23/07/14

TEATRO POVERO DI MONTICCHIELLO - TEMPI VELENIFERI


Spettacolo 2014 Teatro Povero di Monticchiello

TEMPI VELENIFERI

dal 25 luglio al 14 agosto

Piazza della Commenda, Monticchiello

ore 21:30, eccetto i lunedì 28, luglio e 4 agosto
 
 
 

Prologo. Sul palco si incrociano in maniera indistinta tre tempi: è il 7 aprile 1944, la comunità del borgo valdorciano schierata davanti le mitraglie dei soldati nazisti, pronti a punirla per l’aiuto dato ai partigiani nella battaglia del giorno precedente; è però anche il 2014 e quella stessa comunità, ormai anche comunità ‘teatrale’, si trova sull’orlo di un altro abisso: vi cadrà dentro o da lì potrà vedere più in profondità, scoprendo la visione di futuri possibili, in lontananza? Comunità piccole, tremanti similitudini di gruppi ben più grandi. Infine: c’è un tempo ulteriore che promana da quel palco, dalla sua storia: lo abita e lo rianima, permettendo la parentesi, il respiro di sollievo, la risata ristoratrice. È il tempo indistinto di un mondo contadino che scintilla di vitalità linguistica, in un istinto allegro di conservazione e rigenerazione; un mondo che non crede alla fine di niente, perché tutto è un ciclico ritorno. Ed è questo terzo tempo che si impone: sovrasta gli altri due, dà loro un ritmo, una danza di incroci in cui potersi (di)spiegare, dando una forma alle paure.      
La cadenza di una tipica commedia contadina, scritta tempo fa da un membro della compagnia e opportunamente rivista, viene dunque interrotta da incursioni, salti temporali, slittamenti e riprese. Al centro, duetta con una sarcastica riflessione sugli approfittatori della disperazione, gli imbonitori abili di false assoluzioni, ciarlatani e maghi più o meno aggiornati ai tempi, dispensatori di speranze a basso costo, allestitori di improbabili giochi della cuccagna. Eccoli, ognora pronti a imporre la loro idea di ‘destino’: forza che muove per capriccio insondabile, divinità che solo potrai tentare d’imbonire. Per la gioia e per le tasche dei suoi alfieri. Invito alla passività, dunque, all’affidamento, con il sollievo apparente dall’assenza di colpe, di responsabilità... E di meriti, ovviamente.         
Da quel tempo contadino arriva però un'altra aria: nuova vita, nuove trame da costruire con l’abilità un po’ sghemba di un allegro tessitore, del servo, dell’umile garzone che sa di avere poco ma con quel poco poter molto creare. Ecco una sposa, dunque: il futuro, che si può ancora raggiungere...    
Infine, un canto, l’epilogo: i tempi tornano a confrontarsi, gli attori tornano abitanti, l’incertezza è ancora quel bivio tra esserci e scomparire, tra palco e piazza. Mentre le ombre si allungano sul palco e le luci calano, rumori, inquietudini e presagi abitano ancora un retroscena agitato.


PRENOTAZIONI e INFORMAZIONI - 9.30 - 12.30 / 15.30 - 18.30, tel. (+39) 0578 75 51 18, info@teatropovero.it
 
BIGLIETTI: 13 € intero, 8 € ridotto (bambini fino a 12 anni e universitari)

 TAVERNA DI BRONZONE Pranzo e cena, accanto alla piazza dello spettacolo. Gestita dal Teatro Povero è aperta dal 20 luglio (sera) al 15 agosto (sera): pranzo ore 12.30 / 14.20; cena ore 19.30 / 23.00.

 

28/06/14

CORPI AEREI DI GIANNA SCOINO di Gianni Caverni

"Abiti, corpetti e piccole camicie sembrano usciti dall'atelier di un sarto d'anime, che nel silenzio del suo lavoro ritaglia ricordi, tesse storie con ago e filo pronunciando formule antiche e nuovi incantesimi" scrive Antonio Vanni nel foglio di sala a disposizione dei visitatori della mostra "Corpi aerei" che propone gli ultimi lavori di Gianna Scoino nello spartano spazio di SESSANTAQUATTROROSSO in via Maggio 64 rosso, a Firenze.

