15/10/13

CANTANO E SUONANO di Barbara Dardanelli

Oggi la maestra dell'asilo dell'Adele mi ha fermato chiedendomi che lavoro facessi, perché alla stessa domanda l'Adele aveva risposto “la mia mamma lavora con quelli che cantano e suonano”. La cosa può risultare spiazzante, perché può voler dire tante cose, in effetti spiegare all'Adele nello specifico che lavoro faccio, è estremamente complicato, visto che a mala pena ancora  sono riuscita a spiegarlo ai miei genitori. Comunque lei alla fine ha saputo sintetizzare bene, anche perché circondata com'è di note, un'idea se la deve essere fatta da sola.

Il primo concerto che ha visto l'Adele è stato quello di Bobo Rondelli, aveva 10 mesi e in piedi sul passeggino batteva le mani entusiasta, urlava e partecipava a una festa. Con una caparbietà curiosa, ha chiuso gli occhi solo una volta risalita in macchina. Certo, il primo concerto se togliamo quelli che ha sentito da dentro la pancia.
Quando era piccolina per addormentarla le cantavo “Insonnia” dei Virginiana Miller.


La prima canzone che ha imparato è stata “Cuccurucucu paloma”, non ne uscivamo, la dovevamo mandare in loop almeno per mezz'ora di fila. La prima foto che si è fatta con un cantante, è stata con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, lei aveva sonno ed era un po' indispettita, ma lui ci ha abbracciato come fosse una cosa bella davvero, non solo per noi e allora poi l'Adele gli ha dato anche un bacino.


In casa nostra ci sono sempre un sacco di riviste musicali, ma lei è sempre stata attratta da un vecchio numero di Rumore che in copertina aveva Paolo Benvegnù, ecco lei Benvegnù lo riconoscerebbe tra una folla di un miliardo di persone.
 
 
Tutte le sere poi, è rito ormai da sempre, che dopo mangiato andiamo in salotto e facciamo suonare la musica e lei balla, e noi con lei, come se il resto della giornata rimanesse lì sospeso, in attesa di quell'epilogo che per forza di cose, diventa il più bello che si possa immaginare. Questo per dire che l'Adele è circondata, un po' anche per forza di cose, dalla musica, dalla musica dei grandi. Questo non preclude l'ascolto delle canzoni dei bambini, mica siamo “torturatori” noi, lo sappiamo che un “Caffé della Peppina” o un “Volevo un gatto nero” sono necessari a quest'età, forse più di “Lullaby” dei Cure. Però io credo nell'imprinting. Ci credo perché io sono la prova che con me ha funzionato. A casa mia quando ero piccolina, sul piatto del mio babbo suonavano cose veramente belle. Dalla, De André, Guccini, Battiato, Deep Purple, Rolling Stones, Genesis, Pink Floyd.


 Che c'entra, tutto questo, arrivata a 13 anni, non mi ha protetta da Masini, il quale chiesi con forza di andare a vedere al Palazzetto dello Sport. Ma comunque quando la maestra di musica delle medie ci chiese di portare un testo a nostro piacere da analizzare, io portai, totalmente inconsapevole di cosa parlasse veramente, “Alexander Platz” di Battiato.
 
 
Non ho paura dunque di pensare che, arrivata a una certa età, l'Adele mi chiederà di portarla a vedere i Modà di turno, è una tappa necessaria anche quella, perché comunque io sono consapevole dell'imprinting che gli abbiamo dato.  Quello vince, vince sempre su tutto alla fine, basta avere la pazienza di aspettare.    
 

