore per Firenze con il dono di quest'opera agli Uffizi "perché aver lavorato da giovane qui - come ha dichiarato al momento dell'inaugurazione - mi ha cambiato la vita ed è stato un passo decisivo nella mia definizione di videoartista".
L'autore appare, nello schermo disposto verticalmente nel cuore dell'abside dell'importante chiesa medievale in parte distrutta dal Vasari per fare spazio alla realizzazione della Galleria degli Uffizi nel 1560, immerso nell'acqua, vestito (con una camicia per l'appunto proprio viola): il minuto reale di apnea di Viola è stato da lui dilatato attraverso la sua consueta slow motion fino a raggiungere la durata di circa 11 minuti.
Il corpo dell'artista, il suo volto dagli occhi chiusi, le sue mani, appaiono su uno sfondo di sassi tondi di fiume: le distorsioni che muovono l'immagine non sono frutto di complessi effetti video, ma, al contrario, il risultato bellissimo e del tutto naturale, della mobilità dell'acqua attraverso la quale si vede la scena. Da anni Viola lavora utilizzando l'acqua che per lui ha il significato simbolico del cambiamento, della trasformazione, della rinascita e da sempre l'artista si è confrontato attivamente con l'arte italiana, particolarmente rinascimentale e manierista: indimenticabile, per fare un unico esempio, la sua reinterpretazione (The Greetings - 1995) della Visitazione di Pontormo conservata nella Cappella Capponi nella Propositura dei Santi Michele e Francesco a Carmignano e di recente restaurata.
17/12/13
IL RISO NON ABBONDA, ZALONE MIO! di Silvia Nardi Dei
Decido di accontentare una richiesta un po' "speciale" di Giulia: andare insieme al cinema a vedere un film che sceglie lei.
Questa volta però non era "Cattivissimo me" ma l'ultimo film di Checco Zalone. A parte il fatto che non sapevo che lei lo conoscesse: "Mamma, a scuola ne parlano tutti! E' uno che fa ridere, ha fatto un film che fa ridere, andiamo a ridere!".
In effetti, non fa una piega. Io al cinema non l'avevo mai visto, in televisione sì: ho riso tanto a sentire le sue "versioni" dei Negramaro, o di quella cantante siciliana.. ecco la Carmen Consoli, oppure Giovanni Allevi.
E invece non abbiamo riso. E questa cosa qui mi fa sentire un pochino strulla, per due motivi: il primo è che pare che questo film sia stato visto da una tale quantità di persone che allora brutto non dev'essere, il secondo, più grave, forse, è che non lascerò più che mia figlia scelga lei il film da andare a vedere, per lo meno per ancora qualche anno, perché voglio che il concetto di "bel film" non venga considerato questo, e quindi non rischi di diventare un ottimo motivo per non andarci, al cinema!
Una trama inutile, con dei personaggi, lui, in particolar modo, che vorrebbero, forse (ma si sbagliano di grosso) richiamare quelli di Totò, però calati ai giorni d'oggi. Eppure, gli ingredienti scelti avrebbero potuto funzionare, far ridere e anche riflettere: ci sono gli antipatici ricchi un po' radical chic che fanno yoga e mangiano vegano, c'è un protagonista sempliciotto che aspira solo ai beni materiali e che non sa parlare bene neanche l'italiano, c'è la crisi economica.
E invece tutto si perde e si confonde tra il solito maschilismo penoso, di cui però il protagonista si scusa subito, ridendoci su, con le solite canzoncine (la moglie operaia affranta che DEVE cucinare, stirare, far lavatrici, buttare la spazzatura e tollerare le sue spese pazze che lo porteranno al disastro e poi lei lo lascerà), la crisi economica per cui la fabbrica dove la moglie/serva/mamma lavora chiuderà, un figlioletto inspiegabilmente super intelligente, super simpatico, super consapevole dei difetti dei genitori che è saggio e comprensivo.