Si tratta di quel genere di mostre che mi piacciono molto, le definirei "brevi": impegnative solo perché meritano grande attenzione ma agili per la quantità di lavori esposti e la levità degli argomenti trattati. O meglio sarebbe dire per il trattamento lieve degli argomenti scelti, che nel caso della Scoino è spesso la memoria, quella traccia impalpabile e potentissima che lasciano gli altri intrecciandosi con i fili della nostra vita. Brevi in fondo come le canzoni che ci prendono con le lusinghe della nostalgia o i tremori delle speranze.

"Mia madre è lì alla finestra guarda sempre lontano
quella coda di fuoco quando passa un aeroplano.
Lei vorrebbe salire, sì, vorrebbe partire poi sparire
lontano.
Poi ogni sera resto solo come ogni sera resto solo
si potrebbe andare al cinema o mangiare un gelato
poi si blocca, sorride: potessi dargli un bacio, presto dammi un bacio".

A proposito di canzoni, quel Joe Temerario di Ron potrebbe essere proprio lui a pilotare quegli aerei che sono legati con un filo, quello dei sogni, dei pensieri, dei rimpianti forse, o inseriti nei marsupi delle camicie, dei corpetti candidi (o quasi) cuciti con carta e tela tarlatana da Gianna intorno al filo di ferro cotto, imparentati indissolubilmente alle grucce essenziali che pendono, celate e silenziose, ogni giorno dell'anno, nell'armadio del nostro cuore.

Come per il cambio di stagione l'artista li porta alla luce, fa loro prendere aria, li riesamina, ne controlla affettuosa la salute, la misura, la possibilità di essere ancora indossati o almeno conservati, comunque vissuti.

E poi le foto evanescenti dei volti, probabilmente dei suoi allievi all'Accademia di Belle Arti, con dei fantasiosi ed essenziali cappelli bianchi che forse non sono altro che un'altra forma di aerei, comunque di ulteriori possibilità di volo libero, silenzioso e personale.
Fino al 5 luglio, 16,30 - 19.

25/06/14

SANDRO I JERSEY BOYS E CLINT di Gianni Caverni

SANDRO

Sandro era il più bello, capelli biondi lisci, occhi azzurri, alto. Si era a cavallo fra i '50 e i '60.

Sandro era il più bravo, giocava bene a pallacanestro (come si diceva allora), a calcio (ma ci giocava poco), correva più forte di tutti noi, in piscina lo presero subito nella squadra perché andava forte a stile libero, a rana, a dorso, e imparò subito a nuotare a farfalla.

Sandro non era il più bravo a scuola, anzi. Ma d'altronde io dovrei proprio stare zitto su questo argomento.

Sandro è del '46 e per un po' di tempo ho pensato che era meglio essere nati nel '46 piuttosto che nel '47 come me.

Forse ero più alto io ma mi sembrava più alto lui.

A ripensarci ora (ma quanti anni è che non ci ho più pensato?!) Sandro era anche un po' coglione, in svariati campi, ma allora era tanto, troppo meglio di me; e poi un po' coglione in fondo lo ero anche io.

Jasper Johns - Flag

Lui aveva il mito dell'America: tutto ciò che era americano era bello e giusto, e tutto ciò che era bello e giusto non poteva essere che americano. Arrivavano allora i primi jeans, Dogies, Lee, Wrangler e i Levi's che allora si chiamavano (anche ora credo ma non lo si dice più da secoli) Levi's Strauss. Ma quelli che ci piacevano di più erano i Lee che nelle tasche di dietro avevano la cucitura decorativa ad onda. Poi c'erano i Rifle che non erano male ma ci si immaginò da subito che erano italiani e quindi di serie B. Ma se ne dovevano importare ancora pochi se capitava spesso che dopo la prima lavata diventavano mestamente di una tonalità marronicchia che faceva schifo: erano quelli non originali (oggi si direbbe taroccati), insomma non erano americani.