14/10/13

SENTI SENTI, GUARDA GUARDA di Gianni Caverni

Son diventati tutti renziani e il sospetto che sia un frenetico saltare sul carro del vincitore non è nemmeno più un sospetto. Ma ... senti senti, guarda guarda ... Matteo ha iniziato la sua campagna elettorale per la segreteria del PD a Bari. Incravattato, ingiaccato, ha sferrato il suo attacco contro indulto e amnistia, contro Napolitano. Va bene, non lo so, non so come la penso, se la penso, sul sovraffollamento delle carceri, ma insomma a me, sempre che non mi riguardi, mi stanno più simpatici i ladri. Per dirla con Mimmo Locasciulli

Sto dalla parte dei ladri
Che stanno dentro perché l’hanno traditi
Che fanno finta che si sono pentiti
Però ci basta uno sguardo e già ci siamo capiti.

(http://www.youtube.com/watch?v=VaIcrMGzXms)

ma erano altri anni, molti, troppi, anni fà e i ladri allora erano persone per bene!

Insomma, Renzi parla a Bari e cammina sul palco col microfono in mano e io lo guardo distrattamente ... ma c'è qualcosa di familgliare ma anche di strano in quelle immagini.

magari mi sbaglio ma quell'immagine sul palco ...

si si, no no, non mi sbaglio

birbante di un Renzi, non si può nemmeno dire che non sia stato chiaro!

Quell'immagine vale più di tante parole!

Si tratta di una dotta citazione, ma l'originale è questo:

cioè una delle più belle opere di El Lissitzky (Lazar' (o Eliezer) Markovič Lisickij), stampato nel 1920 per l’Armata Rossa. Il titolo? "Il cuneo rosso spezza il cerchio dei bianchi" e si riferisce allo scontro fra i bolscevichi (rossi) e gli oppositori al potere nato con la rivoluzione di ottobre nella guerra civile russa che si protrasse fino al 1921, quando i rossi infine vinsero. Insomma El Lissitzky aveva ideato e realizzato un manifesto per incitare alla vittoria dei bolscevichi sui "controrivoluzionari" bianchi.

Solo che a ben guardare sul palco di Renzi, che sempre ha valorizzato il ruolo delle immagini nella battaglia politica, i colori sono invertiti, proprio così. E' il cuneo bianco che penetra in profondità nel cerchio dei rossi spezzandone la compattezza. Come dire che i bianchi, ex democristiani, ex Margherita, hanno il compito di farsi un varco e prendere la testa del centro sinistra sconfiggendo, disperdendo, smembrando quella che a suo tempo Occhetto chiamò (e mal gliene incolse) "la gioiosa macchina da guerra", di prendere cioè il sopravvento su quello che, comunque decida di chiamarsi, è nato dalle ceneri del PCI.

Più chiaro di così!?

INSTABILI di Gianni Caverni

L’arte è politica. E’ questo l’assunto che sta alla base, da quando è nata la Fondazione Palazzo Strozzi, di tutta l’attività espositiva del CCC Strozzina fin dall’inizio sotto la direzione di Franziska Nori. Politica nel senso di impegno civile, denuncia, e tutto quello che ha ben poco a che vedere coi partiti ma molto coi modelli di vita e di consumi, con la violenza, lo sfruttamento. Per quanto mi riguarda sono così d’accordo che ogni volta che qui si apre una nuova mostra ho molta curiosità e francamente non sono mai rimasto deluso. Tantomeno questa volta. Il mondo che avevo imparato a conoscere attraverso gli atlanti delle scuole che ho fatto io è cambiato, come è ovvio: “Territori instabili” è il titolo sotto il quale Walter Guadagnini e Franziska Nori hanno raccolto 10, fra artisti singoli e gruppi, che raccontano dei luoghi resi instabili da guerre intestine, da guerre di confine, molto, troppo spesso, da guerre sconosciute, ma anche da differenze sociali enormi, sempre più difficili da nascondere, o comunque da altre forme di instabilità, collettiva e/o individuale.
Non c’è confine senza filo spinato e uno dei 2 video di Sigalit Landau, israeliana, narra di un confine, quello fra gioco e dolore, fra sanità e pazzia, attraverso l’autotortura di un hula hoop di filo spinato.
 

