Via, mi tocca. C'è da parlare di Mia madre di Nanni Moretti. Ho aspettato un paio di giorni per farmelo sedimentare dentro, ma ora mi tocca.
Dico subito che mi è piaciuto, e molto, così che i fustigatori di Moretti, così attivi nella smania freudiana di "uccidere il padre" (e non è una questione di età) e così frequenti nelle fila sbandate del popolo (?) di sinistra (?) possano cominciare subito a infamarmi.
Non solo, sospinto da spericolata audacia, aggiungo che ho trovato di grande livello la recitazione della Buy e, crepi l'avarizia, di grande livello anche quella di Nanni Moretti! Ecco, ormai l'ho detto. Ma mi va, e molto, anche di argomentare tutto questo.
Sapete perché mi è piaciuto, e molto, il film? Perché non mi sono commosso. Dovete sapere, se già non ve ne siete accorti, che col passare degli anni ci si commuove più facilmente e per quanto mi riguarda raggiungo ormai livelli da record. Inutile dire quindi che, nonostante il rapporto che ho avuto con mia madre non sia stato fra i migliori, mi aspettavo qualche agguato lacrimale che mi avrebbe costretto a nascondermi (me ne vergogno, sarà grave?). Invece niente, eppure le emozioni non mancavano ma direi che riguardavano la vita, non la morte, la presenza, non l'assenza, l'acquisizione, non la rinuncia.
Chi mi accompagnava ha detto, dopo lo scorrere di tutti i titoli di coda, "è un film sull'amore" e più ci penso e più mi convinco che abbia ragione. E poi non è un film tragico, si ride anche e nemmeno così raramente.
"Mi hai dato ragione! Mi date sempre ragione!" urla arrabbiata Margherita Buy, che interpreta una regista, ai suoi aiutanti sul set di quello sgangherato film sull'occupazione di una fabbrica: non possono sussistere dubbi, nel gioco autobiografico Nanni Moretti si incarna nel personaggio interpretato da Margherita Buy.
Ed è infatti lei, dilaniata com'è fra l'impossibilità emotiva ad ammettere l'imminente morte della madre, fra la tendenza a viverla un po' anche come un complotto contro di lei, fra il film che non quaglia, a riflettere molto morettianamente che tutti si aspettano che lei capisca, conosca, interpreti mentre invece lei non capisce proprio nulla. Cerca di aiutare la madre ad andare in bagno ma si arrabbia bruscamente con lei perchè non ce la fa, "sono solo tre metri!" le urla. L'attore che è stato il suo compagno, e magari lui sperava/credeva di esserlo ancora, la smonta, l'asfalta dicendole cose terribili sul suo egocentrismo, sulla sua difficoltà di amare, cose che lei in fondo sospetta siano vere.
Tanto che ne parla col fratello (Nanni Moretti) e gli chiede perchè lui non gliel'abbia mai detto, ed è dolce ed affettuoso il sorriso di lui mentre le fa capire che invece gliel'aveva detto eccome.
Ecco, un gran bel fratello Giovanni, quello che si è assunto naturalmente e serenamente il ruolo dello "smussatore", quello forte in grado di assorbire le debolezze altrui ed accoglierle con amore. Quello che c'è da sperare esista in ogni famiglia che se non c'è siamo tutti più poveri ed indifesi. In grado anche di accogliere la follia narcisista di John Turturro, l'attore protagonista del film della Buy, che gli si affida al punto di confessare che il suo non ricordare le battute e il rallentare la realizzazione del film sono il frutto di un alzheimer precoce ed ereditario.
In grado di fare una scelta drastica come quella di licenziarsi per essere più pronto alle difficoltà profonde che questa società sfinita ci propone.
Insomma non sono d'accordo con quanto ha scritto sul film la mia amica Maria Antonietta Serra, spero vorrà perdonarmi. Su una cosa siamo certamente d'accordo: l'intensità assoluta dello sguardo di Margherita Buy che chiude il film.
Si tratta certamente di un film che divide, per cui chi vorrà dica la sua e prometto di pubblicarlo.
21/04/15
19/04/15
LA FAMIGLIA BELIER CHE FA BENE ALL'ANIMA di Maria Antonietta Serra
In
questa recensione troverete anche il finale del film, coloro che non
vogliono conoscerlo evitino di leggerla.
La
Famiglia Bélier, un film per tutti, un toccasana per l’anima.
L’handicap
della sordità inteso come come figlio di un dio minore in questo
caso genera una figlia in do maggiore.
Nella
famiglia Bélier (regia di Éric Lartigau) la sordità fa un eccezione: Paula. La ragazza ha 16
anni e ogni giorno fa da interprete ai genitori nella gestione
amministrativa della loro fattoria.
