03/05/14

TI RICORDI DI CHET?

Chet Baker a Lucca: sabato 3 maggio apre la mostra
Alle 17 al baluardo San Regolo il taglio del nastro con un'introduzione di Renzo Cresti
In mostra scatti di Foto Alcide e di Luciano Viotto, curatore insieme al Circolo Lucca Jazz
Ingresso libero
 
Ti ricordi di Chet? Chet Baker a Lucca”. Inaugura sabato 3 maggio alle 17 nella casermetta San Regolo (mura urbane) la mostra fotografica e documentaria dedicata al grande trombettista che ha legato le sue vicende di vita anche a questa città, dove gli capitato anche di essere incarcerato, e con le mura, dalle quali gli ex del Quartetto di Lucca lo accompagnava la sera, lui che suonava dalla cella della casa circondariale, loro dal viale alberato del monumento cinquecentesco, proprio di fronte.
 
Ed è proprio in occasione delle celebrazioni per i 500 anni dalla costruzione delle Mura della Città di Lucca che il Circolo Lucca Jazz e l'Opera delle Mura, in collaborazione con il Comune di Lucca, la Provincia di Lucca, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, l'Associazione Musicale Lucchese, FLAM, Muf, il Circolo del Cinema di Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, Studio Sesti e Foto Alcide, organizzano una serie di iniziative a ingresso libero sino al 10 maggio, per ricordarlo.
 
Dal 3 al 10 maggio si svolgerà la mostra fotografica, a cura di Luciano Viotto e del Circolo Lucca Jazz. L'inaugurazione prevede l’introduzione di Renzo Cresti e un intervento musicale di Giuseppe Nannini (t) e Damiano Calloni (p), chiusura sabato 10 maggio alle 18; orari di apertura: dal 4 al 9 maggio dalle 16 alle 20. In mostra scatti fotografici di archivio di Foto Alcide (due in allegato), scatti di Luciano Viotto e documenti messi a disposizione da quest'ultimo. Ingresso libero.
Il 5 maggio alle 21 in San Micheletto, proiezione del film “Let’s Get Lost” di Bruce Weber, a cura del Circolo del Cinema di Lucca.
Nel pomeriggio del 9 maggio, alle 17,30 sulle mura di Lucca, nei pressi del carcere di San Giorgio, è previsto un omaggio a Chet con Giovanni Tommaso, Vito Tommaso, Antonello Vannucchi, Francesco Lento e Nicola Angelucci.
Sabato 10 maggio alle 21,15 nella Chiesa di San Francesco è in programma il concerto “Ricordando Chet” con gli ex “4 di Lucca” Vito Tommaso (p), Antonello Vannucchi (vib), e Giovanni Tommaso (cb) insieme a Nicola Angelucci (d) e Francesco Lento (tr).

02/05/14

FRANCESCA CAMPANA COMPARINI

Ciò che segue lo si trova nel sito del "Festival delle Religioni" se si clicca sulla domanda "Chi è Francesca Campana Comparini?": che schianti se non è vero! (http://www.festivaldellereligioni.it/).

Altre informazioni su di lei, e non solo, si trovano in http://giannicaverni.blogspot.it/2014/04/povero-pollock-povero-michelangelo-di.html.

