17/02/17
13/02/17
"SENZA TITOLO" DI PANTANI A LA COUR CARRE'E
La Cour Carrée presenta:
ENRICO PANTANI
"Senza titolo"
Domenica 26 febbraio, ore 11:00
Titolo: “Non ho trovato un titolo adeguato per questa mostra”
I soggetti di tutti i lavori che verranno esposti a La Cour Carrée derivano da studi sui miei sketchbooks. Ci sono ritratti, animali, situazioni grottesche, impossibili, tutte fuori dal tempo, in una dimensione che deve sbloccarsi e rendersi tangibile. In realtà non sarà tangibile mai per nessuno a parte per me, nel mio intimo… così alla fine sono solo sogni, roba da niente.
Sono quasi tutti lavori piccoli, dipinti su tele già presenti in commercio e tele che mi sono costruito da solo. Vorrei tentare di chiamarle sperimentali, se i tecnici di questo settore mi passassero il termine.
In questa nuova fase dei miei lavori vorrei dimostrare che si può lavorare a cose ambiziose anche da un lontano paese di provincia. Alla fine basta osservare per sentirsi cittadini del mondo, per trasformare questa indifferenza in mondi paralleli. Sono convinto che questi sogni siano importanti e senza di essi non potrei vivere.
Vorrei precisare anche che tutti questi lavori sono embrioni di quello che sogno di fare in futuro, studi di cose che vorrei scaraventare su tele di dimensioni enormi, cosa che adesso non posso fare per evidenti ragioni di spazio.
Credo anche che sia una fase molto transitoria questa.
Non so dove approderò tra qualche mese.
Ma in fondo non me ne frega un cazzo nulla.
Ciao.
Enrico Pantani
Dal 26 febbraio al 10 marzo
dalle 11:00 alle 16:00
Gazebo n.1 del Mercato storico delle Pulci
Largo P. Annigoni (Firenze)
www.lacourcarree.it
ENRICO PANTANI
"Senza titolo"
Domenica 26 febbraio, ore 11:00
Titolo: “Non ho trovato un titolo adeguato per questa mostra”
I soggetti di tutti i lavori che verranno esposti a La Cour Carrée derivano da studi sui miei sketchbooks. Ci sono ritratti, animali, situazioni grottesche, impossibili, tutte fuori dal tempo, in una dimensione che deve sbloccarsi e rendersi tangibile. In realtà non sarà tangibile mai per nessuno a parte per me, nel mio intimo… così alla fine sono solo sogni, roba da niente.
Sono quasi tutti lavori piccoli, dipinti su tele già presenti in commercio e tele che mi sono costruito da solo. Vorrei tentare di chiamarle sperimentali, se i tecnici di questo settore mi passassero il termine.
In questa nuova fase dei miei lavori vorrei dimostrare che si può lavorare a cose ambiziose anche da un lontano paese di provincia. Alla fine basta osservare per sentirsi cittadini del mondo, per trasformare questa indifferenza in mondi paralleli. Sono convinto che questi sogni siano importanti e senza di essi non potrei vivere.
Vorrei precisare anche che tutti questi lavori sono embrioni di quello che sogno di fare in futuro, studi di cose che vorrei scaraventare su tele di dimensioni enormi, cosa che adesso non posso fare per evidenti ragioni di spazio.
Credo anche che sia una fase molto transitoria questa.
Non so dove approderò tra qualche mese.
Ma in fondo non me ne frega un cazzo nulla.
Ciao.
Enrico Pantani
Dal 26 febbraio al 10 marzo
dalle 11:00 alle 16:00
Gazebo n.1 del Mercato storico delle Pulci
Largo P. Annigoni (Firenze)
www.lacourcarree.it
CORPO E ANIMA di Gianni Caverni
CORPO E ANIMA
Vania Paolieri
dal 18 febbraio al 3 marzo
Studio Bong
via Calimaruzza 10r
Firenze
Inaugurazione sabato 18 febbraio alle 18,30
Vania, madonna bona, che brava che
sei diventata!
