01/02/15

QUARANTA! di Valeria Giglioli


I quarant’anni non sono un compleanno come tutti gli altri.


È vero, c’è chi si traumatizza sui trenta e i quaranta li vola come niente fosse.
Ma sono loro, i quaranta, quelli che mediamente danno più da pensare.
Li faccio tra meno di un mese e mi piacciono, a dir la verità. Non lo dico per ripiego: sono stata un’adolescente cicciotta e secchiona, una ventenne problematica col taglio di capelli sbagliato, una trentenne più soddisfatta ma eternamente in conflitto. Poi, girata la boa dei trentacinque le cose sono andate piano piano al loro posto. Ho smesso di ascoltare mia madre, sono andata in terapia, ho ceduto al maculato ma con moderazione. 



Bevo qualche spritz (e cocktail martini) in più e mi sono accorta di essere una vera vecchia spugna. Ho scoperto che se non mi ossessiono col cibo resto più o meno in forma, che se prendo decisioni le cose intorno a me si muovono. Ho smesso di fumare e incredibilmente, visto il mio gradiente di ansia, non ne sento la mancanza.



Si portano bene i quarant’anni, ad avere un minimo di gusto: bisogna investire leggermente di più su se stesse, è vero. Il contorno occhi diventa una spia importante, i capelli bianchi si coprono con discrezione, facendo finta di niente.
In generale, ecco, i quaranta si portano facendo finta di non averli.
Si corre, si nuota, si legge, si scopa, si lavora, tutto come se avessimo dieci anni meno, almeno noi donne, direi. 




Con grazia, ignoriamo il cambio della prima cifra nell’età. È un 4 invece di un 3, che sarà mai? Eppure ci sono delle spie che ci costringono a misurarci con l’evidenza nell’intimità inviolabile della nostra mente già segretamente allarmata.
La volta in più dal parrucchiere non sarebbe niente. Neanche la scoperta di quel moto istintivo che allontana il giornale dagli occhi per leggere meglio. Mi sono un po’ impensierita quando ho messo via la mia minigonna preferita, e non per cedimenti strutturali (ci tengo a dirlo) ma perché proprio mi ha stufata. 




Però non c’
è stato niente di paragonabile, per capacità ansiogena, per potenza dirompente nello scatenare il panico da tempo che passa, a quanto mi è capitato pochi giorni fa, dopo la vittoria di Tsipras in Grecia.



Come sempre, ho letto avidamente i giornali. Poi, seguendo gli aggiornamenti on line, mi sono imbattuta nella foto di Yanis Varoufakis: capelli rasati, sguardo malandrino, mento volitivo. 



Camicie discutibilissime, è vero. Ma son dettagli e non ci vogliamo impantanare in queste piccolezze. Insomma: sono andata in deliquio in meno di trenta secondi. Dopo due ore trascorse a compulsare il web alla ricerca di ogni informazione disponibile su di lui (professore in Texas, economista accidentale, coniatore dell’espressione “fiscal waterboarding”, detentore di doppio passaporto) ero già praticamente una groupie in crisi ormonale ossessionata dal suo idolo. Quando me ne sono accorta ho pensato: via, guarda che bel segno di immaturità.



Ma poi è arrivata la verità vera, quella che mi fa male lo so: quando ero giovane queste cotte da estrogeni imbizzarriti me le prendevo per Johnny Depp o per Bon Jovi. 




Oggi l’oggetto del mio desiderio, l’uomo di cui voglio sapere tutto e su 
cui costruiscono fantasie sfrenate, è un ministro delle Finanze. 



Ho quarant’anni, maremma maiala. E non posso farci niente.

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