03/10/16

REPERTORIO DEI MATTI DELLA CITTA' DI LIVORNO (2)

C'era un meccanico di biciclette e motorini, che a tutti quelli che stavano lì ad aspettare che lui finisse il lavoro chiedeva: "Ma te quanti anni avevi quando eri piccino?"

C'era uno che portò le sue analisi del sangue al suo dietologo, che le lesse, alzò gli occhi e disse: "Lo sa, vero, che con queste analisi lei è già morto?"

C'era un vecchietto al circolo Arci di Villa Fabbricotti che quando giocava a tombola, appena veniva tirato su il primo numero, riempiva la cartella di fagioli e faceva tombola.

Tutte e 3 sono a pagina 28 del "Repertorio dei matti della città di Livorno", a cura di Paolo Nori, edito da Marcos y Marcos, 10 euro.

C'era anche uno che gli era preso di copiare diverse cose da un libro che non aveva scritto lui ma che si sentiva come se l'avesse scritto lui e le copiava lo stesso sul suo blog anche se sapeva che non lo avrebbe dovuto fare, ad essere proprio corretto. E poi non stava nemmeno a Livorno.


02/10/16

REPERTORIO DEI MATTI DELLA CITTà DI LIVORNO (1)

Chi mi conosce sa che ho una bella fissa per Paolo Nori.
Qui ha coordinato degli incontri organizzati dalla Scuola Carver di Livorno fra maggio e luglio del 2016.

Ho l'abitudine, e il gusto, di strapazzare i libri: per ritrovare con maggior agio le parti che mi sono piaciute faccio le "recchie" alle pagine.
Guardate in che condizione è il libro adesso che ho finito di leggerlo.

Ho trovato dopo poche pagine, esattamente a pagina 16, il primo matto livornese che fa proprio quello che faccio io:
"Uno andava sempre a tagliarsi i capelli da un parrucchiere vicino alla stazione. Tutte le volte entrava, si sedeva e diceva "Oh, mi raccomando me li devi taglia' che non si vede che me l'hai tagliati"."
Poi ne ho trovati anche altri.

01/10/16

AI WEIWEI CAMBIERA' FIRENZE?

Dopo Ai Weiwei Firenze non sarà più la stessa. Me ne sono convinto a vedere le reazioni che l'intervento dell'artista cinese ha provocato e continuerà a provocare fra i miei concittadini. Insomma quei gommoni si sono piantati nella gola dei fiorentini e hanno messo in pericolo la tranquilla respirazione da pennica post prandiale che da tempo immemorabile caratterizza il ritmo di questa città.

La precedente mostra di Palazzo Strozzi, quella sulla collezione di Peggy e Solomon Guggenheim, ha testimoniato come la Firenze del dopoguerra rigettò con sdegno e ribrezzo l'arte moderna proposta alla Strozzina dall'intraprendente ereditieria newyorkese spingendola ad andarsene e a trovare a Venezia quella casa italiana che andava cercando per le sue opere. Piero Bargellini scrisse allora che Peggy "invece di fare incetta di canini di varie razze o d'idoletti cinesi (...) ha messo insieme, con raffinato e perverso gusto, pezzi rari d'artisti cubisti, astrattisti, prunisti, simultaneisti, neoplasticisti, costruttivisti, suprematisti, dadaisti, surrealisti, neoclassicisti, primitivisti, e chi più n'ha, più ne metta".
E ancora: "In questi giorni, attorno a quel palazzo c'è chi urla scandalizzato e c'è chi gongola compiaciuto. Gli scandalizzati danno di provinciali ai gongolanti e i gongolanti danno di provinciali agli scandalizzati": porca miseria, sembra oggi!

Non sarà più la stessa, dicevo. Ma come sarà? La bava alla bocca con la quale hanno in molti gridato allo stupro del Rinascimento non farebbe aspettarsi niente di buono, ma per fortuna in molti hanno invece salutato i gommoni come una liberazione, un tangibile segno di un passaggio finalmente "libero" (come la mostra) verso acque (è proprio il caso di dirlo) più consone alle grandi capitali della cultura.