Non ho mai visto Sandro con indosso dei jeans che non fossero quelli originali: io per esempio dopo alcune fregature andavo a comprarli ai barroccini di San Lorenzo munito di un fazzoletto bianco di stoffa, nel segreto del "camerino di prova" che era fatto da tende di stoffa militare, estraevo guardingo il fazzoletto, lo umettavo abbondantemente di saliva e lo strusciavo vigorosamente sulla stoffa: se il fazzoletto si tingeva di quel bell'azzurro tipico dei jeans i pantaloni erano originali e si potevano comprare.

Sandro aveva un'eleganza innata fatta di dinoccolatezza e naturalità, qualsiasi cosa si mettesse addosso sembrava un capo di sartoria, sartoria americana of course. Mi resi conto abbastanza presto che sua madre aveva capito il trucco e gli comprava cose anche normali e gliele dava dicendogli che le aveva trovate in un negozio che aveva solo cose che venivano dall'America e lui era contento.

Eravamo amici ma non proprio amici amici, un po' perché averlo come amico era un po' pesante che le ragazzine guardavano solo lui, e poi perché se ne stava anche bene per conto suo fra i suoi sport e i suoi vestiti americani.

Poi ci siamo persi di vista, sapevo che lavorava come commesso (ma credo infine come direttore) nel più noto, allora, negozio di scarpe di Firenze e ricordo di aver pensato che il suo fascino non si doveva essere intaccato se sua madre, allora amica di famiglia, raccontò una volta che diverse signore, clienti del negozio, aspettavano per farsi servire proprio da lui che non poteva non osservare mentre era in ginocchio per agevolare la prova che pur indossando le gonne le ricche dame si scordavano spesso di indossare le mutandine.

Una volta Sandro che, inutile a dirsi, aveva un certo successo con le turiste, ovviamente americane, mi disse che una di loro, una volta rientrata negli USA gli aveva spedito in dono un disco a 45 giri che là aveva molto successo e che "qua non si trova", naturalmente.

Era un pezzo delizioso, era Sherry, dei Four Seasons.



JERSEY BOYS

Tutto questo per spiegare perché scrivo una recensione dell'ultimo film di Clint Eastwood senza averlo visto (fenomeno questo non poi così raro che tutto non si può sempre vedere e che gli uffici stampa forniscono così tanti materiali che ci si può cavare alla grande). Si intitola "Jersey Boys", è tratto dall'omonimo musical di Marshall Brickman e Rick Elice e sceneggiato da John Logan che nel 2006 ha vinto al Tony Award, l'oscar del teatro.

"Scordiamoci, insomma, la grandiosità di “Bird”, primo biopic musicale di Eastwood, che diresse nel 1988, e che gli offriva però un materiale molto più forte. “Jersey Boys” è un incanto totale per ricostruzione, numeri musicali e recitazione, un po’ meno come sviluppo narrativo" scrive Marco Giusti su Dagospia. Ma il suo pezzo per la velenosa web-rivista di Roberto D' Agostino inizia così: "Chi è cresciuto tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 con “Sherry”, “Cry For Me”, “Big Girls Dont’t Cry”, “What a Night”, con la voce in falsetto di Frankie Valli e i coretti dei Four Seasons, non può non commuoversi davanti a “Jersey Boys”, diretto e prodotto da Clint Eastwood alla tenera età di 83 anni". Ecco, che vuoi cercare motivi oggettivi, che ti metti a fare a cercare il pelo nell'uovo o il pagliaio intorno all'ago: ci sei cresciuto in quegli anni? Si? Goditi il film. Non ci sei cresciuto? Peggio per te ma guarda il film e impara qualcosa dei tuoi genitori (o nonni).

"Noo, ma anche questa?!" diceva sorpresa un'interprete del film (non ricordo chi) man mano che sentiva le canzoni dei Four Seasons, ecco questa sarà una vera sorpresa per chi non è cresciuto in quegli anni.