Francesca Campana Comparini
È importante avere dei sogni abbastanza grandi da non perderli di vista nel mentre si perseguono
Oscar Wilde
Francesca è una ragazza fiorentina di 26 anni.
Si è laureata in filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze con la tesi Tragico greco e tragico cristiano in Sant'Agostino sotto la guida del prof. Sergio Givone.
Se Sant'Agostino è il suo riferimento spirituale e intellettuale, le sue guide in città sono i frati francescani della basilica di Santa Croce. Dal 2010 è coordinatrice degli incontri culturali presso lo Studio Teologico per Laici nella Basilica francescana.
Giorgio La pira è il suo ispiratore del Festival delle Religioni da cui ha imparato che una città è davvero viva se impariamo "a pensare al plurale".
La sua passione è la cultura e Firenze, la sua città.
A 22 anni scrive il suo primo articolo su La Nazione denunciando il degrado urbano e morale ed inneggiando alla responsabilità di ogni cittadino.
Cultura, tradizione e Firenze sono anche il suo lavoro; dal 2011 gestisce con sua madre la storica attività di famiglia, la più antica di Via Tornabuoni, risalente al 1865.
Le sue passioni non si arrestano: nel marzo 2013 fonda l'associazione culturale Luogo d'Incontro e nel mese di giugno diventa giornalista pubblicista, corrispondente di La Nazione e L'Osservatore Toscano. Collabora anche con IL, la rivista mensile del Sole 24 Ore.
Ha pubblicato alcuni saggi filosofici sulla rivista culturale ‘Città di Vita' e nell'estate del 2013 la guida filosofica Anima e materia tra Buddismo e Neoplatonismo nel catalogo della mostra di riapertura del Forte Belvedere.
È co-curatrice della mostra Jackson Pollock e Michelangelo a Palazzo Vecchio e San Firenze.
Nell'ottobre 2013 partecipa al convegno ad Assisi per il congresso nazionale del Movimento Rinascita Cristiana.
Nell'aprile 2014 uscirà nelle librerie il suo primo libro Prendi e leggi. Il pensiero dell'Occidente tra ragione e follia con prefazione di Giacomo Marramao ed edito con Castelvecchi.
Ogni giovedì sera dal 2006 presta servizio di volontariato nella casa di riposo Piccola Betania a Firenze sud.
Last but not least, all'età di 12 anni intrattiene un breve epistolario con la Regina Madre Queen Elizabeth, The Queen Mother, perché sognava di bere una tazza di tè insieme a lei...

30/04/14

POST SCRIPTUM - GESU' DI NAZARETH di Domenico Coviello


Ho amato molto le cose semplici. Preparare una brace sulla riva per arrostirci sopra del pesce appena pescato dal Lago di Tiberiade, ad esempio. Sono risuscitato dai morti anche per ripetere questo gesto così umano, e ho di nuovo assaporato quel cibo con i miei discepoli. Avevo i buchi dei chiodi ai polsi e sul collo dei piedi. Il costato spezzato da una lancia, la fronte penetrata da spine di rovo, la schiena e il torace flagellati. Ma il mio sangue era rappreso, la ferite rimarginate: non sentivo più il dolore del corpo e l’angoscia del cuore, poiché avevo superato la più grande delle prove.
Non ho voluto sfuggire al destino, poiché sapevo che era nella mente di Dio. La mia missione era chiara. Volevo testimoniare che Dio è come un babbo, una mamma, per ogni uomo e ogni donna sulla Terra. E ogni uomo o donna è fratello a ciascun altro uomo, a ciascun’altra donna. Per questo c’è ancora oggi chi mi dice rivoluzionario. Perché se fosse messo in pratica ciò che ho insegnato la gerarchia piramidale di questo mondo sarebbe ribaltata. Al vertice sarebbero tutti coloro che amano. Che hanno mendicato amore. Disperatamente. Alla base tutti coloro che rinunciano ad amare. Che hanno messo al primo posto il potere, la gloria, la vanità, la forza. Ma il mio Regno non è di questo mondo. E ogni cosa si compirà alla fine dei tempi.

Io cammino ancora e sempre, invisibile, sui marciapiedi delle città, nei sottosuoli della storia, alla ricerca del volto di ciascuno di voi. Sapete bene dove trovarmi. Poiché sta scritto. Ogni volta che vestirete uno dei miei fratelli più piccoli perché è rimasto nudo, gli darete da mangiare perché è affamato, da bere perché è assetato, lo ospiterete perché è straniero, lo visiterete perché è malato, lo andrete a trovare perché è carcerato, ogni volta che avrete fatto questo, lo avrete fatto a me. Io non sono che un mendicante d’amore. Per questo sono venuto sulla Terra. Non posso vivere senza l’amore di ogni uomo e di ogni donna. Io ho bisogno di voi.  
 
