Piccola
lode al ristorante fiorentino “I ragazzi di Sipario – dove niente è scontato”,
c/o Circolo Mcl, via de’ Serragli 104 http://www.iragazzidisipario.it
Agli Artigianelli di via de’ Serragli si
mangia bene. Poche chiacchiere, frugalità, sorrisi. Ordinazioni da effettuare
per iscritto tramite apposito menu. Non manca la gentilezza dei gestori del
locale, né la simpatia dei camerieri: ragazzi down, da anni ormai al lavoro
ogni giorno per servire ai tavoli.
In città il luogo è celebre. Si trova nel
cuore dell’Oltrarno, che è come dire Testaccio a Roma, Giudecca a Venezia, Spaccanapoli
a Napoli. O forse anche Kreutzberg a Berlino, il Marais a Parigi, la Plaka ad
Atene. Non so. In ogni caso è l’Oltrarno: ci visse Alphonse de la Martine, ci
vive Federico Maria Sardelli. Ci lavorano i “Ragazzi di Sipario”.
Un mio amico, Ivan D., sostiene che, a loro
modo, fanno anche della filosofia.
Per pranzare agli Artigianelli, infatti,
occorre un minimo di predisposizione spirituale. Si può infatti gingillarsi
quanto si vuole nel chiedere questo o quel piatto. Poi, occorre fare i conti
con la dura realtà.
E accettare con le buone o con le cattive “ciò
che la mamma ti mette nel piatto”, come dicevano i genitori di noialtri che
abbiamo passato i Quaranta (al tempo
nessun bambino poteva protestare, né alzarsi da tavola senza il permesso del
babbo, vale a dire: solo a fine pranzo). Ecco dunque che il mio amico Ivan,
(noi ragazzacci lo abbiamo rinominato
scherzosamente “il principino” perché è tutto ammodino) ordina un modesto contorno di patate arrosto, senza molta
fantasia.
Il giovane cameriere down degli Artigianelli
gli porge un meraviglioso piatto di coniglio al forno. Dev’esserci un
malinteso, osa pensare Ivan. “Veramente avevo chiesto le patate”, sibila a
bassa voce, preso dal timore di apparire scortese nei confronti del cameriere.
Il “ragazzo del Sipario” lo fissa negli occhi e fa: “Le patate son finite” e
gli allunga il piatto di carne.
A sua volta Ivan si perde negli occhi
“diversamente abili” del ragazzo down che lo sta servendo (i quali occhi sono
oggettivamente più densi di vita di quelli di Ivan). E prova a insistere
dolcemente: “Ma io, effettivamente, non voglio la carne, avevo chiesto delle
patate…”. Il cameriere lo guarda nelle pupille, tra l’impotente, l’iracondo e
lo strabiliato, e – proprio con la saggezza antica del babbo di Ivan, tanti
anni fa -, gli replica: “Le patate son finite…pace!”.
Ivan, stordito ma al tempo stesso ammirato,
non può che rispondere echeggiando: “…pace!”. Adesso è tutto chiaro. Era una
filosofia di vita che lo stesso principino Ivan aveva appreso tanti anni fa. Si
mangia ciò che passa il convento, che è cosa sempre sana, e serve ad abituarci
a ciò che è essenziale rifiutando il superfluo. E poi è più frugale, più bello
e più giusto. A Ivan torna in mente il suo babbo, che manca ormai da tanti
anni. Ma il cui spirito, sempre vivo, riappare ogni tanto sotto inattese
sembianze. Come quelle del piccolo cameriere down. Le patate son finite? Pace!
C’è la carne, e – diciamo la verità - è molto meglio!
Agli Artigianelli di via de’ Serragli si
mangia bene. Poche chiacchiere, frugalità, sorrisi. Ordinazioni da effettuare
per iscritto tramite apposito menu. Non manca la gentilezza dei gestori del
locale, né la simpatia dei camerieri: ragazzi down, da anni ormai al lavoro
ogni giorno per servire ai tavoli.
In città il luogo è celebre. Si trova nel
cuore dell’Oltrarno, che è come dire Testaccio a Roma, Giudecca a Venezia, Spaccanapoli
a Napoli. O forse anche Kreutzberg a Berlino, il Marais a Parigi, la Plaka ad
Atene. Non so. In ogni caso è l’Oltrarno: ci visse Alphonse de la Martine, ci
vive Federico Maria Sardelli. Ci lavorano i “Ragazzi di Sipario”.
Un mio amico, Ivan D., sostiene che, a loro
modo, fanno anche della filosofia.
Per pranzare agli Artigianelli, infatti,
occorre un minimo di predisposizione spirituale. Si può infatti gingillarsi
quanto si vuole nel chiedere questo o quel piatto. Poi, occorre fare i conti
con la dura realtà.
E accettare con le buone o con le cattive “ciò
che la mamma ti mette nel piatto”, come dicevano i genitori di noialtri che
abbiamo passato i Quaranta (al tempo
nessun bambino poteva protestare, né alzarsi da tavola senza il permesso del
babbo, vale a dire: solo a fine pranzo). Ecco dunque che il mio amico Ivan,
(noi ragazzacci lo abbiamo rinominato
scherzosamente “il principino” perché è tutto ammodino) ordina un modesto contorno di patate arrosto, senza molta
fantasia.
Il giovane cameriere down degli Artigianelli
gli porge un meraviglioso piatto di coniglio al forno. Dev’esserci un
malinteso, osa pensare Ivan. “Veramente avevo chiesto le patate”, sibila a
bassa voce, preso dal timore di apparire scortese nei confronti del cameriere.
Il “ragazzo del Sipario” lo fissa negli occhi e fa: “Le patate son finite” e
gli allunga il piatto di carne.
A sua volta Ivan si perde negli occhi
“diversamente abili” del ragazzo down che lo sta servendo (i quali occhi sono
oggettivamente più densi di vita di quelli di Ivan). E prova a insistere
dolcemente: “Ma io, effettivamente, non voglio la carne, avevo chiesto delle
patate…”. Il cameriere lo guarda nelle pupille, tra l’impotente, l’iracondo e
lo strabiliato, e – proprio con la saggezza antica del babbo di Ivan, tanti
anni fa -, gli replica: “Le patate son finite…pace!”.
Ivan, stordito ma al tempo stesso ammirato,
non può che rispondere echeggiando: “…pace!”. Adesso è tutto chiaro. Era una
filosofia di vita che lo stesso principino Ivan aveva appreso tanti anni fa. Si
mangia ciò che passa il convento, che è cosa sempre sana, e serve ad abituarci
a ciò che è essenziale rifiutando il superfluo. E poi è più frugale, più bello
e più giusto. A Ivan torna in mente il suo babbo, che manca ormai da tanti
anni. Ma il cui spirito, sempre vivo, riappare ogni tanto sotto inattese
sembianze. Come quelle del piccolo cameriere down. Le patate son finite? Pace!
C’è la carne, e – diciamo la verità - è molto meglio!
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