La storia è quella vera di Frankie Valli (interpretato da John Lloyd Young) e di Bob Gaudio (Erich Berger), Nick Massi (Michael Lomenda) e Tommy DeVito (Vincent Piazza, l'unico che non è lo stesso interprete del musical), i Four Seasons, con tanto di serio disagio dei giovani italoamericani di strada e border line con la criminalità, con tanto di padrini mafiosi (il grande Cristopher Walken), di liti, violenze, stronzate e tutto il brodo di cultura dei giovani in bilico di quegli anni (e non solo di quelli).



CLINT

Clint è Clint: "Tiva al cuove Vamon, casca in tevva e si vivizza", così raccontava la scena clou di "Per un pugno di dollari" un amico fornito di comica evve moscia alla ragazzina che poi diventerà la mia prima moglie.

Clint, sì quello che in un aneddoto abusato riceve questo complimento da  Sergio Leone: Mi piace Clint Eastwood perché è un attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e una senza cappello. Quello che ha fatto "Bird", "Million dollar Baby", "Al centro del mirino", "Gli spietati", "Mystic River", "Gran Torino" e tanti altri film.

Per quanto mi riguarda gli perdono molto volentieri la chiacchierata a Tampa con la sedia vuota di Obama per appoggiare la candidatura alla Casa Bianca di Mitt Romney. E poi è un libertario, è a favore della concessione di tutti i diritti compreso quello del matrimonio ai gay.

E' Clint, e lui sa bene come tivave al cuove!

22/06/14

ALLA PORTATA DI TUTTI. NODDAVVERO! della contessa Sannetta Trampolini della Ferla

Molti mi chiedono cosa si nasconda dietro la mia arte, quale sia l'ispirazione, come scaturisca la scintilla della creazione nel crogiolo della mia mente, dove tragga gli spunti per la mia feroce evocazione, quando.....MA CHE PALLE! Io sono fondamentalmente “ragazza” e non ho idea perché alle mie mostre sia sempre presente il gotham della cultura....



 
 
 
 
 
(Dalla pagina Facebook della contessa Sannetta Trampolini della Ferla)
 

18/06/14

PURO SEMPLICE E NATURALE di Gianni Caverni

"A me mi piaceva il Barocco" (sì sì, proprio a me mi) ho detto alla soprintendente del Polo museale fiorentino Cristina Acidini quando l'ho rincontrata verso la fine del giro della mostra, "e la cosa era mal sopportata dalla mia professoressa di Storia dell'arte del liceo". "Lo credo bene!" ha scherzato lei. 


Andrea del Sarto - Annunciazione

In realtà alla mia veneranda età ho forse (meglio non essere precipitosi) capito perché a Firenze il barocco non ha mai davvero goduto di buona fama, e l'ho forse (appunto) capito proprio durante la presentazione e la visita di Puro semplice e naturale nell'arte a Firenze tra Cinque e Seicento, la seconda  mostra di Un anno ad arte 2014, il programma espositivo preparato con l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze. 

Santi di Tito - Annunciazione

Ideata e curata da Alessandra Giannotti e Claudio Pizzorusso la mostra, chiarisce sin dal titolo della prima delle sue 9 sezioni, La novità della tradizione, quali siano le sue linee guida: sovvertire il luogo comune di una cultura fiorentina passatista ed affermare, al contrario, le novità che percorrevano anche quell'arte che fra '400 e '600 restò fedele ai propri modelli. Andrea del Sarto e Fra' Bartolomeo, che Vasari vedeva estranei alla Maniera moderna e quindi esponenti di una tendenza che a parer suo era superata e senza futuro, tornarono fondamentali, alla fine del '500, come più consoni principi stabiliti dal Concilio di Trento. 

