04/11/16

E LA VOSTRA ALLUVIONE?

Vi va di raccontarci la vostra alluvione? 
ricordi, racconti, immagini, insomma tutto ciò che vi pare per rendere i 50 anni da quel disastro un po' più vivo di storie, anche minime, e per uscire un po' dalla fredda ufficialità della commemorazione. 
Mandate i vostri racconti per mail a 
g.caverni@gmail.com
con oggetto LA MIA ALLUVIONE.
grazie!

LA MIA ALLUVIONE di Paola Ficini

C'ero e non c'ero.
Ero giovane, stupidina e innamorata. Io abitavo a Soffiano, lui a Bologna. E fu la sua telefonata agitata che mi raccontò di Firenze sott'acqua. 

Da non credere. Il pomeriggio precedente, sotto una pioggia battente, stipata in una Topolino con troppi amici, percorrevo in su e in giù i viali delle Cascine, trovando in quelle strade già semiallagate, motivo di divertimento e irresistibile ilarità. Poi la notizia, e le immagini di una catastrofe che a me pareva lontana. Ero una ragazza di periferia e in quella periferia l'acqua non era arrivata. 


Era arrivata però l'onda del silenzio annichilito, l'eco dell'impotenza sgomenta. 

Intorno a me si mosse il mondo e io avrei voluto raggiungerlo per condividere la fatica gioiosa di tanti giovani e con loro ricoprirmi di quel fango tolto dalle pagine della Cultura e della Storia. 

Ma in casa mia vigeva il No e rimasi così per giorni chiusa in quella casa asciutta . Sana e salva. 

Io e la mia famiglia fummo fortunati: nessun danno, nessuna perdita, nessuna rovina. Eppure a me sembrò di perdere una grande occasione: la possibilità di condividere quella rabbia che riempie di orgoglio e di energia, di condividere quel dolore che emana calore e dignità, di condividere quella volontà di andare avanti, mano nella mano. 

Bighellonavo nelle strade fangose del centro senza capire fino in fondo l'impegno e lo sforzo titanico dei bottegai per non cedere alla rinuncia. Ricordo, però, di non essermi mai commossa di fronte allo strazio della città. 

Solo dopo, quando vidi il Crocifisso di Cimabue restaurato, allora, finalmente, piansi.

LA MIA ALLUVIONE di Lorenzo Pezzatini

Pioveva da due giorni a dirotto, ma nessuno pensava che davvero l’Arno avrebbe cercato di allargarsi nella piana di Firenze. Eppure a ben pensarci dopo essere stretto tra due colline a partire da Incisa, Rignano,  Pontassieve con l’affluenza della Sieve, Sieci, Compiobbi e finalmente arrivando nella piana fiorentina cos’altro poteva fare? Rispettare la grande storia della città e pisciarsi addosso a San Donnino? Era ineluttabile che l’acqua cercasse spazio qualora diventasse troppa per restare negli argini. 
Oggi la chiamano esondazione ma a Firenze da sempre si dice che l’Arno dà di fori…e di fori diede. E di fori andai anche io che giovane ventiduenne avevo la fidanzata alle Due Strade e che per diversi giorni rimasi in obbligatoria astinenza. 
Comunque quella mattina del 4 Novembre essendomi arrivata via radio qualche notizia frammentaria misi gli stivali di gomma da pescatore, presi la mia fedele Nikon F e mi incamminai verso il centro lungo il Mugnone che in Via Boccaccio  dava già segni di voler sfociare con violenza in Arno. Ricordo chiaramente di salire sul cavalcavia pedonale di Viale Matteotti e poi di incamminarmi per via Cavour fino a Piazza San Marco dove si cominciava a vedere le prime avvisaglie di acqua marrone con qualche chiazza più scura sparsa. 
I miei stivali mi consentirono di arrivare fino a Via Martelli dove intravidi la locandina de La Nazione che il giornalaio aveva appena fatto in tempo ad affiggere prima di scappare. A caratteri cubitali diceva. L’ARNO STRARIPA A FIRENZE.