Interpretata da Louane Emera,
uscita dal talent francese The Voice e all’esordio come
attrice, Paula scoprirà tramite l’insegnante di canto
Thomasson, patito di Michel Sardou, di avere “una
pepita d’oro in gola”, un talento eccezionale che dopo una
serie di ripensamenti la condurrà a Parigi al concorso canoro di
Radio France.
François
Damiens, interpreta con esuberanza il ruolo del padre di Paula,
personaggio incantevole che convive sereno con la propria sordità,
tanto da autocandidarsi a sindaco del paese, e ci trasmette per tutto
il film lo straripante amore verso sua moglie e i suoi figli.
Karin
Viard è la madre di Paula : una donna vivace, sopra le righe,
creativa e passionale, impulsiva e senza filtri. I momenti comici e
divertenti spesso nascono da lei e dalla sua congenita stramberia.
Luca
Gelberg, l'unico attore davvero sordomuto nel cast, è il fratello di
Paula e nonostante l’apparente distacco dalla ribellione della
sorella nutre per lei l’affetto tipico dei fratelli minori,
silenzioso e profondo, mascherato da noncuranza ma capace di esondare
quando il tempo lo richiede.
La
sceneggiatura priva di furberie e malizia spartisce equamente
umorismo, sensibilità, commozione e ci mostra quanto spesso le
parole siano dette a sproposito, quanto la naturalezza dell’amore
sia l’unico codice di comportamento, quanta fanfara mettiamo in
piedi ogni giorno inutilmente.
E’
un film candido, senza sesso, senza violenza, senza astuzia da
botteghino, un film che racconta questo tipo di handicap con garbo e
piacevole ironia.
La
scena divertente della prima colazione è il prologo del film: una
chiassosa sequela di rumori per Paula, che spesso usa le cuffie per
insonorizzarsi, intanto che la vita dentro casa si svolge nel
frastuono provocato dalla sua sorda famiglia.
La sedicenne con il
gran talento per il canto ci conduce quindi per mano nel suo mondo
fatto di lavoro nella stalla, di amicizia a scuola, di tenacia e
amore.
Sì,
amore. E’ proprio questo sentimento la forza che disegna l’epilogo
del film : dopo aver cantato e incantato tutti alla recita scolastica
di fine anno, gorgheggiando in duetto “Je vais t'aimer” ,
Paula decide di rinunciare al concorso, acquietando così i timori
della madre che vive come una tragedia la “normalità”
della figlia e le ansie di tutti riguardo la sua partenza. Il padre
però la raggiunge nel campo vicino casa intanto che Paula smaltisce
l’amaro della ritirata e proprio lì, al buio, le chiede cosa si
prova, cosa accade quando canta, cosa sente la gente che l’ascolta.
Allora Paula prende la mano del padre e se la porta alla gola,
intonando la canzone di Sardou.
Momento di autentica commozione
generato dai loro sguardi, dall’incontro d’anime sulle note di
una canzone d’amore, quindi la rivelazione , lo stupore, la presa
di coscienza, il perdono.
Così,
intanto che la notte trascorreva insonne, in quella fattoria prendeva
forma il futuro della ragazza e all’alba, su decisione del
padre, tutta la famiglia accompagnerà Paula a Parigi dove,
accompagnata al pianoforte da Thomasson che la raggiungerà in fretta
e furia, canterà “ Je vole “ di Michel
Sardou regalandoci un’incantevole interpretazione .
18/04/15
FABBRICA EUROPA XXII di Gianni Caverni
Due le novità assolute di questa 22sima edizione di Fabbrica Europa: torna la musica dopo alcuni anni di assenza, affidata alla cura di Maurizio Busia che ha preparato per l'occasione un programma originale e stimolante. L'altra novità riguarda l'arte contemporanea che nelle ultime due edizioni era stata presente con due grandi installazioni, di Maurizio Nannucci prima e di Marco Bagnoli un anno fa, che occupavano tutta la prima grande navata della Stazione Leopolda. Certo la "contaminazione" (e dai!) fra le arti non permette distinzioni rigide ma è altrettanto certo che Sergio Risaliti, ormai Mister Ovunque nella scena artistica fiorentina, non risulta quest'anno far parte del team che ha definito il programma.
