Caro Ivan D., vorrei fare del mio meglio per risollevare il tuo umore, ora ci provo. E ci provo tentando di rispondere io alla giornalista al posto di Servillo, dato che la linea telefonica era disturbata e, se ascolti attentamente la registrazione, capirai che Servillo ha sussurrato l'imprecazione pensando che non ci fosse più nessuno in linea ad ascoltarlo.
Mi sono informata parecchio, e ho scoperto che giornali americani del calibro di Variety, Los Angeles Times, New Yorker hanno parlato di un capolavoro, di un film straordinario, di un film magnifico, di un magistero registico. Il New Yorker ha iniziato addirittura la recensione con queste parole "Il volto di Toni Servillo è un tesoro del cinema contemporaneo" e quindi ha apprezzato la regia di Sorrentino, l'interpretazione di Servillo e tutto quello che rende questo film così potente, così ambizioso.
Come mai allora un film così bello, in Italia ha avuto delle recensioni molto meno significative? Era questa la domanda a cui la giornalista voleva assolutamente che Servillo, nel giorno della notizia del Golden Globe, rispondesse? Proviamo: come mai appena uscito dai nostri confini le recensioni sono diventate così belle? Io faccio una riflessione un po' amara, ma la prima cosa è che NEMO PROPHETA IN PATRIA , la qualità non viene riconosciuta immediatamente nel suolo patrio, non è la prima volta che succede e chissà quante altre volte succederà. Ma c'è di più: Sorrentino fa un film estremamente ambizioso, visto che in molti (in Italia) hanno gridato allo scandalo per aver lui usato come riferimento Fellini, il Fellini de La dolce vita, in particolare, ma anche di Roma e di Otto e mezzo, e questa è una prima cosa che turba; come osa questo regista paragonarsi a uno dei più immensi registi italiani? E ancora: come può mettersi a competere con uno dei film più iconici più belli di tutti i tempi, La dolce vita?
Molti critici italiani ci sono rimasti di stucco. Ma io voglio però puntare il dito anche sulle differenze: La dolce vita raccontava un inferno travestito da paradiso, a vedere da vicino quello che diceva Fellini, il mondo raccontato in quel film è un mondo debosciato, decadente, stanco, cinico; eppure la superficie è affascinante, si è creato il mito della dolce vita, grazie a quel film. Cinquant'anni dopo, Sorrentino racconta un mondo molto più debosciato, molto più decadente, molto più corrotto, che non ha più neanche quell'apparenza di glamour e di bellezza, per trovare quella bellezza che c'è ed è eterna come quella città, bisogna trovarla all'alba, in alcuni palazzi, e in alcuni scorci della città stessa. Ma non è soltanto questo. Cosa fa? Cosa dice Sorrentino? Sorrentino ci racconta che questo mondo è non solo stanco, corrotto, debosciato ma è totalmente provinciale, inutile. Il regista ha il coraggio, la forza di puntare il dito accusatore verso il mondo che sembra dominare la cultura italiana. C'è una scena memorabile in cui il protagonista attacca, anzi massacra un'esponente di quel mondo radical chic che frequenta molto le terrazze romane.
Lui dice a questa donna che è fasulla, che è disperata come lui stesso e come tutti i personaggi di quel mondo, ma soprattutto che ha costruito con prosopopea una vita e un'esistenza basata sul nulla, su nessun tipo di qualità reale. E' un attacco durissimo, forte e abbastanza inedito nel mondo del cinema italiano. E secondo me attacca proprio una parte di quel mondo che quando uscì si trovò a recensire il film stesso. Forse può esser capitato che queste recensioni così tiepide o addirittura risentite nascano da un problema ideologico: che i recensori si siano sentiti tirati in ballo? E non è l'unico mondo che Sorrentino attacca, ad esempio una parte del mondo dell'arte, un mondo fatto di collezionisti opulenti e volgari, di artisti che non sanno neanche spiegare che cosa fanno, di povere bambine magari geniali ma costrette con violenza ad esprimere la propria arte, racconta il mondo dei nobili decaduti che addirittura si possono affittare per una cena, racconta una Curia superficiale e vanesia e di quel cardinale che continua a ripetere soltanto delle ricette, e racconta anche la voglia e la necessità di trovare la bellezza e la grazia nella figura di una santa, forse la parte un po' meno riuscita del film stesso.
Insomma Sorrentino non ha paura, e questo non gli viene perdonato.