"Allievo" di Marcel Duchamp, Andy Warhol e Jasper Johns che apprezza e studia dal suo trasferimento negli USA nel 1981, a 24 anni, Ai Weiwei ha appreso da loro il gusto della provocazione che resterà la cifra stilistica e concettuale del suo lavoro.
Ai Qing, il padre, poeta, viene definito nel 1958 "triplo criminale" dal Partito Comunista Cinese e condannato ai lavori forzati. Spedito ai limiti nord-est del Paese a pulire le latrine può fare ritorno a Pechino solo nel 1976. Da lui Weiwei impara la determinazione, la costanza, la coerenza.

Il risultato di questo mix, ovvero l'arte di Ai Weiwei, è perfettamente rappresentata in quella che è la prima grande mostra monografica dell'artista cinese in Italia e che si apre con "Stacked", ossia 950 biciclette argentee montate in modo da formare un muro nel quale si apre un "portale" che fa da accesso al resto della mostra. "Forever" è la marca delle biciclette praticamente le uniche in circolazione durante gli anni della metà del secolo scorso, quelle bici che il piccolo Weiwei non aveva potuto avere. Un muro di argento, ingranaggi, catene e odore di gomma e grasso, un vero "environnement" che mette in gioco tutti i sensi. E un'importante citazione del "Ready made" con la "Ruota di bicicletta" di Douchamp del 1913 il cui altro elemento, il panchetto di legno, è citato poche sale più avanti in "Grapes", il fantastico grappolo che unisce ben 34 sgabelli.

Ai Weiwei è un narratore e come tutti i grandi narratori fa riflettere, sorridere e magari piangere: "Snake Bag" è fatto da 360 zainetti scolastici cuciti a formare un grande serpente che si distende sulla parete, "Rebar and Case" sono la copia in candido marmo dei tondini in ferro rinvenuti contorti nelle macerie nel Sichuan colpito, nel maggio 2008, da un forte terremoto, e le casse a forma di bara che li contengono. I materiali molto scadenti con i quali erano state costruite le scuole causano la morte di migliaia di studenti fra le circa 70.000 vittime del sisma. Ai Weiwei va sul posto e inizia un'inchiesta che rivela le responsabilità del governo cinese che cercherà di insabbiare tutto e cucire la bocca all'artista. Ma Ai Weiwei, si è detto, ha ben imparato la determinazione , la costanza e la coerenza e non si fa intimorire dal potere che prenderà a pretesto una presunta frode fiscale per cacciarlo in galera dove viene abbondantemente picchiato. In una delle pareti della stessa sala scorre un video che documenta la disperazione delle mamme dei bambini estratti morti dalle macerie e gli inutili tentativi di rianimazione, volevo commentare con chi mi stava accompagnando, non mi è stato possibile, la voce mi si è rotta.

"L'arte è politica" afferma Ai e lo dimostra col suo impegno: ogni sua opera trova origine nei soprusi anche personalmente subiti o nelle disperate condizioni degli abitanti della parte più povera e sfruttata del globo. Ed è il tema dei migranti uno degli argomenti sul quale lavora più intensamente negli ultimi anni come bene dimostra "Reframe", l'installazione dei gommoni che incorniciano le finestre del piano nobile del Palazzo. (http://giannicaverni.blogspot.it/2016/08/pesticciare-ai-weiwei-e-farla-franca.html).

E poi "Study of Perspective" ossia le 40 foto del dito medio di Ai sfoderato in un vaffanculo irriverente e senza appello contro i luoghi del potere (Piazza Tien An Men, la Casa Bianca, il palazzo del Parlamento finlandese e tedesco, ecc) ma anche contro simboli della cultura come la Gioconda, la Tour Eiffel e lo stesso Palazzo Strozzi perché non c'è niente di "sacro", che non vada ripensato.
La mostra è allestita in modo da far vedere ed apprezzare l'eleganza degli spazi del primo piano in un bel contrasto intenzionale con la "forzatura" dell'intervento così impattivo sulle due facciate del Palazzo. Nelle intenzioni dell'artista è ben chiaro lo scopo del suo lavoro: ti scandalizzo o comunque catturo con forza la tua attenzione perché ti incuriosisca e magari, anche solo per dare spago alla tua voglia di smascherare il "furbo" che tu credi o almeno sospetti si nasconda dietro la maschera dell'artista, ti viene voglia di approfondire, di andare a vedere. Mi pare che ci riesca in pieno.