E lui, il protagonista, un cameriere stanco di fare il cameriere che decide di licenziarsi per trovare un altro lavoro che lo faccia guadagnare di più, in modo da permettersi tutti quei lussi di cui siamo vittime, più o meno inconsapevoli, ad ogni spot pubblicitario (televisori enormi, cellulari di ultima generazione, elettrodomestici costosissimi e inutili, eccetera eccetera eccetera).
Insomma, un idiota.
E inizialmente ci riesce pure, diventando rappresentante di aspirapolvere e vendendone in gran quantità, ma presto la goduria consumistica termina, lasciandolo indebitato con le finanziarie che battono cassa, (gli pignorano tutto) e termina anche la storia con la moglie/serva/operaia che a quel punto lo butta fuori di casa.
La gag che più di tutte non mi ha fatto ridere per nulla è stata l'improbabile promessa che il protagonista fa al figlioletto: se avesse preso a scuola tutti 10 lo avrebbe portato a fare una vacanza "fantastica". Il figlio mantiene la promessa, e lui, disorientato e arrabbiato, va dalla maestra per convincerla a dare al figlio almeno un nove... (Giulia non capiva l'ironia, che in effetti sfuggiva anche a me, ma in sala tutti ridevano...).
Nel solito intermezzo bucolico, dove padre e figlio si recano da una vecchia parente nella campagna molisana per la famosa vacanza a quel punto per nulla fantastica, fatta di luoghi comuni sulla vecchiaia contadina che forse non esiste neanche più (aggiungerei un purtroppo, ma Zalone non ce l'ha aggiunto, anzi), degli sprazzi di tragica ironia sul mondo dei ricconi disonesti che vivono nel mondo del superfluo, dove padre e figlio intoppano per caso e sempre per caso ne assaporano l'odore e ovviamente ne godono appieno.
Ma non è chiara l'intenzione del regista, oltre a non farci ridere per niente: quel mondo lo vorrà condannare o in qualche modo simpaticamente assolvere?? In questo ambiente ricco e disonesto, inspiegabilmente, Checco Zalone riesce a coinvolgere anche un debolissimo e impacciato Marco Paolini che fa il ruolo di un corrotto che non sa di nulla, non fa né ridere né riflettere.
Ho sbadigliato.
Alla fine la fabbrica dove lavora la moglie/serva/operaia non chiuderà più, l'amore trionferà, e quindi probabilmente l'inutile e il futile potranno riaffacciarsi nella vita di questa famigliola triste triste che però, con questo film, ha fatto ridere tutta l'Italia, e che pare a inizio dicembre avesse già incassato 50.000.000 di euro.
Io e Giulia siamo uscite dal cinema, dove fra l'altro faceva un freddo cane, e ci siamo guardate negli occhi: lei non ha capito perché non ha riso, io non ho capito perché ce l'ho portata e mi sono sentita una cretina ma cretina cretina cretina, ma insomma... almeno eravamo d'accordo, ecco.
Questa volta però non era "Cattivissimo me" ma l'ultimo film di Checco Zalone. A parte il fatto che non sapevo che lei lo conoscesse: "Mamma, a scuola ne parlano tutti! E' uno che fa ridere, ha fatto un film che fa ridere, andiamo a ridere!".
In effetti, non fa una piega. Io al cinema non l'avevo mai visto, in televisione sì: ho riso tanto a sentire le sue "versioni" dei Negramaro, o di quella cantante siciliana.. ecco la Carmen Consoli, oppure Giovanni Allevi.
E invece non abbiamo riso. E questa cosa qui mi fa sentire un pochino strulla, per due motivi: il primo è che pare che questo film sia stato visto da una tale quantità di persone che allora brutto non dev'essere, il secondo, più grave, forse, è che non lascerò più che mia figlia scelga lei il film da andare a vedere, per lo meno per ancora qualche anno, perché voglio che il concetto di "bel film" non venga considerato questo, e quindi non rischi di diventare un ottimo motivo per non andarci, al cinema!