Jo Racltliffe, sudafricana, documenta con fotografie in bianco e nero i segni lasciati da una guerra di confine combattuta da truppe angolane, namibiane, sudafricane e cubane fra la metà degli anni ’60 e la fine degli ’80 in una zona praticamente desertica dell’Angola.
Di Tadashi Kawamata ho già scritto (http://giannicaverni.blogspot.it/2013/10/le-capanne-di-tadashi-kawamata-di.html) in occasione della prima sua installazione sulla facciata di Palazzo Strozzi: due sono le altre, una nel cortile ed una proprio dentro la galleria: quest’ultima ha una grande forza evocatrice essendosi ispirato l’artista alla tragedia dello tsunami.
 

Adam Broomberg, sudafricano, e Oliver Chanarin, del Regno Unito, hanno lavorato sul tema della costruzione reale e simbolica del territorio, dove il falso si confonde col vero: in Mini Israel, il video che riproduce la ricostruzione mobile della vita in Israele nella quale mancano le cose più imbarazzanti come il muro e in cui gli arabi vengono rappresentati solo mentre praticano la pastorizia o pregano.
 

Dell’irlandese Richard Mosse l’installazione video con 6 grandi schermi sui quali passano le riprese realizzate in Congo, con una pellicola ad infrarosso inventata negli anni ‘40 a scopi militari, intorno a una guerra sconosciuta che oppone il governo centrale a una serie di milizie locali.
 

“Loophole for All (Scappatoia per tutti)” è l’installazione di Paolo Cirio che illustra come fanno migliaia di aziende a sfuggire alle leggi fiscali del proprio paese e suggerisce come chiunque possa facilmente godere dell’evasione fiscale frutto della complicità delle isole Cayman e di altri paradisi fiscali attraverso un complesso sistema di passaggi successivi.
 

Kader Attia propone specchi rotti e ricuciti con il fil di ferro, per quanto mi riguarda trovo il suo lavoro il meno interessante di tutta la mostra.
Zanny Begg & Oliver Ressler hanno qui un video/documentario con una serie di interviste sul tema del valore, se ne ha ancora, della parola cittadinanza con l’affermarsi della globalizzazione.
 
The Cool Couple, coppia di artisti italiani (Simone Santilli e Niccolò Benetton), raccontano attraverso fotografie e documenti la particolarissima e sconosciuta storia della Carnia durante la fase finale della Seconda Guerra Mondiale, quando fu invasa e occupata da più di 20.000 cosacchi alleati dei nazisti.
 

Infine è di Paulo Nazareth l’insieme di appunti, fotografie, video, oggetti, volantini, manifesti coi quali testimonia degli interventi performativi fatti durante i suoi lunghi viaggi fatti a piedi, più precisamente del viaggio che dal Brasile lo ha portato(a piedi, insistiamo) a New York.
 
 

12/10/13

C'E' MOLTA CRISI

 

Per un giorno e mezzo non si è potuto mettere nulla di nuovo in Inganni Veraci. Il motivo è che non avevamo pagato una bolletta del telefono, ma si badi bene, non perché ce ne eravamo dimenticati! D'altronde la crisi dell'editoria a tutti i livelli mica è una favola! Si ricomincia.

PS: la giacca e la cravatta erano in prestito.

10/10/13

PANCIA E CARMA di Sara Rados

Napoli è una città mercuriale. Me l’ha detto la mia amica Gianna: una genovese con gli occhi di ghiaccio e il sorriso caldo, perennemente in viaggio. Non siamo sedute in una semplice pizzeria, siamo da Fefè a quartiere Materdei: siamo dentro un impasto di odori, quadretti rossi e bianchi, tavole e voci della Sanità Napoletana. Ho incontrato Gianna tra la polvere e il solleone che andava via verso le sette, le sette e mezza.
Ma andiamo per gradi.
 