Ma questo stesso approccio così ambizioso, così forte, supportato poi da immagini meravigliose, viene celebrato appena il film esce dai nostri confini. Anche in Inghilterra, ad esempio, ha ottenuto un successo clamoroso di pubblico e di critica. E allora, nel giorno del trionfo a parer mio meritatissimo, se una giornalista punta il dito proprio sulle critiche di casa nostra, un bel vaffa fuori onda, secondo me, è quanto di più sano e genuino poteva scappare da quella bocca, ma insisto: si capisce perfettamente che il malandrino pensava di non esser sentito. Quanto al bisogno di farsi notare di Grillo, il nostro, a chi gli chiese se gli piacesse Grillo, rispose così: " Devo essere sincero, no. Mi sembra che riproponga un'immagine di leaderismo che è molto vecchia, passa per Rienzi (tiranno wagneriano, ndr), per Masaniello, arriva a Berlusconi e adesso diventa lui, c'è molta protesta che è anche vera ma molto poca proposta. Il palcoscenico mi ha insegnato una moralità, ad esempio il camminare insieme e lo stare ad ascoltare chi ha più esperienza di te, a fare tesoro del passato a non gettare tutto in un cestino, mi ha insegnato anche a non distruggere soltanto. Mi rendo conto che mi faccio dei nemici ma me li faccio volentieri, ma insomma che le devo dire? Grillo non mi piace".
Sicchè, caro Ivan D., io non me la prenderei troppo, anzi ci farei una bella risata e speriamo vinca pure l'Oscar!
15/01/14
SUA ECCELLENZA IL SERVILLO CENSORE di Domenico Coviello
http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/toni-servillo-alla-giornalista-in-diretta-critiche-ma-vaff/152551/151058?ref=HRESS-1
Ma che bella città –a –a –a –a…sento l’acqua alla
gola a –a –a –a…C’è un elenco di buoni –i – i – i –i… i cattivi di là –a – a –a
–a… Un vecchio sardonico rock di Edoardo
Bennato ondeggia nella testa di Ivan D. Stamani s’è svegliato bene. Poi l’umore
gli si è guastato.
Per una cosa da
poco, per carità. O forse no. Scorrendo rapidamente la prima pagina di un
giornale online ha trovato una notizia curiosa; più triste che divertente; più
amara che dolce; più agghiacciante che rassicurante: il file audio di un minuto
di intervista telefonica al grande attore italiano Toni Servillo, protagonista
de “La grande bellezza”, il film di Paolo Sorrentino che, premiato ai Golden
Globes, è lanciatissimo verso un possibile Oscar.
Non accadeva da
anni. E ciò che si prepara sarebbe un evento assoluto; uno spolvero di stelle;
una resurrezione per il Nostro Paese, “crazy
but beautiful” come lo ha definito Sorrentino. Ecco perché non è adesso il
momento di dividersi circa il giudizio sul film (e che cavolo).
Inutile che
l’intervistatrice di RaiNews24 abbia posto garbatamente a Servillo una domanda
sulle critiche alla pellicola che qualcuno ha avanzato. La pazienza ha un
limite: “In questo momento agli italiani ciò non interessa”, ha dichiarato il
Grande Toni, facendo capire che dobbiamo essere compatti come un sol uomo e
orgogliosi della gloria cinematografica nazionale. La sola che può darci ancora
luce nel mondo.
Perciò nulla
osta – deve aver pensato il celeberrimo Servillo – a dedicare alla giornalista
– forse credendo di non essere ascoltato - un bel “ma vattene afangulo va…”. Toni
il Censore non ammette critiche e sventola il tricolore dell’italianità agli
Oscar, che, ovviamente, non può essere messo in discussione. E’ “La grande
bellezza”, bellezza. Vietato fare domande fastidiose. Che razza di giornalismo
è.
Del resto
recentemente ce lo ha insegnato un ex comico buttatosi in politica, ragiona fra
sé Ivan: un bel “vaffa” non si nega mai. Anzi se non mandi qualcuno “affa..”
non sei nessuno. E sembra strano ma anche i servilli a volte hanno bisogno di farsi notare. In questa nostra Italia che è tanto una bella città –a –a –a –a, Ma Che Bella
Cittàààà!!!