 
Le immagini sono tratte da "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini.

27/04/14

ORA VI RACCONTO ... di Silvia Nardi Dei

Ora vi racconto di un sogno di bambina. Mi è sempre piaciuto molto cantare, l'emozione che si prova quando si libera la voce accompagnati da una musica è qualcosa di miracoloso, per me, che cura i dispiaceri, libera il cuore dalle pesantezze e alleggerisce di ogni preoccupazione. E' come volare, quando riesce bene. La stessa emozione l'ho provata quando, le rare volte in cui mi è riuscito farlo decentemente, ho potuto usare la voce per doppiare qualche attrice, durante il corso di doppiaggio che ho fatto da grande: la voce come unico mezzo per esprimere i sentimenti di qualcun altro, le sue intenzioni e i suoi "retropensieri", è una specie di magia, oltre che una tecnica molto difficile, ma quando ci riesci vuol dire che si è compiuto una sorta di miracolo, è bellissimo.
E' bellissimo perché devi entrare "dentro" l'altro, cioè, devi conoscerlo, capirlo, entrare dentro il suo cuore e diventare lui, ma senza l'aiuto della gestualità del corpo, solo con una parte molto profonda di te, attraverso la voce rendere completamente reale quello che tuo non è, ma come se lo fosse.
Ero una ragazzina, timida e complessata come spesso può capitare quando non sei ancora né carne né pesce.
Abitavo in un paese che non era il mio paese, la mia mamma fu trasferita lì perché insegnava. In più, sempre lei, ma anche il mio babbo sebbene meno "sfegatato", erano parecchio di destra, quindi ben presto mi sentii la figlia della maestra fascista in un paese che negli anni settanta era orientato verso la parte opposta, e dato che il mio cognome è doppio, anche la figlia del conte.
Inoltre non eravamo certo ricchi, ma anzi direi il contrario, per cui ricordo che abbiamo cambiato casa tante volte, sempre in affitto, e sempre, tranne una volta, con una camera in meno (la mia). Per carità, io mi adattavo e anche nel paese, piano piano, riuscii a farmi tanti amici nonostante la politica fosse sempre di mezzo, eludevo i controlli materni e frequentavo chi volevo.
Ma c'era la musica. E un giorno sentii parlare alla radio di un disco che si intitolava "One voice". Era un concerto di Barbra Streisand realizzato nel parco di casa sua in California, nel 1986.
Mi colpì la data: il 6 Settembre, io sono nata il 5. E poi partì una musica, uno dei brani del disco, e fu un colpo al cuore. Conoscevo la Streisand ma come attrice, e devo dire che non mi piaceva, la trovavo brutta e antipatica, nasona, insopportabile e presuntuosa.
A casa non esisteva più il giradischi, ma solo un mangianastri e un primordiale walkman pesantissimo di cui però andavo molto fiera. Quindi decisi che avrei comprato l'audiocassetta e che avrei sicuramente imparato a mente quelle canzoni e cambiato idea sulla nasona.
Ma c'era un problema: erano tutte in inglese e nell'audiocassetta non c'erano i testi.
Allora succedeva che la sera io mi mettessi in cucina, dopo aver velocemente sparecchiato la tavola, (dato che non avevo una camera mia) e con carta e penna riscrivessi le parole delle canzoni che ascoltavo dalle cuffiette. Un lavoro immane: play e stop, play e stop. All'epoca io l'inglese lo sapevo veramente poco, per cui pagherei per ritrovare quei fogli... ricordo che scrivevo il suono delle parole, quindi ad esempio "People who needs people" diventava "pipol hu nids pipol", quando andava bene... altre volte scrivevo appunto solo il suono che sentivo, e chi se ne frega se non vuol dire nulla!
Ma alla fine quei fogli ebbero un senso (per me): potevo cantare, o con la musica in cuffia, oppure, purtroppo per i vicini di casa, dal mangianastri. E spesso mi commuovevo, perché quella musica, quella voce erano davvero meravigliose e il mio tentativo di riprodurre quella magia mi faceva stare bene, soprattutto perché chiudevo gli occhi e immaginavo un pubblico ad ascoltarmi, a godere di quella magia. E poi c'era l'amore: mi chiedevo se anche io, un giorno, avrei mai potuto dire "uot caind ov ful" pensando ad un amore mio...
Ho passato molti pomeriggi, così. Poi naturalmente i sogni restano sogni, e se è vero che qualche "esibizione" l'ho fatta, in qualche gruppo, in un paio di cori, e la magia in qualche modo si è avverata, certo non è andata come sognavo con la Streisand, ma che importa? Mi importa invece ora ricordare quelle sensazioni, ora che sono "grande" e che per caso ho riascoltato, ieri sera, un brano da youtube di quel concerto: l'audiocassetta non ce l'ho più, come molte cose di quel periodo, direi che non ho più nulla, se non i ricordi, tutti. Ma quelle parole storpiate, quella musica, quel ritmo è rimasto dentro di me, e ancora oggi le ricordo esattamente. Mi ha commosso, proprio ieri sera, in un momento in cui sentivo forse il bisogno di alleggerire il mio cuore da una certa pesantezza, e quindi confermo: FUNZIONA! Mi chiedo se anche Giulia, mia figlia, troverà il modo di sognare e di divertirsi, di sfogarsi e di emozionarsi come è successo a me con quell'audiocassetta allora, e come succede tutt'ora quando riascolto quella musica.
Perciò concludo copiandovi il link di quel concerto da youtube: lei resta una nasona, ma le sarò grata a vita per avermi fatto sognare e "duettare" con quel gran fico di Barry Gibb, ecco.