Allora ci correvano fra noi solo 12
anni, adesso saranno almeno 30!
Nel senso che allora ero un giovane
professore di 25 anni che provava ad insegnarvi arte e forse un po' di merito
(colpa?) nella tua scelta di diventare artista, pittrice, è anche mio/a!
Ma tu dipingendo hai fatto come
spesso fanno gli artisti che invecchiano meno degli altri e, dalla forza che
vedo nei tuoi quadri informali, mi sa che sei invecchiata meno anche di me.
Ho sempre pensato che dipingere con
i quadri stesi orizzontalmente, come fai tu, sul pavimento dello studio, fuori,
sull'erba, sulla ghiaia, sul cemento sia una cosa bellissima, intrisa di un
sottile sentimento insieme pieno di modestia e di bella presunzione: il
pavimento, il suolo, la terra sono il punto più in basso che si trova nelle
vicinanze, sotto non si può andare a meno di scavare.
Vuol dire, per me, partire
dall'inizio, dalle fondamenta, nessuno è capace di costruire la più modesta
delle case, come la più sontuosa, se non partendo dal basso; e la pittura, come
tutto il resto che chiamiamo vita, non è forse un modo per costruirsi?
Non voglio certo dire che la pittura
realizzata in verticale, quasi tutta del resto, sia inferiore: me ne guardo
bene! Dico solo che dipingere per orizzontale mi è sempre piaciuto di più e con
gli altri artisti che lo fanno ho sempre sentito una sorta di forte vincolo di
fratellanza.
E poi mi sembra che sia tutto più
comprensibile e immediato: la tela è la terra e “la terra è bassa” recita uno
dei più diffusi luoghi comuni, quasi un mantra, di tutti coloro che si dedicano
ai piaceri e alle fatiche dell'orto. E se dunque dipingere a terra comporta di
solito una fatica maggiore per altro regala il piacere, come per l'orto, di
veder “spuntare” e crescere le sue delizie. E poi: è indispensabile per il
pittore allontanarsi dalla tela per riuscire a vedere l'insieme dell'opera e
non solo il particolare. Ma se si sta dipingendo in terra l'allontanarsi dalla
superficie su cui si lavora ha sempre un limite tassativo che è quello
dell'altezza dell'autore, almeno fino a che l'opera resta orizzontale. Insomma
mi sembra più naturale, è proprio il caso di dirlo: a misura d'uomo!
E la bella presunzione? Beh sta
tutta proprio nel voler “rifare” la terra, ridisegnarla, tingerla dei colori
bellissimi ed intensi che usi tu Vania; è come affermare con speranza indomita
“possiamo farla migliore”, possiamo farci migliori. Possiamo, sì, possiamo.
Non a caso citi il Courbet della
carnale, primaria, “Origine del mondo” e ne presenti la tua versione personale
con una serie di variazioni coloristiche: possiamo sì generare, generarsi, e
soprattutto rigenerarsi.
Brava Vania.
19/12/16
MANGIARE CON MINA E GIANNI DORIGO
(Da portalegiovani.comune.fi.it)
Un Brac's art on table d'autore per il mese di Dicembre
alla Libreria Brac di Firenze, in via dei Vagellai, 18r.
Gianni
Dorigo, artista dalla lunga carriera, ha accettato l'invito a esporre sui
tavoli della libreria una serie di suoi dipinti dedicati ai "musicarelli".
E' un'esplosione di colore quella con la quale Dorigo
reinterpreta un genere cinematografico "pop", sospeso tra il film
musicale e la promozione discografica vera e propria. Le 30 immagini in mostra alla
Brac sono state selezionate dallo stesso artista che ha voluto ripercorrere
così l’ascesa e declino di una stagione cinematografica che ancor oggi
resiste nelle programmazioni estive di molte televisioni. Si inizia con “I
ragazzi del juke-box” del 1959, titolo che segna la nascita del genere, per
terminare con “Piange il telefono” del 1975, con cui la spensieratezza cede il
passo al larmoyant, decretandone la fine.