Fabbrica Europa, "il nostro punto fermo nelle dinamiche culturali europee" come l'ha definita Cristina Giachi, la vicesindaco, resiste dunque all'invecchiamento ma soprattutto alle difficoltà crescenti di assicurare un programma di alto livello con il continuo limitarsi delle risorse disponibili. Per la gioia del colto e dell'inclita, del curioso, dell'appassionato, del simpatico "perdigiorno" che trova alla Leopolda e nelle altre sedi rifugio notturno sicuro, di una città che fa bene a tenersi stretto caparbiamente questo ormai assoluto patrimonio di eventi, per la loro gioia, e quella di un monte di altre persone, il programma di Fabbrica Europa si snoda dal 7 maggio al 3 luglio praticamente ininterrottamente e spesso con più di un appuntamento quotidiano.
Il programma completo si trova al www.fabbricaeuropa.net. Tutto comincia alle 18 del 7 maggio alla Leopolda con Cantare in azione - Canti sacri curdi e armeni e un ora dopo con l'inaugurazione dell'installazione CCAP / Cristina Caprioli - Trees ("una foresta in movimento, una fiaba digitale in cui perdersi, diventandone parte. Un bosco di ombre dove aggirarsi con attenzione, seguendo la propria natura e il proprio temperamento. In alcuni momenti l’installazione si animerà della presenza di performer che ci guideranno, daranno il ritmo, mostreranno come muoverci, creando una coreografia fatta di condivisione"). Alle 21 Zap della Lee Hee-moon Company ("ZAP unisce suono, vocalità, musica strumentale e danza in un percorso che sa dare nuova forma a storie antiche anche grazie alla sapiente messa in scena di An Eun-mi. Luci, costumi e scenografia contribuiscono a consegnare all’incanto del pubblico una raffinata contemporaneità).
Fabbrica Europa, "il nostro punto fermo nelle dinamiche culturali europee" come l'ha definita Cristina Giachi, la vicesindaco, resiste dunque all'invecchiamento ma soprattutto alle difficoltà crescenti di assicurare un programma di alto livello con il continuo limitarsi delle risorse disponibili. Per la gioia del colto e dell'inclita, del curioso, dell'appassionato, del simpatico "perdigiorno" che trova alla Leopolda e nelle altre sedi rifugio notturno sicuro, di una città che fa bene a tenersi stretto caparbiamente questo ormai assoluto patrimonio di eventi, per la loro gioia, e quella di un monte di altre persone, il programma di Fabbrica Europa si snoda dal 7 maggio al 3 luglio praticamente ininterrottamente e spesso con più di un appuntamento quotidiano.
Il programma completo si trova al www.fabbricaeuropa.net. Tutto comincia alle 18 del 7 maggio alla Leopolda con Cantare in azione - Canti sacri curdi e armeni e un ora dopo con l'inaugurazione dell'installazione CCAP / Cristina Caprioli - Trees ("una foresta in movimento, una fiaba digitale in cui perdersi, diventandone parte. Un bosco di ombre dove aggirarsi con attenzione, seguendo la propria natura e il proprio temperamento. In alcuni momenti l’installazione si animerà della presenza di performer che ci guideranno, daranno il ritmo, mostreranno come muoverci, creando una coreografia fatta di condivisione"). Alle 21 Zap della Lee Hee-moon Company ("ZAP unisce suono, vocalità, musica strumentale e danza in un percorso che sa dare nuova forma a storie antiche anche grazie alla sapiente messa in scena di An Eun-mi. Luci, costumi e scenografia contribuiscono a consegnare all’incanto del pubblico una raffinata contemporaneità).
La Corea e l'oriente dunque sotto la lente di Fabbrica Europa, ma anche la cultura curda ed armena. D'altronde FE "lavora da
sempre per costruire ponti di conoscenza e occasioni di consapevolezza culturale, individuando percorsi possibili, traiettorie inusuali e trattenendo
memoria di ritualità passate e presenti. Memoria che dia la spinta per
riattivare un impegno collettivo dello sguardo,della
percezione, del gesto. Verso un futuro dagli orizzonti ancora aperti" come si legge nel comunicato stampa preparato per la presentazione del programma.
Significativa l'affermazione di Maurizia Settembri, da sempre anima di FE, "che abbiamo sempre cercato di riportare, anche solo temporaneamente, in Italia coloro che erano stati costretti per trovare spazio, ad andarsene", e il programma conferma questa volontà.
Dal 7 maggio dunque al 2 / 3 luglio, quando, alle Murate, si svolgerà la sesta edizione del Festival au Desert (con "Greg Cohen
(contrabbassista di Tom Waits e John Zorn), Aly Keita (virtuoso del
balafon maliano), Awa Ly (carismatica cantante franco-senegalese), Karim
Ziad (batterista e direttore del Festival Gnawa di Essaouira), Vincent
Segal (violoncellista francese), Hamid El Kasri (musicista e
cantante gnawa)").