La notizia collimava perfettamente con quello che stavo vivendo e l’Arno ora lo vedevo li davanti a me paurosamente minaccioso sui marmi del Battistero. Ero arrivato all’altezza massima consentita dagli stivali e mi convinsi che era l’ora di tornare a casa non senza prima di prendere la mia Nikon F e scattare. Nei giorni che seguirono la Nikon mi accompagnò per documentare le ferite della città e lo spaesamento di tutti noi fiorentini. Io come tanti detti una mano a pulire e a togliere fango dalle trecce e dai cappelli di paglia che la ditta per cui lavoravo vendeva.
Non c’era altro da fare che ripulire, restaurare, riparare e riprendersi la città che l’acqua fangosa dell’Arno frammista alla nafta aveva conquistato.
Fu un lavoro sporco lungo e duro che tenacemente i fiorentini, allora ancora numerosi nel centro storico, fecero con grande determinazione e dignità. Grazie a tutti voi che avete vissuto quei momenti di grande solidarietà per aver dato a noi giovani di allora speranza e gioia di vivere.


03/11/16

IO DANIEL BLAKE di Martino Scacciati

"Io, Daniel Blake", l'ultimo lavoro di Ken Loach, non è film ma qualcos'altro. È un durissimo, preciso e disperato atto d'accusa nei confronti dei governi tories e della loro scientifica demolizione del Welfare britannico. Ma, soprattutto, per centinaia di migliaia di inglesi, è la realtà quotidiana. 


Quella raccontata da Loach è una storia che toglie prima le parole e poi il fiato, perché a immedesimarsi nelle vicissitudini di chi, in Inghilterra, perde il lavoro o si ammala (o entrambe, come il protagonista), ci si sente quasi soffocare. Daniel Blake si trova infatti prigioniero di un meccanismo ipocrita e spietato, fatto a posta non per aiutare ma per umilare e scoraggiare il cittadino in difficoltà, fino a liberarsene, abbandonandolo per strada o dirottandolo sulla incerta carità dei più fortunati. 
"Io, Daniel Blake" è uno di quei film che, come gli incubi, ti lasciano addosso una sensazione dolorosa di cui non vedi l'ora di liberarti. Per farlo a me è bastato uscire dal cinema. Il problema terribile è che, proprio uscendo dal cinema, molti inglesi sono entrati nel film.

(Io il film l'ho visto 2 giorni fa e sono rimasto così senza parole che non sono riuscito a scriverne. Poi ho letto su Face Book questo post del mio amico Martino Scacciati e ho pensato che era perfetto. Con il suo permesso lo ripropongo qui.
Gianni Caverni)

LA MIA ALLUVIONE di Stefano Tanini

“Babbo, ma se continua a salire dove si va?”.
E lui: “li vedi quegli alberi laggiù... ecco, si va lì. Ti aggrappi alle mie spalle e ti ci porto a nuoto.”
Avevo 7 anni, la finestra era al secondo piano della “stradina”: un interno di via Aretina. E quegli alberi laggiù svettavano altissimi nel parco di San Salvi.
Per vedere la melma che ci stava invadendo dovevo tirarmi sul davanzale con i gomiti. Poi mi lasciarono salire in ginocchio su una sedia, allora sporgendomi vedevo bene anche via Aretina. Laggiù tutto correva. Travolti da impetuose onde marroni passavano cartelli stradali, rami, mobili, macchine, biciclette, materassi, di tutto.

Il quattro novembre 1966 l'ho vissuto tra le finestre di casa e il pianerottolo condominiale. Le scale erano il mio idrometro e mio babbo il capo a cui riferire.
“Babbo, è salita un altro scalino... tra cinque scalini sarà al primo piano.”
“Non ti preoccupare, per arrivare da noi deve fare altre due rampe, e non ce la farà...”.
Rideva il babbo. In quella circostanza me la metteva sul ridere.
Tempo dopo ho saputo che al mattino aveva portato su a spalla i due anziani del piano terra. Lui, vero comunista incallito, aveva anche aspettato, con l'acqua già alla coscia, che salvassero alcuni libri e ritratti del duce a cui evidentemente tenevano molto.

Poi, con l'aiuto di altri due uomini, era riuscito ad attraversare fino al bastione della ferrovia e andare verso Campo di Marte, ancora non invaso dall'acqua, per trovare qualche filone di pane.
Io guardavo quelli dei piani di sotto che si abbracciavano in casa mia. Alcuni piangevano. E io non avevo mai visto piangere “i grandi”. Stavano tutti lì e la mamma trovava qualcosa da mangiare e una buona parola per tutti.
Quando sentivo il rumore dell'elicottero correvo alla finestra di cucina e mi piazzavo lì con occhi sgranati come al cinema. Portava in salvo quelli sopra i tetti delle casine basse.
Un elicottero rosso, con la cabina di vetro stondato come l'occhio di un insetto. Mi incantavo a guardarlo. Poi uno signora cadde giù. Io la vidi bene quella scena. Il cavo la tirava su imbracata, poi a un certo punto gli abiti rimasero appesi all'imbracatura e lei ci scivolo dentro ricadendo giù di schianto sul tetto. Ho poi saputo che morì dopo qualche giorno in ospedale.