In mezzo a questi estremi cronologici, Dorigo rilegge i
titoli più popolari interpretati dai beniamini del grande pubblico: da Rita
Pavone a Mina, da Gianni Morandi a Little Tony, da Caterina Caselli ad Adriano
Celentano, sfilano i nomi che hanno animato la cinematografia del periodo, che
ha visto protagonisti, insieme, cantanti e attori coinvolgendo anche campioni
dello sport.
Gianni Dorigo racconta tutto questo attraverso una
pittura metonimica, fatta di colori, parole, finti “collages”, ritratti e
frammenti.
La mostra è corredata da un testo di Ranieri Polese,
dedicato alla serie dei dipinti dell’artista, in cui si ripercorre la storia di
un genere e il ruolo della canzone nel cinema italiano.
Gianni Dorigo, nato a Ferrara nel 1953, vive a
Firenze ed opera come artista dalla fine degli anni Sessanta. Dal 1980 è
docente di “Visual design”. Con un’ininterrotta attività, promossa e seguita da
gallerie e firme di rilievo, a 21 anni, nel 1974, tiene la sua prima personale
e del 1995 è già la sua prima antologica, nel Palazzo Pretorio di Certaldo (a
cura di Claudio Cerritelli). E’ stato invitato a molte delle più importanti
rassegne d’arte sia in Italia che in Europa, tra le quali la “Quadriennale” di
Roma. Da oltre un decennio la sua ricerca intesse uno speciale ed originale
dialogo tra pittura e cinema. Il cinema diviene non solo fonte iconografica e
d’ispirazione narrativa ma riflesso di memorie ed emozioni personali.
Info: www.libreriabrac.net
18/12/16
LA MIA ALLUVIONE di Nicola Nuti
Io ero pronto, avevo gli stivali di gomma e la mia cerata
gialla, mentre il cappello impermeabile, sempre giallo, lo avevo dato al mio
coniglio di pezza. Tutti e due aspettavamo vicino alla porta che qualcuno desse
l’ordine di partire, quasi fossimo dei paracadutisti.
Tutto era cominciato la mattina: da fuori non venivano i
soliti rumori della strada e in casa avvertivo una certa agitazione. Il babbo
era uscito presto. Al suo ritorno, dalla mia stanza lo sentii parlottare con la
mamma, poi uscirono insieme di nuovo. Quello strano silenzio era diventato un
rumore sordo, continuo e strisciante che attraversava le pareti.
Prima tornò mio padre, con l’aria cupa, e accese subito la
radio; dopo poco la mamma fece una delle sue entrate teatrali: “la fine del
mondo!” e, scuotendo l’ombrello nell’acquaio (non fosse mai che cadessero delle
gocce sul pavimento appena lucidato), rovesciò sul tavolo alcuni pacchetti.
Aveva comprato, non so come, visto che era un giorno di festa, un gran pezzo di
pane, della frutta e un tocco sanguinolento di carne che mise subito a cuocere.
“Il finimondo, vi dico. L’Arno è al pari delle spallette! E
il Ponte Vecchio sta per crollare! Bambini – i bambini eravamo io e il babbo -
qui succede qualcosa di grosso. Riempiamo la vasca da bagno nel caso
chiudessero l’acqua e facciamo questo roastbeef, magari una polenta, che è roba che si può
mangiare anche in un secondo momento”. Non so perché nei momenti concitati e
quando c’era qualche incombenza, mia madre parlava sempre al plurale, quasi che
tutta la famiglia, ovvero io, lei e mio padre, dovesse agire come un sol uomo.
Al di là dei toni melodrammatici, la mamma ci aveva visto
giusto. Dopo poche ore non avevamo più gas né luce, né acqua. Per fortuna
avevamo un caminetto.