Una trama inutile, con dei personaggi, lui, in particolar modo, che vorrebbero, forse (ma si sbagliano di grosso) richiamare quelli di Totò, però calati ai giorni d'oggi. Eppure, gli ingredienti scelti avrebbero potuto funzionare, far ridere e anche riflettere: ci sono gli antipatici ricchi un po' radical chic che fanno yoga e mangiano vegano, c'è un protagonista sempliciotto che aspira solo ai beni materiali e che non sa parlare bene neanche l'italiano, c'è la crisi economica.
E invece tutto si perde e si confonde tra il solito maschilismo penoso, di cui però il protagonista si scusa subito, ridendoci su, con le solite canzoncine (la moglie operaia affranta che DEVE cucinare, stirare, far lavatrici, buttare la spazzatura e tollerare le sue spese pazze che lo porteranno al disastro e poi lei lo lascerà), la crisi economica per cui la fabbrica dove la moglie/serva/mamma lavora chiuderà, un figlioletto inspiegabilmente super intelligente, super simpatico, super consapevole dei difetti dei genitori che è saggio e comprensivo.
E lui, il protagonista, un cameriere stanco di fare il cameriere che decide di licenziarsi per trovare un altro lavoro che lo faccia guadagnare di più, in modo da permettersi tutti quei lussi di cui siamo vittime, più o meno inconsapevoli, ad ogni spot pubblicitario (televisori enormi, cellulari di ultima generazione, elettrodomestici costosissimi e inutili, eccetera eccetera eccetera).
Insomma, un idiota.
E inizialmente ci riesce pure, diventando rappresentante di aspirapolvere e vendendone in gran quantità, ma presto la goduria consumistica termina, lasciandolo indebitato con le finanziarie che battono cassa, (gli pignorano tutto) e termina anche la storia con la moglie/serva/operaia che a quel punto lo butta fuori di casa.
La gag che più di tutte non mi ha fatto ridere per nulla è stata l'improbabile promessa che il protagonista fa al figlioletto: se avesse preso a scuola tutti 10 lo avrebbe portato a fare una vacanza "fantastica". Il figlio mantiene la promessa, e lui, disorientato e arrabbiato, va dalla maestra per convincerla a dare al figlio almeno un nove... (Giulia non capiva l'ironia, che in effetti sfuggiva anche a me, ma in sala tutti ridevano...).
Nel solito intermezzo bucolico, dove padre e figlio si recano da una vecchia parente nella campagna molisana per la famosa vacanza a quel punto per nulla fantastica, fatta di luoghi comuni sulla vecchiaia contadina che forse non esiste neanche più (aggiungerei un purtroppo, ma Zalone non ce l'ha aggiunto, anzi), degli sprazzi di tragica ironia sul mondo dei ricconi disonesti che vivono nel mondo del superfluo, dove padre e figlio intoppano per caso e sempre per caso ne assaporano l'odore e ovviamente ne godono appieno.
Ma non è chiara l'intenzione del regista, oltre a non farci ridere per niente: quel mondo lo vorrà condannare o in qualche modo simpaticamente assolvere?? In questo ambiente ricco e disonesto, inspiegabilmente, Checco Zalone riesce a coinvolgere anche un debolissimo e impacciato Marco Paolini che fa il ruolo di un corrotto che non sa di nulla, non fa né ridere né riflettere.
Ho sbadigliato.
Alla fine la fabbrica dove lavora la moglie/serva/operaia non chiuderà più, l'amore trionferà, e quindi probabilmente l'inutile e il futile potranno riaffacciarsi nella vita di questa famigliola triste triste che però, con questo film, ha fatto ridere tutta l'Italia, e che pare a inizio dicembre avesse già incassato 50.000.000 di euro.
Io e Giulia siamo uscite dal cinema, dove fra l'altro faceva un freddo cane, e ci siamo guardate negli occhi: lei non ha capito perché non ha riso, io non ho capito perché ce l'ho portata e mi sono sentita una cretina ma cretina cretina cretina, ma insomma... almeno eravamo d'accordo, ecco.
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