La mostra è facile, saranno contenti gli scettici e i sospettosi: le didascalie piuttosto brevi ed agili facilitano la comprensione delle intenzioni dell'artista senza i tanti misteri e le ostilità che spesso caratterizzano l'arte contemporanea. Poi da questo ad amare le opere esposte ce ne corre, ma capire è un passo importante per sentirsi LIBERI.

Sono andato a vedere "Libero" il giorno dopo l'inaugurazione che non è mai il momento adatto per vedere una mostra. Voglio dirvi la cosa che mi ha colpito di più osservando i visitatori: davvero molti di loro erano orientali, insomma forse cinesi, certo orientali. E giovani. Mi sembra un bel segnale.

Una cosa mi ha lasciato perplesso: la visione di "Vases with Auto Paint", ossia gli effetti, va detto bellissimi, dell'immersione di antichissimi vasi neolitici in bidoni di vernice da carrozzeria distruggendone il loro valore artistico e storico intrinseco. Insomma, non so bene che pensare, ma in fondo a che serve una provocazione se non provoca magari perplessità?

Fino al 22 gennaio.

29/09/16

ERA SPARITA! SUL PERCHE' POI C'E' DA NON CREDERCI!!! di MISS HOLMES

Fare sesso è bello. Bellissimo. Fa bene alla salute, al cuore, alla circolazione, alla pelle. Assesta gli ormoni e mette il turbo ai neurtrasmettitori che migliorano l’umore. Fa perfino bruciare calorie. Praticamente la panacea di tutti i mali. Ve l’ho sempre detto, da che ho iniziato a scrivere qui. È divertente, sano, appassionante. 

Con il vantaggio che si può fare dappertutto e con sostanzialmente tutti (alla larga dai minorenni e ricordatevi sempre che “no” vuol dire “no”), avendo la minima, ovvia, indispensabile cura di proteggersi da malattie o gravidanze indesiderate.
E però, c’è un però. Per farlo bisogna essere almeno in due. E per quanto non si debba in alcun modo disprezzare la rigenerante pratica masturbatoria che nelle solitarie notti e nei letti vuoti ci permette di rilassare i muscoli o addormentarci più rilassate, devo confessare che avere un partner di ciccia davanti rende la faccenda completamente diversa.

Eppure, e forse il mio lungo silenzio dovrebbe suggerirvi qualcosa in proposito, può capitare anche alle missholmes, di sperimentare quella che con termine vagamente monastico, viene definita “astinenza”. Mesi senza battere chiodo, e scusate il francesismo.

A volte è perché perché quelli in cui ti imbatti non ti piacciono. Magari son bruttarelli e non compensano con l’intelligenza. Magari son bellini, intelligenti, ma bah, non quaglia la storia. Magari perché a quello che piace a te non piaci tu. Magari perché a te piace uno e a lui piaci tu, ma poi incidentalmente scopri che lui è uno psicopatico e non per dire, proprio sul serio. Magari il giorno dopo stai per riprenderti e sei tutta lusingata perché un altro ha fatto il diavoloaquattro per rintracciarti su facebook dopo un breve contatto visivo con la tua generosa ma ancora elegante scollatura e sarebbe anche esteticamente presentabile, peccato che spulciando il suo profilo viene fuori che è uno in fissa con i gruppi nazirock. 

E insomma ti viene il dubbio di attrarre tipi un filino troppo strani per i tuoi gusti e allora ti rintani in casa a interrogarti sul perché tutti a te.
O magari sei tu che non ha voglia. Che sei a posto così per un po’. Che proprio non sei dell’umore giusto, hai altro a cui pensare, hai ferite da curare o progetti che ti assorbono in modo così totale da far sì che la testa prenda il sopravvento. Che non vuoi accostarti ad altri corpi, né concedere quell’intimità in qualche modo inevitabile anche nelle onenightstand. Che non stai bene con il tuo corpo e hai difficoltà a mostrarlo oppure che ci stai così a tuo agio che per qualche tempo lo custodisci gelosamente e non riesci a offrirlo a nessuno che non sia tu stessa.