La mia casa di via Guicciardini era una specie di ponte verso
un altro mondo: entravo da una strada congestionata di macchine e poi mi
affacciavo sul Corridoio Vasariano; da lì una serie di tetti si tuffava tra gli
alberi e le coste erbose di Boboli, mentre su tutto vegliava il Forte Belvedere.
Sembrava una realtà galleggiante, che non poteva essere contaminata dalla
fisiologia del quotidiano. Dalle finestre potevo vedere anche l’ampio giardino
del fioraio, affollato di piante in vaso; e proprio là cominciai a scorgere una
lingua di acqua marroncina variegata di nafta che avanzava sul vialetto di
ghiaia. Un gatto, inseguito dal liquame,
si arrampicò su una pietra non molto alta. “Salta! Salta!”, gli gridavamo, come
se potesse capire. E il gatto lo fece; saltò incredibilmente sulla sella di una
Lambretta distante non meno di un metro, parcheggiata su uno stretto marciapiede. Era
salvo.
Impaurito, incuriosito ed eccitato, a quel punto volevo
vedere di più e mi feci portare dai vicini, da dove si poteva vedere la strada
e da dove mio padre filmò i pochi secondi che gli permise la bobina di
pellicola ormai alla fine. I cartelli stradali dondolavano furiosamente, come
scossi da una mano enorme: la piena del fiume, scavalcate le spallette, correva
pigra, ma possente, per le strade che conoscevo, dentro i negozi dove andavo
con la mamma a fare la spesa, strappava la serranda del tabaccaio dove venivo
spedito a comprare le fatidiche “dieci nazionali”, svuotava il banco della
fornaia che mi regalava sempre un grissino o due; imbrattava i tessuti della
camiceria sotto casa. Pensai al mio mondo stravolto e sentii che sarebbe
accaduto qualcosa di irreparabile, dal momento che tutti i miei punti di
riferimento venivano spazzati via: certamente l’acqua sarebbe salita
ancora, senza scampo, meglio uscire,
guadare la strada come i cowboy facevano col Rio Bravo, tutti stretti per mano
e in fila indiana e raggiungere il mondo delle mie fantasie a Boboli. Per
questo calcai il cappello della mia cerata gialla sulle orecchie di Trudy e mi
preparai all’avventura. Ma poi guardai giù nella tromba delle scale: il
liquame nerastro si era precipitato nel vano delle cantine e, dopo averle
riempite, stava tornando su ribollendo. Il tanfo era insopportabile. Non
saremmo riusciti ad andarcene, certamente non da là.
Dopo aver progettato un paracadute fatto di ombrelli, una
specie di teleferica dalle nostre finestre alle mura del Belvedere e una barca
di cartone, mi rassegnai mangiando roastbeef freddo e fette di polenta
arrostite, oppure spalmate di miele, per alcuni giorni, mentre la gente si
chiamava dalle finestre e qualcuno, dal campanile della chiesa, faceva segnali
luminosi incomprensibili verso di noi. L’atmosfera era sospesa, il tempo
rallentato, come alla vigilia di qualcosa. I rumori che venivano dalla strada
non si srotolavano più a scandire i momenti della giornata, ma si propagavano
isolati, quasi fossero un’eco. Era come stare in un’epifania misteriosa.
E venne il momento di uscire: il fiume era tornato nel suo
letto, lasciando dietro di sé, come una gigantesca lumaca, una scia di fango
untuoso. Tutto era infangato, i nostri vestiti, i muri, le cose che compravamo.
A casa nostra il fango entrò insieme ai quadri che il babbo aveva aiutato a
recuperare in una galleria in Piazza del Pesce, dall’altra parte del Ponte
Vecchio: Rosai, Soffici, Picasso, ci fecero compagnia per qualche tempo, mentre
le tele venivano pulite prima che la sporcizia si seccasse sulle superfici
dipinte.