26/04/14

PRENDERE DUE PICCIONI (Coetzee, Ernaux) con Aroldo Marinai


Bel titolo di Annie Ernaux (Passione semplice) per un racconto veloce e cricchiante che ricorda il rumore del cellophan di buona Paolocontiana memoria. 
In una sessantina di pagine intense Ernaux parla di sé oggetto e soggetto di un’infatuazione sconquassante in cui non possiamo non ritrovarci almeno in parte. Le preziose occasioni d’incontro, le insonnie, l’insofferenza verso gli “altri”, le scaramanzie, l’amore fisico fatto col cuore in gola, rabbia e frenesia.
Una confessione che non si cura tanto della forma letteraria ma è pura necessità.

Titolo un po’ scemo di Coetzee (L’infanzia di Gesù) per un lungo racconto di felice ambientazione. Come già in precedenti romanzi il mondo pare sull’orlo della catastrofe, o ne siamo appena usciti e ci stiamo riorganizzando.
Benevolenza è la parola per descrivere la via di salvezza della nuova umanità. Nello scenario apocalittico dei migranti in una terra nuova – pare d’essere su un pianeta alieno - un adulto s’incaponisce a cercare la madre di un bambino disperso e, novello arcangelo Gabriele, decide di affidarlo ad una ragazza scelta d’istinto che prima sbigottisce poi accetta. Mi va di dire che ci sono pagine bellissime, le prime ottanta, per esempio, di grande emozione e lenta costruzione, ma poi con quella scrittura pacata e circostanziata che gli è propria Coetzee rischia di annoiare a morte, spesso riuscendoci. Lo sbadiglio ci accompagna per un buon tratto di lettura, ed è un peccato.
Eh, anche gli scrittori invecchiano. Qualcosa si guadagna qualcosa si perde. In questo caso si perde spazio sullo scaffale dei libri, per dirne una.