13/01/14
UNIVERSITA' ETA' LIBERA: Link per scaricare le lezioni di Gianni Caverni
Lezione 1: https://www.dropbox.com/s/rhyb95wsnmd5ycd/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%201.ppt
Lezione 2: https://www.dropbox.com/s/hlnxz3d9fcc93fd/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%282%29.ppt
Lezione 3: https://www.dropbox.com/s/gvuojl8apcy930q/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%283%29.ppt
Lezione 4: https://www.dropbox.com/s/jrwxislnktriwdc/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%284%29.ppt
Lezione 5: https://www.dropbox.com/s/lo93ty84pefi950/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%285%29.ppt
Lezione 2: https://www.dropbox.com/s/hlnxz3d9fcc93fd/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%282%29.ppt
Lezione 3: https://www.dropbox.com/s/gvuojl8apcy930q/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%283%29.ppt
Lezione 4: https://www.dropbox.com/s/jrwxislnktriwdc/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%284%29.ppt
Lezione 5: https://www.dropbox.com/s/lo93ty84pefi950/LA%20STORIA%20SIAMO%20ANCHE%20NOI%20%285%29.ppt
11/01/14
IN "IL CAPITALE UMANO" NON C'è PROPRIO NIENTE DA RIDERE di Gaia Rau
L'altra sera, tornando a casa dopo il cinema e un paio di birre, peraltro assolutamente necessarie per allentare la morsa dell'ansia, ripensavo alla polemica dei politici brianzoli su "Il capitale umano" di Paolo Virzì, e mi veniva da ridere. Tralasciando il fatto che il film è tratto dal romanzo di uno scrittore americano, Stephen Amidon, le cui vicende si svolgono in Connecticut, e dubito che il regista, in cerca in Italia di "un paesaggio gelido, ostile e minaccioso" in cui trasportarle, lo avrebbe trovato nella sua Livorno o magari nella costiera Amalfitana, ma soprattutto, se proprio qualcuno doveva offendersi, sono convinta che quel "qualcuno" avrebbe dovuto coincidere con 61 milioni di italiani, e probabilmente con l'interno genere umano.
Per il suo primo noir, Virzì disegna una serie di ritratti sconfortanti di personaggi meschini e deboli, peraltro interpretati magistralmente, tutti a loro modo colpevoli, per quanto a vari livelli (e guardando il film non sono riuscita a trattenermi dal recitare, dentro di me, il "pensieri, parole, opere e omissioni" di cattolica memoria). Nessuna assoluzione è possibile e forse non è un caso che l'unica vittima, in mezzo a tanti carnefici, faccia solo una brevissima comparsata nei primi minuti del lungometraggio, perché c'è da star certi che come minimo, a scavare un po', almeno uno scheletro sarebbe comparso anche nel suo armadio.
Insomma, ne "Il capitale umano" tutti peccano: i ricchi, forse, un po' di più, ma solo perché hanno maggiori mezzi e possibilità; i poveri, forse, un po' meno, ma sognano di farlo almeno quanto i ricchi. Tutti hanno in comune la disonestà: chi non è disonesto col prossimo, lo è con se stesso, con le proprie aspirazioni lasciate per strada e le proprie verità non cercate. E se l'amore e l'ingenuità possono apparire un'attenuante almeno per certi personaggi, il regista è sempre pronto a ricordare che anche di questo amore, e di questa ingenuità, qualcuno ha fatto le spese, e senza lo sconto.
Avevamo davvero bisogno di sentirci dire quanto facciamo schifo? Chissà. Di sicuro, c'è che a vedere "Il capitale umano" si sta male dall'inizio alla fine, un male che è a tratti disagio, a tratti immedesimazione, a tratti rabbia, ma che è male comunque, e senza cachet per alleviarlo distribuito all'ingresso. C'è anche, però, un piccolo sollievo, la conferma della grandezza di un autore italiano che invece di adagiarsi sugli allori di generi e successi consolidati - successi, tra l'altro, sempre meritatissimi, compreso il penultimo, piccolo, gioiello, "Tutti i santi giorni" - ha deciso di andare oltre, di osare con un grande cast e una grande trama, e soprattutto di lasciare da parte, per una volta, l'onnipresente, italico sorriso amaro, per ricordarci che, ora come ora, da ridere non c'è proprio un bel niente.