Ci sono tanti modi di attraversare questi momenti. Se il desiderio morde, non è semplice. Il rischio di fare scelte imbarazzanti sull’onda di necessità impellenti e trovarsi a calarsi dalla finestra di fronte alla scarsità dei mezzi dell’uomo in questione (mi è successo, con un tipo insostenibile) è altissimo. Per questo è sempre bene mantenersi almeno vagamente soddisfatte: un orgasmo prima di dormire aiuta, per evitare che l’ormone imbizzarrito ci porti come Furiacavallodelwest oltre staccionate che da lucide e serene non avremmo mai saltato. Ci sono in giro anche tanti meravigliosi sex toys: se non li avete, il mio consiglio è di comprarli. 

Potrete usarli poi anche con un partner, eventualmente. Ce ne sono di deliziosi, da scegliere con cura, nella massima discrezione della vendita on line se doveste in altri modi sentirvi in imbarazzo.

Invece, non fate docce fredde, a meno che vogliate rassodare chiappe e puppe: rischiate solo la bronchite. 

Magari andate a correre, che quello fa bene a tutto.

27/09/16

VISIONI OFF 2016: SEI FILM CON I LORO AUTORI

A cominciare con un bacio si fa sempre bene, secondo me.
E probabilmente anche secondo Gabriele Rizza che con Alessandra Sarri ha curato "Visioni off 2016", la rassegna che dal 28 settembre al 26 ottobre propone, allo Spazio Alfieri di via dell'Ulivo 6, sei film che hanno avuto poca o nessuna distribuzione a Firenze e non solo.
Ma la cifra della rassegna è la presenza ad ogni proiezione dell'autore che renderà particolarmente "golosa" la serata.
E si comincia domani, alle 21,30, proprio con "Un bacio", secondo film di Ivan Cotroneo che ci invita a un "tuffo senza salvagente nel mondo della scuola di oggi" raccontando di "un'amicizia difficile e complessa per sfuggire al bullismo, la sopraffazione, l'omofobia, la violenza non solo verbale".

Lunedì 3 ottobre è in programma "Mia madre fa l'attrice" di Mario Balsamo. Una madre 85enne e un figlio 53enne: "Il confronto è intrecciato, complicato, nervi scoperti, clamorosi non detti, anni di riserve, silenzi, incomprensioni. Balsamo affronta la 'questione' e accende un pentolone di rimandi psicanalitici che, senza scomodare Freud, possono trasformarsi in trappole".

Terzo appuntamento martedì 4 ottobre: "Pecore in erba". "L'esordiente Alberto Caviglia (32 anni) gioca d'azzardo e confeziona un mockymentary a suo modo unico nel panorama del cinema Italiano. L'umorismo di marca ebraica, l'irridente spirito yddish, le gag demenziali, convergono su Woody Allen, i Monthy Phyton, Sacha Baron Cohen".

"Antonia", opera prima di Ferdinando Cito Filomarino in programma martedì 11 ottobre narra della "vita di Antonia Pozzi, vissuta a Milano negli anni '30, figlia dell'alta borghesia meneghina, consacrata da Montale come una delle principali voci poetice del '900" che si toglierà la vita a 26 anni. "Personaggio affascinante, tragico, in conflitto con la sua epoca, soffocata dal perbenismo fascista, dal maschilismo accademico, dalla supponenza dell'ambiente letterario, dalle convinzioni e i conformismi".

Lunedì 24 ottobre è la volta de "Il traduttore", seconda opera di Massimo Natale che descrive "Andrei, studente rumeno, poliglotta, che frequenta un corso di specializzazione in lingue e letterature straniere all'Università di Roma". Un film che si interroga "sulle identità imperfette e contraddittorie che ramificano le cittadinanze nel mondo contemporaneo".