Dopo tante ore di angoscia, l'acqua cominciò finalmente a scendere e fummo tutti devastati dalla gioia.
Poi vennero giorni di pale e sciantillì (stivali per gli italiani) in mezzo al puzzo di kerosene e carcasse di utilitarie.
Ho ancora viva l'immagine dei giardini di Bellariva pochi giorni dopo. Erano i nostri campini, ci giocavamo a calcio ogni giorno e fummo i primi ad andarci. Erano diventati una perfetta, lucida, uniforme distesa marrone. Un marroncino chiaro.

Quel giorno pensavamo di essere noi a lasciare le nostre impronte profonde nello spesso strato di fango, in realtà era quel fango che stava lasciando la sua profonda indelebile impronta dentro di noi.

LA MIA ALLUVIONE di Gianni Caverni

Me la ricordo bene. Mi ricordo che mi svegliai e avevo fissato con un compagno di classe in centro. Un compagno di classe che poi avrebbe cambiato sesso ma allora non lo sapevo ancora, e forse nemmeno lui. Qualcuno mi disse che l'Arno era traboccato e in centro era un casino, provai a telefonare ma niente, non funzionava. e non funzionava nemmeno la luce. Uscii per andare a vedere, il Mugnone scorreva come un matto, giallissimo, ma la strada era libera che era un po' in alto. Dal ponte si vedeva piazza San Jacopino coperta d'acqua sudicia, e tornai a casa. Naturalmente non arrivava nemmeno l'acqua dai rubinetti e cominciò la processione delle taniche per le scale. Io stavo al settimo piano di un palazzo che di piani ne aveva dieci. E le scale erano abbastanza strette. Tutti in sù e in giù a portare le taniche vuote a scendere e piene a salire. 

Presto seppi dalla radiolina a transistor che a Firenze era venuto il presidente Saragat a vedere la situazione, ma forse questo successe l'indomani o ancora dopo. 

Insomma con le taniche vuote o le taniche piene era tutto un incontrarsi per le scale e allora ci si salutava. Le prime volte, che poi la seconda volta ci si scambiava un sorriso. Solo alla terza volta non si sapeva che fare e si faceva finta di non vedersi. E non era facile non vedersi salendo e scendendo le scale che erano sì e no larghe un metro e ognuno con una grossa tanica in mano.
Io sono stato anche un angelo del fango ma non alla Biblioteca Nazionale, io sono andato alla Biblioteca dell'Accademia di Belle Arti che c'erano i miei amici del liceo artistico. Mi ricordo che c'era a dare una mano anche Piero V. che era stato l'anno prima mio professore di "Ornato disegnato" e che era ruvido ma simpatico. Ornato disegnato allora ce lo insegnava il M che era un pittore tradizionalissimo e che c'era anche lui a dare una mano in Biblioteca. Piero V. lo chiamava a presa di culo il "Guardiacaccia" perché aveva una giacca di tweed grigia a spina di pesce con le toppe di pelle ai gomiti, i pantaloni di velluto verdi, gli stivali di gomma d'ordinanza e un cappellino floscio verde.

Uno di quei pomeriggi con un mio amico si volle fare di più e si cercò di raggiungere la sede della Croce Rossa. Si attraversò tutto il centro che ricordo deserto o quasi e coperto da almeno venti centimetri di fango oleoso e finalmente si raggiunse la Croce Rossa: solo che siccome era, ed è credo, sui lungarni era completamente devastata e abbandonata. Bastava pensarci. 

Ho sempre pensato che mi sarei divertito di più se andavo alla Biblioteca Nazionale. 

UOMINI COMPLICATI di Miss Holmes

Da quando ho imparato che allo scoccare dell’ottobre l’unica mia salvezza sta nelle proprietà antidepressive dell’iperico, l’autunno e l’arrivo dell’oscurità che segue al cambio dell’ora hanno smesso di essere orribili momenti di sprofondamento nella depressione e si sono trasformati in occasioni di blanda riflessione sull’anno trascorso.

In questi giorni, complice qualche uscita in più e alcuni mesi complessi alle spalle, mi son trovata a chiedermi: ma da quando gli uomini son diventati così complicati?
Non complessi, proprio complicati.