09/01/14
AMENDOLA FOTOGRAFA MICHELANGELO di Gianni Caverni
Cercare il bell'effetto senza farsi prendere la mano, sembra facile! Perché da un fotografo coi controcazzi, capace, come Aurelio Amendola, di fotografare come dio comanda le opere d'arte ed in particolare le sculture, è giusto aspettarsi anche lezioni di senso della misura. Resta aperta fino al 15 marzo la bella mostra "Il potere dello sguardo", seconda tappa del progetto Un anno ad Arte, che, nel Museo delle Cappelle Medicee a Firenze, propone 23 grandi fotografie, in uno smagliante bianco e nero, che hanno come soggetto alcune sculture di Michelangelo: da quelle vicinissime della Sacrestia Nuova di San Lorenzo a quelle comunque vicine del David e dei Prigioni della Galleria dell'Accademia.
Si parlava di senso della misura: ne è un grande esempio lo scatto che il fotografo pistoiese ha dedicato a L'Aurora della Tomba del duca Lorenzo de' Medici vista dalla parte dei piedi. Emergono dal nero compatto e profondo i bagliori candidi del marmo sapientemente illuminato: in una veduta così di scorcio sarebbe stato troppo facile farsi tentare dal gioco da un fuori fuoco pronunciato che esaltasse la profondità, saremmo probabilmente caduti tutti nella trappola dell'effettone. Non così Amendola che pur mettendo a fuoco il primo piano, il piede, mantiene contenuta la profondità di campo in modo di non soprammettere il suo essere artista al lavoro dell'artista Michelangelo.
Il "non finito" voluto dal genio di Caprese viene particolarmente messo in evidenza dagli scatti di Amendola che sfruttano a questo scopo gli effetti luministici della luce radente: salta così agli occhi la somiglianza fra le superfici ancora grezze segnate da incisioni parallele del marmo e il meraviglioso tratteggio, che scandisce i piani di chiaroscuro dei disegni.
Il "non finito" del volto de Il Giorno e de Il Crepuscolo della Tomba del duca Giuliano de' Medici messo particolarmente in contrasto, negli scatti di Amendola, con le superfici ben definite e levigate rispettivamente delle spalle e del torace esalta l'effetto "abbagliante" del sole e mi torna a mente l'effetto di bagliore ricercato, e perfettamente trovato, da Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1904 in Il sole la grande tela conservata nella Galleria d'arte moderna di Roma.
Certamente se il David è riconosciuto come il simbolo erotico maschile in tutto il mondo non è per le dimensioni del pene che non torreggiano nel lato A dell'eroe biblico che abbattè Golia; funziona molto di più in quel senso la muscolosa rotondità dal suo lato B che Amendola valorizza al massimo.
Si parlava di senso della misura: ne è un grande esempio lo scatto che il fotografo pistoiese ha dedicato a L'Aurora della Tomba del duca Lorenzo de' Medici vista dalla parte dei piedi. Emergono dal nero compatto e profondo i bagliori candidi del marmo sapientemente illuminato: in una veduta così di scorcio sarebbe stato troppo facile farsi tentare dal gioco da un fuori fuoco pronunciato che esaltasse la profondità, saremmo probabilmente caduti tutti nella trappola dell'effettone. Non così Amendola che pur mettendo a fuoco il primo piano, il piede, mantiene contenuta la profondità di campo in modo di non soprammettere il suo essere artista al lavoro dell'artista Michelangelo.
Il "non finito" voluto dal genio di Caprese viene particolarmente messo in evidenza dagli scatti di Amendola che sfruttano a questo scopo gli effetti luministici della luce radente: salta così agli occhi la somiglianza fra le superfici ancora grezze segnate da incisioni parallele del marmo e il meraviglioso tratteggio, che scandisce i piani di chiaroscuro dei disegni.
Il "non finito" del volto de Il Giorno e de Il Crepuscolo della Tomba del duca Giuliano de' Medici messo particolarmente in contrasto, negli scatti di Amendola, con le superfici ben definite e levigate rispettivamente delle spalle e del torace esalta l'effetto "abbagliante" del sole e mi torna a mente l'effetto di bagliore ricercato, e perfettamente trovato, da Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1904 in Il sole la grande tela conservata nella Galleria d'arte moderna di Roma.
Certamente se il David è riconosciuto come il simbolo erotico maschile in tutto il mondo non è per le dimensioni del pene che non torreggiano nel lato A dell'eroe biblico che abbattè Golia; funziona molto di più in quel senso la muscolosa rotondità dal suo lato B che Amendola valorizza al massimo.
