24/09/13

BREAKING BAD di Gaia Rau

Quando frequentavo il liceo, nonostante un curriculum da perfetta secchiona, non sono
mai riuscita ad andare d’accordo con la chimica. Non so se per semplice pigrizia o per pura
incompatibilità, ma ricordo una serie infinita di performance tragicomiche alla lavagna e la
netta, irrevocabile convinzione maturata in quegli anni: “Questa roba non mi servirà mai, mai,
mai a niente”. Probabilmente, le cose sarebbero andate in tutt’altro modo se avessi pensato che
 legami e ossidoriduzioni, e non il paradigma di “lambano” o una dettagliata ricostruzione
 storica della battaglia di Bouvines, avrebbero potuto tornarmi utili, in futuro, per maturare il
 migliore piano B di sempre.
 

La parabola di Walter White in arte Heisenberg, il protagonista di “Breaking Bad  - Reazioni
collaterali” , è talmente perfetta che potrebbe spiegare, da sola, l’incredibile successo di questa
serie-capolavoro americana prodotta dalla Amc e ideata da Vince Gilligan, nonché la cosa
più simile a un grande romanzo popolare mai vista in televisione. Walter, sostanzialmente,
nasce come un signor nessuno, un povero cristo come tanti con una moglie incinta e un
figlio portatore di handicap, uno stanco professore di chimica in un liceo di provincia – la
peggiore: Albuquerque, nel Nuovo Messico – che fatica a mettere insieme il pranzo con la
cena, e le cui condizioni peggiorano irrimediabilmente il giorno in cui scopre di essere vittima
di un cancro inoperabile ai polmoni. E’ allora che Walter, approfittando delle dritte ricevute
dall’inconsapevole cognato Hank, agente della Dea, decide di reclutare un ex studente, Jesse
Pinkman, e di mettersi a cucinare metanfetamina per assicurare alla propria famiglia un
avvenire migliore.
 

Da qui, tra rocambolesche scene nel deserto, momenti di autentico dramma, siparietti
grotteschi, performance attoriali stratosferiche, dinamiche da Spaghetti Western e una
regia per cui la definizione di “tarantiniana” è, probabilmente, sminuente, si dipana una
catena di eventi che portano mister White a diventare, nel giro di un anno, non soltanto
uno dei più potenti narcotrafficanti sulla scena mondiale, ma anche e soprattutto un cattivo
vero, un personaggio oscuro e temutissimo, un delinquente senza scrupoli capace di far
fuori – all’inizio in modo un po’ impacciato, poi in maniera sempre più perfetta, spietata e
scenografica – qualunque ostacolo gli si pari davanti. Un personaggio di cui, se ami almeno un
briciolo la letteratura, non puoi fare a meno di innamorarti.
 

Mostro senza scrupoli o semplicemente luminoso idolo della rivincita degli umili, Heisenberg
è la migliore dimostrazione possibile che la cattiveria è una disciplina come un'altra, che
chiunque, attraverso un’applicazione rigorosa e metodica, può imparare a padroneggiare
in maniera ineccepibile, fino a ottenere risultati straordinari. Esattamente come la chimica,
insomma. Poi, naturalmente, ci sono le conseguenze. Perché se è vero che mister White se
la cava sempre, e per lo più in maniera spettacolare, il prezzo che paga è quello di tutti gli
antieroi che si rispettino: una solitudine totale e devastante, e un’incomprensione sempre più
irrimediabile proprio da parte di quella famiglia che ha cercato, a ogni costo, di proteggere.
Al pubblico americano, e a noi che la seguiamo in streaming da cinque, lunghe stagioni,
mancano solo due puntate per scoprire come finirà l’epopea di “Breaking Bad”, e nonostante
l’ansia di arrivare alla fine è inutile dire che ci sentiamo già un po’ in lutto. A quello italiano,
che la può seguire sul canale satellitare AXN o, in chiaro, su Rai 4, rimane un po’ di tempo
in più. Quel che è certo, per entrambi, è che “Breaking Bad” è una serie che faremo fatica a
dimenticare.
 