Infine, il 26 ottobre,  con "L'esercito più piccolo del mondo" Gianfranco Pannone ci svela molto sulle Guardie Svizzere, "i soldati del Papa, il corpo creato nel 1506 da Giulio II. Cosa significa indossare un abito del '500 ai giorni nostri? Far parte di un variopinto ma anche anacronistico corpo militare, in rapporto a una figura 'rivoluzionaria' come quella di papa Francesco?".
Visioni Off 2016 è proposto da Associazione Anemic in collaborazione con Fst Mediateca toscana e praticamente tira la volata alla 50 GIORNI del cinema che inizierà il 28 ottobre.
Tutte le proiezioni inizieranno alle 21,30, ingresso 6 euro, ridotto 5.
info 055 5320840, www.anemic.it.

12/08/16

PESTICCIARE AI WEIWEI E FARLA FRANCA

No dico, non so di dove fosse, so che parlava tedesco. E so che noi italiani sempre disponibili a vederci come i peggiori del mondo non l'avremmo mai fatto (sono troppo ottimista?).
Situazione: mostra di Ai Weiwei ("Traslocation - Transforfation") in calendario fino al 20 novembre al "21er Haus" (coinvolto anche il vicino "Belvedere"), a Vienna (http://www.21erhaus.at/). Sul pavimento della sala centrale, accanto alla ricostruzione dell'antico tempio risalente alla tarda Dinastia Ming che rappresenta il grande cuore della mostra, due installazioni una delle quali è "Teahouse", questa:

Un grande tappeto di foglie di tea disposte a terra e all'interno due casette di foglie di tea pressate. Bene il tipo vuole vedere da vicino le casette e non esita a montare coi suoi piedacci sul "tappeto" marrone meravigliosamente odoroso. 

Scatta immediatamente l'allarme, accorrono trafelati almeno un paio di addetti alla guardiania mentre un microfono saggiamente disposto sotto le foglie amplifica il rumore sinistro dei passi del tipo che stupit/do si guarda intorno non capendo il perché di tanta agitazione. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe non viene abbattuto sul posto, mi pare che non si scusi neanche tanto ma viene comunque perdonato.

Il titolo della mostra, "Traslocation - Transforfation", segnala come le persone, ma anche gli oggetti, vengano trasformati dalle espulsioni, le migrazioni, i voluti (e obbligati) cambiamenti di collocazione: il tema del necessario processo di riorientamento che segue le quotidiane tragedie delle migrazioni sappiamo essere il tema costante della vita e del lavoro di AI Weiwei. 
Se nella prossima mostra fiorentina a Palazzo Strozzi del 23 settembre, la prima antologica italiana dedicata al grande artista cinese, il segno distintivo sappiamo già sarà la teoria dei gommoni arancioni che faranno da cornici alle finestre del piano nobile, qui sono i 1005 giubbotti di salvataggio che galleggiano come fiori di loto ("F Lotus" è il titolo dell'installazione) nel laghetto barocco antistante la facciata posteriore del Belvedere di sopra, formando una grande F scritta in carattere gotico.
Ma si diceva che il cuore della mostra, curata da Agnes Husslein-Arco direttrice del Belvedere e del 21er Haus,  è senza dubbio l'installazione "Wang Family Ancestral Hall" che consiste nell'antico tempio risalente alla tarda Dinastia Ming accuratamente ricostruito. 
Alto 14 metri il tempio è formato da più di 1300 pezzi ed è presentato qui per la prima volta fuori dai confini cinesi. Diventò di proprietà della famiglia Wong i cui membri erano importanti mercanti di tea della provincia meridionale dello Jiangxi. Durante la Rivoluzione Culturale la famiglia fu espulsa dal paese e il tempio lasciato al degrado.
Ai Weiwei comprò la costruzione da un investitore e successivamente la inserì nel suo contesto artistico rimuovendone dunque l'originaria funzione e "traslocandola" nella sfera di un altro pensiero.
Un fattore decisivo nella scelta di esporre questo lavoro è stata la storia similare che lo accomuna con l'edificio del 21er Haus che nasce come padiglione espositivo dell'Austria alla Esposizione Mondiale di Bruxelles del 1958.
Progettato da Schwanzer, che ricevette il Grand Prix d'Architecture per il suo progetto avveniristico e tecnicamente all'avanguardia, il padiglione avrebbe dovuto essere poi distrutto dopo la fine della manifestazione in Belgio. Fu invece smontato in ogni sua parte, rimontato a Vienna e destinato a diventare il museo di arte contemporanea che oggi conosciamo.
Sempre sul tema del tea, oltre all'installazione proditoriamente calpestata, è disposta sul pavimento anche "Spouds" (beccucci), ossia un'installazione composta da un grande "tappeto" di beccucci, appunto, di antiche teiere cinesi di porcellana.