Annie Ernaux, PASSIONE SEMPLICE, Bur, 7 euro – forte e onesto

J. M. Coetzee, L’INFANZIA DI GESÚ, Einaudi, 20 euro – bello e impossibile

25/04/14

IL 25 APRILE E' NATA ... di Gianni Caverni

Il 25 aprile

è nat'una puttana

e le hanno messo nome

Democrazia Cristiana.

Ora la Democrazia Cristiana non c'è più, o c'è ancora ma sotto falso nome, ma lasciamo perdere.

Era il 25 aprile del 1974, avevo 27 anni e ero già sposato da 2. Da molti anni non mi sono mai dimenticato ogni 25 aprile di ringraziare Nicoletta che allora era mia moglie e che, consapevole del mio smarrimento che finiva per somigliare molto all'ansia e forse addirittura alla paura, decise di accompagnarmi a Sassari. Fu quello il nostro primo volo e ricordo ancora lo strano effetto che mi fece vedere fra le nuvole il mare invece del cielo.

Non solo mi accompagnò, ma stette diversi giorni da un affittacamere così che verso le 18, alla libera uscita ci incontravamo, cenavamo insieme e poi rientravo a "Punta Secca" (?) dove c'era la caserma: insomma proprio il 25 aprile cominciai a fare il militare, a Sassari.

"Sa vida pro sa Patria" c'era scritto ovunque, e a lettere cubitali sul piazzale delle adunate, era (è) il motto della Brigata Sassari. Io che non avevo ancora visto un accidente del mondo e della vita lo tradussi in La sua vita per la sua Patria. Ma la sua vita di chi?

Il militare?! Avevo contato fino ad allora sui miei abborracciati studi ad architettura per rimandare, e poi ero C4 che voleva dire che probabilmente non mi avrebbero chiamato e comunque non avrei fatto i servizi armati. Facevo l'insegnante, ero sindacalista e membro di un gruppuscolo estremista locale, di quelli che non gli andava mai bene nulla, complottista, dogmatico e settario: insomma ero un cretino. Come insegnante no, però.

Mi sembra proprio che tutto quello che so di politica, ammesso che ne sappia qualcosa, l'ho imparato dopo, quando ho smesso di farla, ammesso che ne avessi fatta prima.

Cos'era il 25 aprile lo sapevo, cos'era la Liberazione, la lotta partigiana, ma pensavo (pensavo è una parola grossa) che la Resistenza fosse stata una rivoluzione interrotta per volere di Togliatti e del gruppo dirigente del PCI che era ormai senza il minimo dubbio un partito revisionista (che in quegli anni a dare a qualcuno del revisionista si offendeva di più che se gli dicevi che aveva la mamma troia).

Si mangiò qualcosa in un bar di piazza Italia, il cielo a Sassari era diventato grigio, compatto, come è questo 25 aprile qui a Firenze.

 Nel pomeriggio entrai in caserma dopo un bacio e, da lontano, un saluto sorridente a pugno chiuso a Nicoletta. Mi sa che giocavo un po' a "Proletari in divisa" che era allora l'organizzazione che mirava a sviluppare una qualche vigilanza democratica interna alla struttura militare che proprio nel '74 era in odore di golpismo.

Subito mi legai a un paio di compagni, Mino e Massimo, ma la nostra opposizione alla retorica dell'ubbidienza e del militarismo si espresse col farsi i capelli biondissimi (e improbabili) con l'acqua ossigenata e vedere la faccia dei caporali e dei tenenti che ci guardavano sospettosi probabilmente non tanto della nostra tempra di rivoluzionari quanto dei nostri orientamenti sessuali.

Diceva una mia amica che ogni maschio non sa resistere e prima o poi racconta un insopportabile aneddoto della sua vita sotto la naja: ecco, fatto!

Stavolta ho usato davvero troppe parole, quello che volevo dire in fondo era solo grazie Nicoletta.