Nel mezzo un ricco mucchio di occasioni, da Bul-Ssang ("che combina magistralmente la pop art delle statue di Buddha,
la danza contemporanea, la danza tradizionale e le arti marziali di diversi
paesi asiatici: un’esplorazione delle tradizioni asiatiche e del loro conflitto
con la modernità e con l’Occidente") a ST()MA di Cristiano Calcagnile, batterista, percussionista, compositore, che definisce il suo lavoro "la metafora attraverso cui guardo alla trasformazione come
necessità vitale ed evolutiva, una parafrasi artistica che ne coglie gli
aspetti più intimi e conflittuali e ne conosce le fertili contraddizioni".
Da KK//I'm a kommunist kid di Glen Çaçi, autore e performer albanese, a EPICA ETICA ETNICA
PATHOS – 25 anni con Gianni
Maroccolo, Massimo Zamboni, Francesco Magnelli, Giorgio Canali e la partecipazione di
Ginevra
Di Marco e Angela
Baraldi ("Epica Etica Etnica Pathos è il quarto album del gruppo punk rock italiano CCCP Fedeli
alla linea, pubblicato nel 1990 dalla Virgin Records. Uscito come doppio, è
l’ultimo del gruppo che, di lì a poco, si scioglierà").
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17/04/15
QUELLO SGUARDO DI MARGHERITA: "MIA MADRE" di Maria Antonietta Serra
Grande attesa per “Mia madre”, il nuovo film di
Nanni Moretti.
Attesa delusa, almeno per la sottoscritta.
L’affondo in poltrona vellutata ha tenuto alto
in me il sentimento di commozione più per l’evidente copiosa lacrimazione di
mio marito che per il film stesso.
Eh si, lui il giornalista/autore
televisivo/scrittore/ecc ecc attempato e dal cuore cinico ha trovato il
film straordinario, commovente, perfetto nella strada descrittiva. Io,
casalinga multitasking di mezza età e dal cuore morbido ho trovato il
film lento, noioso e ingannevole nella descrizione del dolore.
Moretti racconta sostanzialmente il malessere
che ci scorta nella vita, costellato da una serie di incomodi
ostacoli difficili da affrontare: il lavoro, la famiglia, la gestione degli
affetti, la morte. Che ci sia la mano di un bravo cineasta è lampante ma, come
dicevano i prof a scuola “ il ragazzo è bravo ma non si applica, poteva dare di
più “.
Poteva stupirci, aggiungo io.
La perla del film è Margherita Buy in una delle
sue interpretazioni migliori , chiaramente una Moretti al femminile e per
questo più amabile sia nei momenti di egocentrica ironia che in quelli di
smarrimento.
Nanni Moretti è meglio che resti dietro la
macchina da presa, la sua voce dolciastra e la sua recitazione dal timbro
confuso e dalla pausa forzata, quasi in cerca di applauso nei tempi voluti, ne
fanno un narciso che a confronto Woody Allen è un dilettante.
Giulia Lazzarini, nel ruolo di ex professoressa
di latino e madre morente tiene la parte con gran padronanza ma qualche
forzatura, come l’enfasi nello sguardo, si insinua nei momenti cruciali legati
al trapasso imminente e, proprio per questo, le nego la promozione a pieni
voti.
Il personaggio prende maggiore forma nel
ricordo degli ex alunni, che ne decantano il vissuto. Quindi è l’assenza a
rafforzare la presenza della madre, come spesso accade nella vita quando
qualcuno che amiamo ci lascia.
Beatrice Mancini, la ragazzina che interpreta
la figlia della Buy è di spontanea bravura, lieve come solo i giovani sanno essere,
e porta un tocco di grazia, di naturalezza alla storia.
John Turturro nel ruolo enfatico e bizzarro
dell’attore che interpreta l’attore è meraviglioso nella sua recitazione dalla
storpiata pronuncia italiana, indossa perfettamente tutti i crismi che gli
artisti conclamati si portano appresso sia nel reale che nel virtuale.
Il bouquet sembrerebbe di grande effetto eppure
manca, a mio avviso, quella nota più intima, autentica, di fluido lirismo che
chi ha accompagnato alla morte un genitore dovrebbe avere marchiata a fuoco sul
cuore tanto da trasmetterla in un solo sguardo.
Però, c’è un però : a proposito di sguardo è da
non perdere quello di Margherita Buy: lungo, muto, compassionevole anche verso
se stessa, uno sguardo ampio, tanto da riuscire a contenere tutto il dolore.
Qui mi fermo e mi dico : se il suo sguardo è la
chiave del film, allora “Mia madre” è un capolavoro.
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