Secondo la pratica Ayurvedica del "Pancha Karma", per superare un momento buio dal punto di vista psicofisico, con conseguente aggravamento dei "dosha" (grossomodo i punti vitali del corpo) , bisognerebbe effettuare un trattamento palliativo d’una certa durata (dalla settimana ai sei mesi di tempo) composto da: detossificazione preliminare, affiancata da "Shnedana", applicazione di olii che puzzano di buono, e "Svedana", vapori vari -credo- da inalare. Poi c’è la terapia del vomito, quella delle purghe, e applicazioni nasali d’erbe, pulizia del sangue...
 
Secondo il mio personale "Pancia e Carma", empiricamente collaudato e dunque, di non minore pregio rispetto ai rimedi dell'antica e venerabile medicina Ayurveda, la miglior cura per uscire da un momento buio dal punto di vista psicofisico è andare a cena da Fefè a Materdei.
La giornata che prepara a una cena così, è lunga, e ha un suo copione . 
Bevo caffè molto lungo, amaro e aspetto. "Aspettare", in controtendenza, il mio verbo, quello che pervade l'aria del primo mattino: alzarsi e sdraiarsi, poi rialzarsi e sdraiarsi ancora, trincerata in stanza, nell’attesa che la coinquilina, generosa vulcanica neomamma lucana, abbia finito di roteare per casa come una "palla-pazza-caricata-a-salve-per-domande".
Prediligo letture elementari al mattino, mentre temporeggio nell'inefficenza: meglio di tutto? Mi affumico nella noia di un qualche catalogo del supermarket. Poi vado in bagno, faccio una doccia veloce, calda: regredisco alla placenta da cui tutto è partito, e ruoto improvvisamente tutta la manopola verso il blu: pure le grandi dame dell’ottocento si lavavano così, con l’acqua ghiacciata, per conservare la pelle giovane e bellissima, lanciando piccoli costanti urletti di fastidio e piacere.
 
Mi asciugo con l’accapatoio, ma senza metterlo, in modo rozzo ma abile, e corro indietro in mutande verso la meta: la mia stanzetta ,sempre quella, stando attenta a dribblare "palla-pazza", "suocera-di-palla-pazza-che-gira-in-cucina-sugo-arancione", e "amica-di palla-pazza-che-fa-la-spola-tra-il-corridoio-e-la-stanza-dei-giochi" di "figlia-di-palla-pazza", che a intervalli regolari piange, tra una carica del carillon e l’altra. Una mattina come tante, la versione iperrealista di "Campo Minato".
 
Indosso pantaloni puliti della tuta, calzini appena presi dallo stendino, ma spaiati, e maglietta speciale.
Chi non ha una maglietta speciale?
Solo dopo un preludio del genere riesco a uscire.
Memore dei consigli ayurvedici mi allungo fino ad un erboristeria specializzata del centro. Ci passo dentro tutto il pomeriggio. Dopo un' analisi accurata di merce e prezzi, decido quindi d'acquistare una saponetta emolliente che armonizza il quinto chakra, per il modico prezzo di diciassette euro e venti.
Esco dal negozio, e ho l'impressione che nonostante la saponetta il mio plesso solare si senta sempre peggio. Strano, perchè dicono che a volte il solo pensiero di avere in tasca la medicina giusta  ci faccia già mezzo guarire. Ma forse le saponette non vanno annoverate tra i medicinali.
Giro l’angolo e mi dirigo così verso l’ospedale di zona, perchè ho il fiato chiuso, un fiato blu come il mare profondo, tutto chiuso in faccia, e l'immaginario brusio d'una pentola a pressione accompagna come letale colonna sonora il mio novello, possente, inconfondibile, puntualissimo, attacco di panico. E' la claustrofobia accumulata dentro quell'angusta bottega, tutte quelle ore.
Aspetto seduta e sudata, le scarpe slacciate, s'una seggiola rotta dell'ospedale. Una volta qualcuno mi ha detto che se hai un attacco di panico devi prima trattenere il fiato, incamerando tutta l'aria, poi devi fare una serie di respiri tutti uguali, regolari e ben coordinati. Peccato che una tale abilità non ce l'hai mentre pensi che stai per impazzire, o morire, o tutte e due le cose insieme. E' mentre penso così che mi appare una psichiatra riccia che sorride, sorride, è giovane e sorride. Le dico:
"Ho l’ansia".
 