06/01/14
STILL LIFE di Silvia Nardi Dei
Il film che ho visto ieri sera si chiama "Still life", che in
italiano significa "natura morta". Più che a una natura morta,
secondo me, il regista, scegliendolo come titolo per questa strana storia, ha
pensato a una traduzione letterale, ovvero "ancora in vita".
Il regista si chiama Uberto Pasolini, sono andata stanotte a rovistare
nel web dove ho scoperto che lui vive a Londra e che non ha alcuna parentela
col Pasolini più famoso. Il protagonista del suo film, invece, si chiama John
May, è un omino.. sì esatto, proprio un
omino che vive in una periferia londinese e che fa un mestiere molto
strano: fa l'impiegato di quel distretto comunale, dove si occupa esclusivamente di rintracciare le
famiglie delle persone che sono morte in solitudine e al tempo stesso di
organizzarne le esequie.
E non è un lavoro semplice! Ho scoperto che in
Inghilterra questo mestiere esiste davvero, e nel film, il signor May arriva
come un poliziotto nelle case dei defunti per scoprire il loro passato, per
trovare indizi che lo aiutino a rintracciare le loro famiglie.
E' molto
scrupoloso e preciso, il signor May: per ogni defunto apre una specie di
cartella "clinica" dove minuziosamente raccoglie tutte le informazioni
che trova, e non solo: le foto, le lettere, qualche oggetto personale come una
collana rossa, la foto di un gattino col cappello da babbo Natale o alcuni
vecchi dischi in vinile, e quanto di più personale possa aiutarlo, se non a
rintracciare i familiari persi chissà dove, almeno a scrivere un dignitoso
discorso funebre che effettivamente parli di loro, della loro vita, della loro
personalità, della loro unicità.
Bisogna dire che la giornata del signor May si svolge in modo
ripetitivo e solitario: è solo nel suo piccolo ufficio dove cataloga le sue
schede, i suoi "casi"; è solo, quando va a ispezionare le case dei
defunti e si sofferma sui dettagli di quelle vite che da poche ore si sono
fermate ma di cui lui ancora scorge traccia: le ditate dentro il barattolo di
crema per il viso, o la forma della testa ancora impressa sul cuscino del letto
(i defunti sono già all'obitorio che aspettano di essere cremati, se le
ricerche del signor May falliranno, o un funerale e la sepoltura, nel caso
contrario) ed è sempre da solo quando torna a casa sua.
Lui stesso pare non
aver nessuna famiglia, e ad aspettarlo c'è la solita scatoletta di tonno e la
solita fetta di pane da abbrustolire.
Insomma, lui non ha nessuno, dunque sembra non pensare a ciò che gli
altri pensano di lui. Nessuno lo guarda, né presta attenzione a lui. Ma
ovviamente, nel tentativo di risolvere l'ultimo "caso" della sua
carriera, il signor May s'imbatterà in una serie di personaggi legati a
quest'ultima vita da risolvere che lo toccheranno nel profondo, e guarda caso
qui si ha a che fare con un circo di persone un po' strambe, oltre che sole, ex
combattenti di guerra, alcolisti, donne lasciate sole e figli non riconosciuti,
e come spesso succede ma si tende a non accorgersene, lì scorre la vita vera,
l'imperfezione, la fuga dalle responsabilità troppo grosse da onorare ma anche
tanta verità, tanta umanità, tanta bellezza.
Non scrivo altro, altrimenti se qualcuno mi legge poi mi accusa di aver
raccontato tutto e al cinema a vederlo non mi ci va! Ma certamente posso dire
che il film parla del riconoscimento di una vita passata, del valore di tutte
le vite, e secondo me dell'importanza di aprire la propria vita agli altri, e
il signor May vive il suo lavoro in questo modo, dando valore e riconoscimento a
vite che senza di lui sarebbero completamente dimenticate.
Mi piace citare
questo attore stupendo, che non conoscevo, e che si chiama Eddie Marsan: in
questo film ha saputo creare una presenza enorme col minimo (almeno ci fa
credere così) sforzo. La sua recitazione è di quelli che ci fanno vedere tutto
senza che apparentemente niente venga mostrato.
In questo non facile esercizio
è aiutato da un grande doppiatore, Franco Mannella, che ha saputo con la sola
voce, accompagnare il signor May in questo incredibile mestiere e viaggio
intorno ai sentimenti degli altri, alle loro vite, alla loro intimità, partendo
dalla fine.