22/09/13

SCOGLI RELATIVI - SPAROLIAMO di Riccardo Ventrella

 
Un recente tweet di Nichi Vendola dedicato al raddrizzamento della Costa Concordia ha risvegliato nella mia mente la considerazione che segue: come i centoquaranta caratteri di Twitter sono una barriera che taluni aggirano con virtuosismi ortografico/sintattici, così la metrica di una lingua complessa come l’italiano è una brutta bestia, soprattutto quando deve adattarsi a una linea musicale. Compito del paroliere è, talora, quello di piegare dette regole con le pinze in modo da far filare le cose.
 
La proposizione relativa ne fa le spese in primis: nel mare di Fabio Concato c'è lo scoglio "che ci si può buttare".
 
Gli anni nei quali i film erano belli diventano per un maestro del genere, Max Pezzali, "gli anni di che belli erano i film", così come per l’ottimo Nichi le navi da crociera ci affondano nella “vergogna di insopportabile abuso”. Sempre nello stesso brano, Pezzali si esibisce in una vera e propria rarità da lingua latina, il complemento di limitazione: "gli anni dei Roy Rogers come jeans".
 
Parte spesso il genitivo di possesso, e la vita indivisibile di Laura Pausini e Marco ne La solitudine diventa "di noi due" invece che nostra. Quando proprio l'accentazione non torna, piuttosto che rinunciare a un verso pregnante meglio addolcire qualche termine. Ancora l'ottimo Pezzali in preda a struggimento d'amore Nessun rimpianto rimprovera lei che avrebbe dovuto "àmarmi e pròteggermi".
Della serie, non li ferma proprio nessuno...

20/09/13

ER CALIFFO - POST SCRIPTUM di Domenico Coviello

M’è arrivata notizia che me trasferisco de loculo. Vojo dì: me danno ‘na tomba, finarmente. E che te possino…So’ mesi che so’ morto, qui un po’ tutto, no solo il resto, è noia, e manco me potevo riposà bbene. 

Adesso ner sepolcro vero me sgranchisco ‘n po’ le gambe, va. Che te devo dì. I fan me vengono a osannà pure ora che so’ cenere. An vedi aho! La ggente nun sta bbene… 

Io però la vita me la so’ goduta. Pe’ ccarità: soffrire ho sofferto, eh! La giovinezza difficile, la droga (che poi s’è dimostrato che nun c’entravo gniente, ma io ce so’ annato ar processo, mica come certi politici… e nun famo nomi, va…aho, sia chiaro: so’ anticomunista, eh). 

E poi le donne. Quante ne ho amate. Sì, vabbè. A modo mio. E allora?...Come avete detto? Ma no, certo, gli innamoramenti so’ stati pochi, pochissimi. Alcune le ho usate, le ho un po’ strapazzate. Però poi tutte se ricordavano de me. Ma valle a capì…Certo la bbella vita m’è sempre piaciuta: le donne i motori le feste gli amici. 

Che voi fa’, quando usciva un nuovo modello de Bmw o Mercedes era già mio prima de ariva’ in concessionaria. E pure Honoré de Balzac se comprava due o tre calessi nuovi de zecca appena faceva i quattrini. Fiji miei, co’ le canzoni ho fatto i miliardi. E poi me li so’ magnati… La canzone, già! Senza quella la mia vita non avrebbe avuto senso. Ne ho suonate, cantate, scritte, lette, regalate. Canzone mia…dormi qui te ne vai sono sempre fatti tuoi…costa cara la felicità, mejio la libbertà.  

14/09/13

POST SCRIPTUM - DON CHISCIOTTE di Domenico Coviello

Son morto savio ma ho vissuto da matto, rispettabili dame e signori. A far l’hidalgo m’annoiavo. E non poco! Sicché divenni, finalmente, un cavaliere errante. Ah..sì!! Che soddisfazione! Ci vuol della follia, sapete, per vivere in questo mondo arduo e traboccante di perigli…

 Non vedo, ancora oggi, il perché non dovessi trascorrere il mio tempo a legger romanzi cavallereschi, prima di agire: che problema c’è? Qual è la questione che su ciò vi tormenta? 