Lei dice: "Signorina, noi qui trattiamo solo casi gravi, gravissimi, che a vederli aggraverebbero ulteriormente il suo stato confusionale. In alternativa posso fornirle un referto medico che la esima dal lavoro per cinque giorni. Lei ha un lavoro?",
"No"
"Le posso fare una punturina signorina se vuole, la vuole?"
"No"
"Lei ha la faccia stanca, signorina, sciupata. Da quanto tempo non mangia?"
"Da ieri a pranzo, mi sembra."
"Signorì, vada a farsi una pizza."
E' un portantino che ci passa accanto a pronunciare, perentorio, la sentenza. La psichiatra annuisce, sembra d'accordo.
 
"Era appunto quel che avevo in mente, andare da Fefè a Materdei, signori" immagino di rispondere. Ma taccio, troppo intimidita dagli occhi spiritosi del portantino, e da quelli tutto d'un tratto severi della psichiatra.
E mi incammino, di nuovo. 
All’ottanta per cento, secondo oscure leggi del destino, incontrerai un’amico che ti accompagnerà nell’impresa, perché, per oscure leggi del destino, incontri sempre qualcuno che conosci che sta andando da Fefè a Materdei, mentre ci stai andando anche tu.
Sei comunque munito di grandi cuffie, cruciverba e fumetti, in caso non incontrassi proprio nessuno, e dovessi finire da solo al tavolo. Hai comunque il tuo paio d’occhiali scuri, e la tranquillità sudata, eccellente, dello sguardo nascosto sotto, accoccolato tra i postumi del giorno prima ancora.
“Buonasera", Gianna sorride, e attacca col suo bollettino astrale. Ha una passione per l’oroscopo, riesce a infilarlo dappertutto. Siamo governate dallo stesso segno io e lei, Mercurio: ma lei è Gemelli, io Vergine.
Viaggio esteriore e viaggio interiore, dice lei. E in effetti, anche se a queste cose non ci credo, Gianna è dinamica, ha fatto il DAMS Gianna, e passa le giornate a roteare per Napoli, ottantunesima tappa circa di tutte le città cambiate negli ultimi cinque anni, per lavori tipo “laboratorio teatrale espressivo per bambini molto sensibili e molto difficili diciamo anche difficilissimi”, cameriera, “stagista presso importante azienda di management dello spettacolo su strada, traverse, quartieri bui”, cameriera, “addetta a macchinetta del caffè e crisi isteriche delle rockstar presso importate agenzia musicale”, cameriera.
Io chiaramente sono quella dei viaggi interiori. Anch'io ho fatto il DAMS, ma solo per vedere un sacco di film chiusa in casa con la scusa che sto studiando. Non per niente mi muovo poco negli ambienti che contano, e non sono un tipo socievole. Se esco, non esco dunque per ragioni mondane, e quando esco lascio a casa la testa. Vado a camminare di mattina prestissimo su strade poco battute e, non chiedetemi perché, ma mentre il passo si velocizza comincio a cantare "Alla Fiera dell'Est" di Branduardi, ritrovando cosi’ in un attimo il senso della vita, basato a mio avviso sul concatenarsi avanti e indietro di eventi come morsi, bastoni,macellai.
 
“Fefè?” Gianna ha un incantevole cappellone di paglia a tesa larga.
“Chiaro, Fefè, ma prima devo fare una commissione."
Il farmacista di via X è un vecchio magro e giovanile a cui per oscuri motivi faccio simpatia: non come la sua collega, pienotta ma ginnica giovane rosea, che mi odia, in modo evidente. Fors'ella non ritiene ragionevole che una ragazza come me ciondoli in fila paziente, lo sguardo perso chissà dove, con la sua maglietta speciale e i calzini spaiati che anche se non si vedono si intuiscono, e chieda, ricetta alla mano, il solito, imbarazzante, stabilizzatore dell’umore.
 