05/01/14
RENZI STUDIA DA GRANDUCA di Stilicone
Ad ascoltare i proclama di questi giorni
pronunciati da Renzi-Radagaiso (*), così come a leggere del pagine del suo
house-organ – il Corriere Fiorentino – pare che in città ci sia solo un
problema: l’apertura degli Uffizi nei tre giorni in cui, per legge, la galleria
dovrebbe star chiusa.
C’è una legge che lo dice chiaramente, ma lui,
Renzi-Radagaiso, non intende. Lui gli Uffizi li vuole aperti, perché così
incassano di più e lui può sognare di riempire maggiormente i suoi forzieri.
Perché ormai è evidente che la sua volontà di scardinare il sistema delle
soprintendenze ha come retroscena la partita in cui si giocano gli oltre 23
milioni di introiti che il Polo Museale Fiorentino garantisce.
L’interessamento renziano è evidenziato anche
da alcune mosse:
-
la letterina scritta al ministro
della Cultura Bray, affinché l’accordo del gennaio 20111 tra Bondi e lo stesso
Renzi, sia cambiato nella parte che riguarda i 4 milioni che ogni anno il Polo
Museale versa alla Soprintendenza consorella dei Beni architettonici, per il
proseguimento dei lavori per i Nuovi Uffizi; secondo le nuove volontà di
Renzi-Radagaiso ogni anno x i Nuovi Uffizi ci sarebbe solo un milione di euro,
mentre gli altri tre sarebbero intercettati da Palazzo Vecchio per aprire e
mantenere il nuovo Museo del Novecento di piazza Santa Maria Novella e per il
mantenimento del Forte Belvedere; insomma lo Stato si farebbe carico di alcune
strutture culturali civiche, mentre Renzi-Radagaiso continua a sperperare
denaro per il Maggio Musicale, sempre più nella fossa.
-
La minaccia di rimpasto
governativo che potrebbe riguardare proprio Bray; se ciò avvenisse
Renzi-Radagaiso si toglierebbe un doppio problema perché rimuoverebbe una
pedina di D’Alema nel Governo e soprattutto abbatterebbe la sponda di Tomaso
Montanari, che in Bray ha trovato un megafono utile a lanciare i suoi slogan
dai contenuti vacui; ora, se Bray acconsentisse al cambiamento di destinazione
dei famosi 4 milioni, forse tirerebbe avanti ancora per un po’, ma il suo destino
pare segnato.
Preoccupa anche l’assordante silenzio della
stampa fiorentina queste manovre che avvengono alla luce del sole e con la
chiara collusione di tutti. Non uno, infatti ha alzato la mano e ha rivolto
domande precise a Renzi-Radagaiso per capire che intenzioni ha.
Nel bailamme provocato, si fa per dire, dalla
non apertura (legalissima) degli Uffizi il 23 e il 30 dicembre scorsi, sono
intervenuti in tanti, molti a sproposito, Tra questi il presidente della
Commissione Cultura del Senato, Andrea Marcucci, che da bravo replicante del
Renzi-Radagaiso-pensiero ha detto che “cambiare si può”. Ma siede lui in
Parlamento. Se è così sicuro, batta un colpo, cambi la legge, trovi del
personale aggiuntivo per la Galleria, oppure promuova una maggiore partecipazione
dei privati, e nel frattempo se la veda coi sindacati, che quando la
soprintendente Acidini ha tentato di mettere un po’ più di ordine negli
ingressi al Vasariano, è stata crocifissa.
Di certo, come sottolineato dal Direttore
della Galleria, Natali, all’estero i grandi musei son chiusi molto più degli
Uffizi e nessuno si lamenta. Forse perché oltre i confini nazionali non c’è
Renzi-Radagaiso?
* Condottiero ostrogoto, capo di una vasta coalizione di tribù germaniche che invase l'Italia tra la fine del 405 e gli inizi del 406 e che devastò L'Emilia e la Toscana e assediò Fiesole. Intervenne allora il generale Stilicone, che, al comando dell'esercito romano, rafforzato da schiavi liberati e da truppe ausiliarie guidate dall'unno Uldino e dal visigoto Saro, inflisse una sconfitta decisiva al nemico nei pressi di Fiesole (23 agosto 406), precisamente a Montereggi vicino alle Caldine. Radagaiso abbandonò l'esercito e tentò la fuga portandosi dietro l'abbondante bottino; fu catturato e messo a morte presso Firenze (ndr).
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