Poi la notizia di una possibile epidemia dovuta agli animali
morti nel piccolo zoo delle Cascine e nelle stalle del vicino ippodromo,
spinsero i miei a farmi cambiare aria e mi portarono da dei parenti a Pistoia.
Era strano, credevo che l’Alluvione fosse un fatto universale e invece adesso
vedevo strade pulite, case senza la riga di nafta sulla facciata, negozi in
ordine. E pensare che avevo portato con me il camion dei pompieri, quello con
le ruote grandi, nel caso avessi trovato la mota pure lì.
Restai una manciata di giorni, ma a me parve almeno un mese.
La scuola era un ricordo lontano e anche Firenze per me era all’altro capo del
mondo.
Quando tornai la città portava i segni di quello che era
successo e le strade trasudavano ancora melma (avrebbero continuato a farlo
ancora per diversi mesi), ma ci si stava avviando alla normalità. Non potevo
sapere dei morti, dei libri danneggiati o perduti alla Nazionale, né del
Cimabue o delle altre opere rovinate: a casa il mio coniglio mi aspettava
felice di non avere più la cerata gialla sulle orecchie e poi…. Tra poco
sarebbe stato Natale.
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09/12/16
ZIP CRASH BANG PER APRIRE LA COUR CARRE'E
Luogo inconsueto, formula inconsueta, orario inconsueto. Sono queste le preziose caratteristiche di questa nuova scommessa culturale voluta e realizzata da due meravigliose "ragazze" spericolate: Daniela Cresti e Rosanna Tempestini.
Da parte mia i più sinceri auguri di in bocca al lupo!
Di seguito il comunicato stampa di
ZIP CRASH BANG
Inaugurazione
sabato 10 Dicembre 2016, 11.00
Piazza Pietro Annigoni, Firenze
sabato 10 Dicembre 2016, 11.00
Piazza Pietro Annigoni, Firenze
La Cour Carrèe apre le tende, è proprio il caso di dirlo, un nuovo spazio culturale nel cuore del quartiere di Sant’Ambrogio, all’interno del gazebo n.1 del Mercato storico delle Pulci, Largo P. Annigoni (Firenze), con: ZIP CRASH BANG
Un grammelot visionario, particolarmente capace di creare sorpresa e suggestione, un mondo immaginifico che esprime il reale con satira, ironia cattiva che scivola nel sarcasmo, ma sempre cultura, a volte poesia. Tutto ciò fa parte del mondo del Fumetto. Mescolando linguaggi diversi il fumetto regala un vero e proprio prodigio di intelligenza e comicità, un fantasioso pastiche testuale e di immagini, un canovaccio onomatopeico con cadenza fascinatoria. C’è ritmo estetico nella domanda: "cos'è un desiderio”, la cui risposta ci viene dal lupo, Cloud e il ragazzo, in questo lungo viaggio attraverso le tavole di Vincenzo Balzano. Tavole splendide nella composizione e nelle nuances di colori.
Diverso il lavoro di Federico Cacciapaglia. Le sue opere a fumetti riflettono una profonda introspezione e una attenta lettura della Società in cui viviamo. Nel fumetto I Growls siamo nel mezzo di uno scenario distopico apocalittico, un giorno del giudizio con alcune analogie rispetto alla nostra realtà...
Enrico Pantani trasforma in strisce le idee più trash: disegno, parola, rapidità, concetto. Tre/quattro piani diversi di senso, cervello tritato, psicosi, banalità, ripetizioni, politica, attualità, musica, tic, personaggi, cronaca. Di tutto, ma scardinando le regole del racconto (che non c’é), le regole della morale e dell’etica. In pratica "quando prendo il pennarello nero mi faccio paura da solo".
Silvia Rocchi dipinge su carta ed è indicativo il suo lavoro rivolto al femminile come nella tavola del suo primo fumetto su Alda Merini, o nel libro scritto e illustrato per l’associazione Libera contro le mafie. Interessante sul piano grafico, pittorico e contenutistico.