 

Puah…Anche voi, o posteri del XXI secolo, mi sembrate dei gran rammolliti sputasentenze. Dico io, ma come si fa a non vedere di qual buone e giuste cause il mondo ancora abbisogni, affinché si lotti incessantemente per onorare il Bene?

Orsù, datevi da fare! Anche se siete sulla cinquantina, come fui io al momento di divenir cavaliere, buttatevi nella mischia, imbracciate la lancia… pardon, il fucile mitragliatore, insomma quello che è… e lanciatevi a bomba contro l’ingiustizia sul vostro ronzino (cioè sul, come si chiama, caccia F35… sì, quel che è… mamma mia che confusione ho in testa…).


 

Se poi trovate Mulini a Vento, attenti! Son Giganti pericolosi! (Mi dicono però che oggi i mulini a vento sono ammirati dai bambini come una reliquia del passato…robe da pazzi); se vi imbattete in un gregge di pecore, non arretrate! Sono eserciti nemici e agguerriti!


E’ da troppo tempo che non la rivedo. E poi non m’importa se sia stata una contadina. Per me era la più bella Dama dell’Universo. Anche se ho passato la vita a confondere la realtà con la fantasia cercate di capirmi: di campare senza uno scopo nobile, bivaccando per ottant’anni nel vostro mondo, proprio non m’andava! Che gusto c’è a trascorrer l’esistenza come un fuscello portato dalla corrente del fiume… Tanto vale farsi cavalieri per errare. Finché sia possibile.   

(Le immagini sono tratte dal film "Quijote" di Mimmo Paladino e dal backstage)

 

10/09/13

IZIS AL MNAF di Gianni Caverni

Fotografo anche lui, sollecitato su cosa direbbe a suo padre, risponde “Grazie papà”. A parte che a noi tornerebbe meglio grazie babbo (ma è nato a Parigi, non è colpa sua) Manuel Bidermanas, che assieme a Armelle Canitrot ha curato “Izis – Il poeta della fotografia”, la mostra aperta da pochi giorni e fino al 6 gennaio al MNAF di piazza Santa Maria Novella, ci presenta, attraverso 120 immagini in bianco e nero, l’inspiegabilmente meno conosciuto artista di quella splendida generazione di fotografi francesi capeggiata da Cartier-Bresson.

.Articolata in 6 sezioni (Il Ritratto, Chagall, Sogni di Parigi, Sogni di Terra Promessa, Sogni di Londra e Sogni di circo) la mostra è un’occasione per il grande pubblico per conoscere lo straordinario lavoro di Izis Bidermanas, ebreo nato in Lituania, a 19 anni fuggiasco nella capitale francese, amico di Marc Chagall col quale condivideva origini religiose e geografiche, osservatore innamorato e sognante di Parigi e dei parigini ma anche di Israele e di Londra. "Ho realizzato due libri in collaborazione con Prévert. Abbiamo passeggiato molto per Parigi e per Londra. Noi eravamo fatti per lavorare insieme, perché lui era un poeta che si ispirava ad una certa realtà e trovava nelle mie fotografie i soggetti che gli stavano a cuore, gli innamorati, i bambini ... Avevamo una visione molto vicina".

Dal 1949 lavora per Paris Match e lo farà per 20 anni rivelandosi un reporter atipico, quello dell’antiavvenimento, cogliendo personaggi, situazioni, emozioni meno banali: ne sono ottimi esempi le foto nelle quali il coreografo Roland Petit viene ritratto mentre mima con le dita i passi di danza o quelle in cui di Paul Léautaud, scrittore e critico letterario, ritrasse i suoi tanti gatti.  Dieci libri ritmano la sua carriera facendo emergere l’animo poetico di un artista che, “tra i fotografi umanisti, è colui che più si è allontanato dalla realtà per entrare nel sogno”. Difficile segnalare un’immagine in questo ottimo campionario di sensibilità, ma “L’uomo con le bolle di sapone”, del 1952, merita forse un’attenzione speciale. Secondo me.

 

 


DUE: ASSERZIONI SPARSE MA NON PERSE di Marzio Pieralli



Non si può scrivere e contemporaneamente cuocere il minestrone di verdura, si rischia di scrivere  e di bruciare il minestrone, che è peggio.