La psichiatra materna e sorridente prima che me ne andassi mi ha prescritto le medicine, quelle che prendo di solito.
 
Ieri Entact era finito. Per questo l’autosuggestione s’è impossessata di me come un demone tibetano, e mi sono messa a pensare al bel sassofonista che non fa più parte della mia vita, e a fare tutte  quelle cose, come bere come un caprone tutto il giorno, e non mangiar nulla, e imprecare, imprecare, imprecare contro la verve codarda e mangiafemmine dei bei sassofonisti.
 
"Credo interromperò lo stabilizzatore dell’umore", penso mentre sono in fila: "E' il cuore, infondo, che mi fa male, il cuore. E l'intestino. L'intestino decisamente, anche più del cuore"
Quand'è il mio turno il vecchio farmacista giovanile intuisce subito, e dopo aver dato un'occhio veloce alla ricetta fa: "Ha bisogno d'altro?" come avesse davvero capito tutto, come Babbo Natale che ti osserva da lontano tutto l'anno senza che tu te ne accorgi e sa proprio tutto di te.
 “Vorrei pillole, pillole per...ecco, mi sento tutta indolenzita qui al centro, sa...dicono sia il quinto Chakra"
Pochi gesti sicuri e nessuna parola: una confezione gialla e verde di pillole per l'intestino è già nelle mie mani. Altro che saponette.  Gianna intanto si è persa con lo sguardo nel reparto dieta, dentro a un paesaggio sconfinato di pancere contenitive e biscotti integrali senza grassi idrogenati. La prendo per un braccio, e finalmente usciamo, andiamo.
Da Fefè, non ho mai capito chi sia Fefè, ma tutti sanno per certo che ci sarà sempre una signora bionda con un camice rosa da Barbie-bidella sul suo trono, la cassa, e dietro ci sono mille foto d’epoche diverse in cui lei appare sempre, in compagnia di svariate star come Maradona, Marcella Bella, i Ricchi e Poveri, Raoul Bova. Da Fefè devi aspettare il tuo turno col bigliettino col bigliettino in mano. Ma poi devi essere sveglio, scaltro, appena ti chiamano. Perche’ c’è lui, Kung Fu Panda, addetto a roteazione aerea dell'impasto, che afferra gli ordini come fossero palle da baseball incandescenti: “Uagliù! Due margherite-due moretti-quattro crocchè-grazie”.
A fare l'ordine ci pensa Gianna: io cerco il tavolo. Poi mi verso un bicchiere di birra, per le pillole. Ci mangio su pure un crocchè e una fetta di marinara, offerti dalla signora bionda, che dice che non si prendono le medicine a stomaco vuoto. Da Fefè sono gentili e ragionevoli. Per questo mi sento già un po' guarita.
Pare che tutto migliori a vista d'occhio. Pare.
Ma ecco. Pochi palmi piu' in là lo vedo: bello come il sole, alto, sexy, vestito come un giovane pirata. Lui, il bel sassofonista, occhi azzurro-grigi, il suo charme antipatico, e una scialba groupie al suo seguito.
 
Il mio è un odio stupefatto.
Lui. Lei.
E così arriva, maestoso, fragoroso, con le sonorità d' una caverna buia, secolare e misteriosa,  nell'odore pungente della pommarola e dell'olio fritto: un enorme rutto infrange il chiasso del locale, che tutto d'un colpo, si spegne. E tace. Pam. Anzi, "Burp". Marcella Bella, i Ricchi e Poveri, Raoul Bova e Persino Maradona mi osservano attoniti dalle foto sbiadite più in là.
"Burp". E nient'altro.
L'effetto delle pillole per l'intestino mischiate alla birra, penso. Lui si dispiace, lui si gira e se ne va, e la sua groupie lo rincorre, disorientata.
La pizza da Starita è squisita. Per non parlare dei crocchè. Io ve la consiglio.
E il "Pancia e Carma", anche a 'sto giro, ha dato i suoi frutti.
 