Fra' Bartolomeo - Padre Eterno con Maria Maddalena e Caterina da Siena
Particolare
Particolare

Santi di Tito e Jacopo da Empoli vollero sottolinearne l'importanza e, a metà del Seicento, Lorenzo Lippi ed Antonio Novelli si impegnarono nell'indicare il loro ruolo fondamentale nella definizione di un'altra strada capace di essere divergente dalla "dilagante figurazione barocca".
Insomma da questa volontà di rimanere all'interno del linguaggio estetico e contenutistico precipuamente fiorentino nasce e rimane forte quello che la Acidini, in sede di presentazione della mostra, aveva definito perfettamente come "un movimento in cerca di autore, o meglio in cerca di un nome".

Bronzino - San Sebastiano
Particolare

Pittura "riformata" viene definita a volte, ma, secondo Antonio Natali non è sufficiente. "Naturalismo" allora? si rischia di confondersi con Caravaggio ed i caravaggeschi con i quali ha niente in comune almeno sul piano delle atmosfere.
"Non è una mostra facile" ha esordito Natali, ed ha aggiunto che è un bene, "perché di mostre facili ce ne sono anche troppe. Penso a quanti fiorentini sono partiti alla volta di Bologna per offrire un tributo alla Ragazza dall'orecchino di perla, quadro bellissimo sia chiaro, ma diventato oggetto di culto per via di un libro e di un film, e magari faranno chiudere senza averle viste la mostra a Palazzo Strozzi sul Pontormo e sul Rosso e questa così perfettamente sintetizzata in "Puro semplice e naturale".

Giuliano Bugiardini - Sposalizio mistico di santa Caterina (particolare)

Comunque a me mi continua a piacere il barocco. Ma ha proprio ragione Claudio Pizzorusso che suggerisce, come istruzioni per l'uso della mostra, di aver sempre a mente che si tratta di una mostra sul linguaggio, quello fiorentino.
Galleria degli Uffizi, fino al 2 novembre, www.unannoadarte.it

Carlo Dolci - Madonna del giglio (particolare)

14/06/14

IL VIDEO DELLA MOSTRA SU PONTORMO E ROSSO A PALAZZO STROZZI



A poco più di un mese dalla chiusura della bella mostra di Palazzo Stozzi il video ufficiale qui:
https://www.youtube.com/watch?v=HmIsCR2dLaQ

PER PAOLA BORTOLOTTI

Ho ricevuto queste parole su FB da Beatrice, figlia di Paola Bortolotti, scomparsa poco tempo fa. Volentieri le pubblico anche su Inganni Veraci sperando così di allargare il numero delle persone che le possano leggere e rispondere positivamente all'appello che lancia sua figlia.
Gianni Caverni
 

Sono figlia di Paola Bortolotti, che tu hai ben conosciuto. Scusa se pubblico questo sulla tua pagina ma le persone intelligenti e sensibili ti seguono e forse mi aiuteranno.
La mia mamma, “prima di partire per i suoi viaggi”, ha lasciato delle volontà scritte e precise.
Donare i sui cataloghi e libri d’arte a due musei importanti in Toscana e la speranza in una pubblicazione sul suo lavoro plurie...nnale, che se oggi fosse ancora in vita, avrebbe fatto lei.
Io, in quanto figlia ed erede delle sue volontà desidero portare avanti il suo progetto dedicato alla mia mamma ed al suo lavoro, come è stato anche quello di scoprire e promuovere artisti emergenti.
Ho deciso di raccogliere e conservare le sue pubblicazioni, i suoi articoli e tutti i progetti delle mostre da lei promosse o seguite.
Così come la sua piccola collezione di opere degli artisti che lei amava, frequentava e promuoveva con il suo particolare carattere, la sua personalità e la sua libertà di essere VERA.
Spero di trovare un luogo che dia spazio a questo personaggio, Paola Bortolotti, e so che non sarà semplice e forse anche oneroso.

Vi invito a venire, per la raccolta fondi a favore di detto progetto, in via Orcagna 62, dalle ore 19 alle 22, nei giorni di
15 giugno
16 giugno
17 giugno
per prendere un ricordo di Paola, lasciando una offerta libera, che sarà destinata alla realizzazione di un “ricordo per lei e gli artisti che ha seguito”

Beatrice
338.8552920
Bea671967@gmail.com