Da questo materiale variegato e simbolico nasce il titolo della serie di mostre sul tema che la Cour Carrèe presenterà con una scadenza quadrimestrale nella tenda espositiva di Largo Annigoni.
All’inaugurazione parteciperanno quattro giovani e già affermati artisti: Vincenzo Balzano, Federico Cacciapaglia, Enrico Pantani, Silvia Rocchi ai quali per ringraziamento dedichiamo una frase di Umberto Eco da “Apocalittici e Integrati”
"... in questa enciclopedia di debolezze contemporanee il fumetto sopravvive e batte in breccia il sistema che cerca di condizionarlo. Un mondo puramente allusivo, un piacere di tipo musicale, un gioco di sentimenti tutt’altro che banali. La forza di questa commedia nasce dalla fedeltà all’ispirazione."
E dalla professionalità degli artisti, aggiungiamo noi, che li abbiamo conosciuti e apprezzati. C'é una regola antica nel teatro ed anche nel fumetto. Quando hai concluso non c'è bisogno che tu dica altra parola, ne’ fare autografi. Saluta e pensa che quella gente, se l'hai accontentata nei sensi e nel pensiero ti sarà riconoscente, quindi basta come firma un lungo "ciao" urlato.
Programma
Ore 11:00 Sergio Tossi intervista:
Vincenzo Balzano, Federico Cacciapaglia, Enrico Pantani, Silvia Rocchi
L'intervista sarà proiettata in simultanea al di fuori della tenda fino alle ore 18:00. Saranno a disposizione i libri degli artisti per consultazione e vendita fino alle ore 18:00 e nei giorni successivi.
La Cour Carrée
Sant’Ambrogio all’interno del gazebo n.1 del Mercato storico delle Pulci
Largo P. Annigoni (Firenze)
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Rosanna Tempestini,
Sergio Tossi,
Silvia Rocchi,
Vincenzo Balzano,
ZIP CRASH BANG
06/12/16
TUTTI IN MOTO AL PALP DI PONTEDERA
In verità, in verità vi dico che a me piaceva di più la Lambretta.
Ecco!
Toltomi questo peso dalla coscienza non posso che salutare con gioia "TUTTI IN MOTO - Il mito della velocità in cento anni di arte", ossia la bella mostra curata da Daniela Fonti e Filippo Bacci di Capaci che il 9 dicembre inaugura il Palazzo Pretorio di Pontedera, riconvertito dopo imponenti lavori di restauro a nuovo spazio espositivo della città. PALP il suo nome di evidente sapore tarantinesco.
Ecco!
Toltomi questo peso dalla coscienza non posso che salutare con gioia "TUTTI IN MOTO - Il mito della velocità in cento anni di arte", ossia la bella mostra curata da Daniela Fonti e Filippo Bacci di Capaci che il 9 dicembre inaugura il Palazzo Pretorio di Pontedera, riconvertito dopo imponenti lavori di restauro a nuovo spazio espositivo della città. PALP il suo nome di evidente sapore tarantinesco.
Promossa dalla Fondazione per la
Cultura Pontedera, dal Comune di
Pontedera e dalla Fondazione Piaggio,
con il patrocinio dalla Regione Toscana, la mostra è dedicata
interamente al mito della velocità e al suo riflesso nelle arti figurative,
negli ideali di vita e nel costume sociale degli italiani, dalla fine del XIX
secolo agli anni del boom. Una sezione della mostra dedicata alle grandi opere è ospitata al Museo Piaggio dove si trova anche la mostra fotografica Futurismo, velocità e fotografia, curata da Giovanni Lista, che documenta l’approccio dei fotografi futuristi alla
velocità come mito della modernità.