Dando per scontato (e non sempre lo è, ma io finora son stata fortunata) il grado medio di civiltà, può capitare di imbattersi in tipi umani che spaziano dall’imbarazzante al seriamente preoccupante.
C’è il maschio spaventato dai rapporti a lungo termine: vagamente offensivo, almeno secondo me. Perché se mi dici che non te la senti di avere una relazione stabile al secondo appuntamento, caro mio, vuol dire che pecchi almeno di supponenza. Cosa ti fa pensare che io invece desideri rivederti anche una volta sola? Magari ti puzza l’alito, magari hai gusti orrendi, magari porti i calzini bianchi di spugna, magari ce l’hai piccino o lo usi male. O magari, semplicemente non ci avevo neanche pensato. Quindi, già ti trovi sbilanciato. A questo punto però ci sono due varianti: a salvarsi in corner è quello che appena gli dici “ma io mica ti voglio sposare?!”, ti fa un sorrisone, salta sul letto e ti fa divertire per almeno due ore. Pollice verso invece per il tipo che ci resta male o mette il muso, perché non se l’aspettava che tu osassi discostarti dai suoi stereotipi sulla femmina che vuole sempre accasarsi: in questo caso vale solo la fuga, dignitosa o meno, fate voi.

Poi ci sono quelli a cui piaci e lo sai. Sai anche che non hanno un’altra, non sono sposati, che hanno il tuo numero di telefono, che quando vi guardate fate “frissssssssssshhhhhh”. Dopo un po’ di tempo uscite. State bene, anche se tu ti senti un po’ sulle uova. Ma va bene, vi piacete a pelle, molto. Lui manda messaggi. Tu rispondi. Peccato che lui all’improvviso non risponda più. Non lo fili per due giorni allora riscrive. Vi rivedete. Altri messaggi, altre sparizioni. Cominci a sospettare che sia narcolettico, ma l’attrazione è ancora troppo forte. Ti invita a casa sua, ci vai. Sei anche un po’ emozionata. Quando vi baciate iniziano a suonare le campane: proprio dindondan. 

Quando devi andare, lui ti ha già invitata a cena per la sera dopo. Dopo cinque minuti che sei uscita da casa sua ti ha già scritto tre messaggi maliziosi. Peccato che poi smette di nuovo di rispondere e la mattina dopo ti chiede di rimandare la cena di qualche giorno perché “non si sente a suo agio”. Rispondi “che palle” (che non sarà proprio francese, ma rende bene) e lo cancelli dalla rubrica, da Facebook e da Whatsapp.

L’ultimo tipo in cui mi sono imbattuta, e devo dire che può offrire anche qualche vantaggio, è il tipo lento. Se aspetti che ti scriva, fai in tempo a farti la ceretta integrale, il gel ai piedi, il colore ai capelli e anche la pulizia del viso. 

Ha i bioritmi rilassati, la pressione bassa e stuzzica enormemente lo spirito di osservazione di chi ha una vocazione sperimentale nell'approccio al mondo. Se sei interessata a capire com’è fatto hai tutto il tempo per guardarlo muoversi fuori e dentro il suo habitat, perché lui è calmo. Non va di fretta. Raramente si fa sentire prima del crepuscolo. Se speri di prenderci un caffè invece di cenarci assieme lo devi chiamare tu, altrimenti scordatelo. Ha picchi di cortesia da gentleman ormai in disuso: ti accompagna a piedi fin sotto casa, ti porta a braccetto, si scusa per il disordine che ha in casa e risponde a qualsiasi richiesta tu possa fare. Però con calma. È un ottimo compagno per quei momenti in cui vuoi essere sicura di conoscere bene qualcuno prima di procedere con qualsiasi cosa, fosse solo una serata di sesso: ti racconta molto di sé, si adopera per fare colpo, ha modi di accorciare le distanze così old fashioned che basta un’ora in sua compagnia per trasformare un’aspirante scaricatrice di porto in una giovane protagonista di Jane Austen. Che va anche bene, in certe situazioni.  

E questi son solo un minuscolo campione dei tipi complicati di cui dicevo sopra. Mi capita sempre più spesso di passare serate con donne di trenta, quarant’anni, attraenti, competenti, intelligenti, informate, curiose, che fissano il vuoto oltre il bicchierone dello spritz con le mani nei capelli e ripetono “Io non capisco, guarda” con un tono di voce tra il disorientato, il divertito e lo sconvolto.
E allora mi chiedo: ma siamo diventate noi il sesso confuso?