 

07/10/13

NELLA TERRA DELLA CLASSICITA' E DELLA CRISI CONTEMPORANEA di Mara Amorevoli

Estate in Grecia. Mare, svago, sfondi con pallide colonne di marmo.
In barba alla crisi, siamo tanti ad essere appena tornati da una
vacanza in un’isola greca. Ancora lì a scorrer  foto e raccontare
tramonti color sciroppo. E comunque ognuno di noi, non (o poco)
precario, ha avuto almeno un’estate in Grecia.
Ma l’Estate in Grecia (Chiarelettere) che ci racconta Giuseppe
Ciulla, affermato giornalista e autore televisivo, non è un resoconto
di vacanze nella terra della classicità e della crisi contemporanea.


 E’ la cronistoria di un viaggio diverso, scomodo e attualissimo.  Nasce
dalla voglia di capire. Di andare a vedere e indagare esistenze,
resistenze, volti di uomini e donne. Ciulla si intrufola tra i greci,
“i primi europei della storia”,  sale sui loro bus, treni, traghetti.
Viaggia, beve e mangia con loro al kafenio e alla taverna, cerca
complici, provoca riflessioni pensieri storie personali. Interroga,
ascolta, annota. E non trascura la poesia, lo sguardo sulla natura, gli
echi omerici di lingua e paesaggi. Ne emerge la fotografia di gente
tutt’altro che rassegnata. Di un popolo che si rimbocca le maniche, che
con generosità accoglie,  spiega, onora la propria memoria
(“philotimos”). Ricorda la diaspora, l’esodo, la perdita.  Sa da dove
viene e, sia pure con difficoltà,  sa dove andare. Non sa dove lo
poterà l’Europa.


Il viaggio del cronista macina 4 mila chilometri,  tocca
Igoumenitsa e  Orestiada, passando per Atene e Salonicco. Sale su Monte
Athos tra i monaci e osserva il loro Dio, scende nel Peloponneso tra
chi vive in un altro mondo e modo possibile, torna ad Atene e cerca il
Bisanzio.  Quello che resta del “sentimento di Bisanzio” . Perchè per
capire ha bisogno della Storia.  E si perde. Come tutti quelli che
cercano di capire i greci, viaggiando oggi nella loro terra chiusa da
monti e mare. Siamo tutti senza più Olimpo.


All’inizio del viaggio Ciulla sembra avere una direzione
precisa. Verso i confini dell’Europa. Alle porte d’Oriente dove per i
migranti inizia quell’esodo, assassino lì come a Lampedusa in questi
giorni. Da Sud verso il Nord, lungo l’Egnatia,  l’antica strada
romana,  fino ai paesi sul fiume l’Evros, miscuglio di genti
balcaniche, ortodossi, musulmani, ebrei. E’ la frontiera con la
Turchia, avamposto, da sempre, di lingue e religioni diverse. In quel
fiume si pescano pesci e cadaveri di afgani, pakistani, somali.  Anche
lì come nel sud del nostro Mediterraneo.  E’ una finis terrae. Tracia,
Ponto...E’ lì che la Storia ha scritto e scrive le sue pagine e la
memoria dei greci. Non ce la farà l’Europa a cancellare quell’identità,
fatta di stratificazioni, di contaminazioni di genti che dai fenici in
poi ha cercato in quella terra l’anima. Lì resta quel prezioso, sacro,
deposito.  Che l’Europa dovrebbe pagare senza chiedere nulla in
cambio.


Un grazie a Giuseppe Ciulla, per non aver fatto una vacanza in
Grecia, per aver scritto un libro imprevedibile, divertente e non
superficiale, per essersi raccontato, da vero viaggiatore, mescolandosi
e confondendosi con i greci.