Al PALP l'attenzione si posa all'inizio su
un’Italia ancora agreste, segnata dal tempo lento delle stagioni, in cui ci si
sposta ancora prevalentemente a piedi o a cavallo, e per mare si va a remi o
vela. Qui tra l'altro si scopre un piccolo, straordinario Ave Maria a trasbordo di Giovanni Segantini.
Poi
arrivano le macchine, la velocità, cambia il mondo e cambia il modo di rappresentarlo.
In questa trasformazione ci guidano le sale successive del palazzo, ognuna
dedicata ad un distinto mezzo di locomozione: il treno, il tram, il piroscafo,
la bicicletta, l’automobile, l’”omnibus”, la motocicletta, sino alla
mongolfiera, l’aerostato, e l’aereo a motore.
Oltre duecentocinquanta
opere, tra dipinti, sculture, fotografie di altrettanti grandi autori
dell’arte italiana – da Fattori, a Bianchi e Viani, sino a Ziveri, passando per
Severini, Baldessari e Carrà, o Boccioni, Balla e Depero – per sintetizzare il
riflesso prodotto sull’immaginario collettivo da questi mezzi meccanici in
continua evoluzione. Inoltre una gustosa galleria di manifesti che documentano l'attenzione del cinema degli anni '50 e '60 per lo sviluppo dei mezzi di trasporto e delle relazioni umane che ne conseguono.
Ecco apparire l’automobile: "Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello (l'automobile era maschile allora, ndr) della Vittoria di Samotracia" si legge nel Manifesto futurista del 1909. E' simbolo assoluto della modernità e si diffonde nelle classi alte della
popolazione in coincidenza con l’esplosione del verbo futurista (Cambellotti, Balla). Sarà l’ispiratrice
di molte tele futuriste (Balla),
insieme alla motocicletta,
quest’ultima prediletta per l’assimilazione e la compenetrazione fra pilota e
motore (Dottori, Sironi, Giannattasio,
Pannaggi, Tato e BOT).
Nel
secondo dopoguerra, poi, con l’approssimarsi della motorizzazione di massa,
automobili e moto ispireranno per la loro forma aerodinamica gli scultori della
nuova stagione astratta (Franchina).
La bicicletta spicca come il mezzo
semplice e geniale che ci accompagna dalla metà dell'Ottocento, prima legato al
bon ton della borghesia, poi diffuso in ogni strato sociale: bellissimo Il ciclista di Mario Sironi proveniente dalla Fondazione Salomon Guggenheim di Venezia.
Nel 1929, sulla suggestione delle imprese aeree dei trasvolatori, nasce una
nuova corrente pittorica, l’Aeropittura,
nella quale si assisterà alla multiforme celebrazione del tema del volo, dalla
prima enfatizzazione eroica alla cupa atmosfera delle incursioni di guerra,
descritte nelle opere di (Tato, Thayaht,
Regina, Depero, Dottori, Crali, Sironi, Peruzzi, Nomellini, Marinetti, Munari) .
La suggestione della velocità si estende in ambito futurista anche ai mezzi
navali. Gli artisti restituiscono sulle tele il fascino dei grandi piroscafi
che svettano all’orizzonte dei porti italiani e solcano gli oceani, di lì a
poco carichi di migliaia di italiani costretti sulle vie dell’emigrazione.
Nel non lontano Museo Piaggio ben 21 opere di grande formato che ripercorrono i temi affrontati a Palazzo
Pretorio. L’esposizione è arricchita da alcuni preziosi veicoli che hanno fatto
la storia della velocità su due ruote.
Si affianca al Museo Piaggio Futurismo, velocità e fotografia, curata da Giovanni Lista: attraverso più di cento fotografie di grandi autori (tra
i quali i fratelli Bragaglia, Tato, Azari,
Bellusi, Boccardi e Bertoglio) provenienti dalle più famose collezioni
mondiali, la mostra documenta il carattere molteplice dell’approccio estetico e
formale dei Futuristi al dinamismo, all’aerodinamismo e alla velocità.
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