Intorno al laghetto barocco del Belvedere superiore c'è "Circle of Animals / Zodiac Heads", un insieme di 12 teste in bronzo dallo zodiaco cinese. Ogni testa di animale, del peso di circa 500 kg, è sorretta da un palo alto tre metri. Con questo lavoro, Ai Weiwei si riferisce alle teste di animali in bronzo dell’orologio ad acqua che sorgeva al Palazzo imperiale d’Estate di Yuanming Yuan a Pechino. L’orologio ad acqua faceva parte della fontana, che consisteva di 12 figure con teste umane e animali – e che ogni due ore produceva un getto d’acqua. Le truppe francesi e britanniche hanno distrutto l’intero palazzo nel 1860, alla fine della Seconda guerra dell’oppio.
Numerosi tesori, tra i quali le teste di bronzo, sono stati rubati e sparsi in tutto il mondo. Una volta scoperti, la restituzione degli originali dal valore inestimabile è diventata una questione politica. A tutt'oggi, cinque sculture risultano ancora disperse. Ai Weiwei, invece di limitarsi a fare una copia degli originali, ha scelto di rielaborarli, dandone un’interpretazione  monumentale: volutamente ha posto le teste in cima a dei pali, come trofei “decapitati” dai loro predatori europei.
Infine sulla scala del Belvedere Superiore, Ai Weiwei ha appeso le delicate sculture realizzate a mano nello stile degli aquiloni tradizionali cinesi. Sottili barre di bambù formano il telaio e sono ricoperte di seta. La figura è una rappresentazione delle tante creature mitiche dello "Shanhaijing", la più antica raccolta registrata di mitologia cinese.

28/07/16

LE CONFESSIONI DI UN GRIMPEUR MANCATO (1) di Gianni Caverni

Lo vuoi un p...ino?




Ma dove vai bellezza in bicicletta,
così di fretta pedalando con ardor.
Le gambe snelle, tornite e belle,
m'hanno già messo la passione dentro al cuor.
Ma dove vai con i capelli al vento,
col cuor contento e col sorriso incantator.
Se tu lo vuoi, o prima o poi,
arriveremo sul traguardo dell'amor.
Se incontriamo una salita,
io ti sospingerò
e stringendoti alla vita,
d'amor ti parlerò.
Ma dove vai bellezza in bicicletta,
non aver fretta, resta un poco sul mio cuor.
Lascia la bici, dammi i tuoi baci,
è tanto bello, tanto bello far l'amor.
Quando a primavera per le strade
passa il Giro gridan tutti ai corridor:
Dai, dai, dai, dai, dai, dai!
Dai, dai, dai, dai, dai, dai!
Ma se una maschietta
in bicicletta passerà
vedrai che ognuno, là per là,
la testa girerà e allegro canterà:
Ma dove vai bellezza in bicicletta,
così di fretta pedalando con ardor.
Le gambe snelle, tornite e belle,
m'hanno già messo la passione dentro al cuor.
Ma dove vai con i capelli al vento,
col cuor contento e col sorriso incantator.
Se tu lo vuoi, o prima o poi,
arriveremo sul traguardo dell'amor.
Se incontriamo una salita,
io ti sospingerò
e stringendoti alla vita,
d'amor ti parlerò.
Ma dove vai bellezza in bicicletta,
non aver fretta, resta un poco sul mio cuor.
Lascia la bici, dammi i tuoi baci,
è tanto bello, tanto bello far l'amor.
Ma dove vai bellezza in bicicletta,
così di fretta pedalando con ardor.
Le gambe snelle, tornite e belle,
m'hanno già messo la passione dentro al cuor.
È tanto bello far l'amor!

Così Marcello Marchesi nel 1951. Pur consapevole che "l'uomo di mezz'età" certamente non si riferiva a me, durante le mie girate in bici me la canto sottovoce. In pianura, s'intende.
Sì perché io mi dico che sono un "passista" e magari sono anche disposto a crederci e fanno finta di crederci anche gli amici con i quali condivido le girate e soprattutto i viaggi su due ruote che facciamo in 3/4 giorni ogni anno a fine estate. La verità è che sono una vecchia schiappa che si pianta sui pedali al più piccolo dislivello, tipo un normale cavalcavia cittadino (come quello dell'Affrico).

Insomma per me la salita è una vera sofferenza, ma proprio vera! Vi racconterò qualche episodio di un uomo con un pessimo rapporto coi dislivelli, almeno quelli in sù, perché quelli in giù vado che è una bellezza!

Maremma, la strada che porta da Follonica a Castiglione della Pescaia: il patire comincia al bivio per Punta Ala.

Dicono che il Mont Ventoux, chiunque abbia seguito in TV il Tour sa di cosa parlo, spaventi perché la salita si vede tutta e non ci sono margini per le illusioni. Ecco, senza troppo scomodare “il gigante della Provenza”, anche la salita dopo il bivio si mostra tutta e a me ogni volta mi sembra che non sia poi così carogna e l'affronto da ottimista. Ma dopo poche centinaia di metri ho già messo la moltiplica più piccola ed il rocchetto più grande e, anche psicologicamente, non ho altre risorse tecniche.

Lo so, perché lo so, che poi non è vero che la salita si mostra tutta: c'è alla fine una curva a destra che svela ancora un buon pezzo di agonia da superare prima di arrivare al piccolo tunnel in cima pronto a regalare il sollievo di una bella e lunga discesa.
Ecco, quasi in cima, ma quel quasi si fa presto a dirlo e malissimo a farlo, ci sono degli slarghi alberati lungo la strada, come delle aree di sosta.
Anni fa, ora non capito più da quelle parti, in quelle aree di sosta stazionavano in attesa di clienti alcune ragazze nere armate di ammiccanti hot pants e vertiginose zeppe ai sandali.

Avete presente un “ecce omo”? Sudato fradicio, rosso peperone in viso, incerto fra la prossima stentata pedalata e il suicidio, inevitabilmente di cattivo umore, schiacciato dai furibondi raggi di un sole spietato.

Con passo lento mi affianca, forse chiedendosi quale bizzarra legge fisica mi tenesse ancora in equilibrio sulla bicicletta, una di quelle ragazze, carina direi per quanto la mia vista fosse appannata. “Lo vuoi un p...ino?” mi dice. Inutile dire che io non avrei potuto rifiutare la proposta solo accelerando la mia andatura, e mi vedo costretto a racimolare l'ultimo mio fiato residuo per risponderle, perché non sono razzista e voglio che sia chiaro a tutti.
“Ma ti sembro in condizione? Sto per morire, non lo vedi?”
“Ti fermi ti faccio un p...ino, ti riposi e poi riparti”. Che carina! Ma rifiuto la proposta scuotendo la testa, di fiato non ne ho proprio più.
Raccolgo le ultime forze e continuo la corsa (si fa per dire) alla rutilante velocità segnalatami dal contachilometri sul manubrio che, forse imbarazzato, alterna i 4 chilometri all'ora allo 0.
Come dio volle raggiunsi il tunnellino, fresco d'ombra e di speranza nella discesa rigeneratrice di autostima ciclistica. Chissà come si chiamava.


Se incontriamo una salita,
io ti sospingerò
e stringendoti alla vita,
d'amor ti parlerò.