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23/05/15

YOUTH E' "UNA CANZONE SEMPLICE" di Maria Antonietta Serra

Youth ovvero “la grande bellezza” del cinema italiano che si rivela nella narrazione preziosa di Paolo Sorrentino. Fred Ballinger, interpretato magistralmente da Michael Caine è un anziano direttore d'orchestra in pensione che alloggia sulle Alpi svizzere con la figlia Lena, Rachel Weisz dalla pelle di luna,  e l'amico di sempre Mick, un Harvey Keitel in gran forma che interpreta un vecchio regista impegnato nella stesura del suo ultimo film. 
I due si dirigono verso il futuro centellinando perle del passato che li ha accomunati  anche dalla stessa incompiuta infatuazione, sezionando con lucidità le vite dei propri figli e degli altri ospiti dell’albergo pluristellato tra cui: un attore di gran fama ma incompreso, un asso del calcio mondiale che trascorre il tempo supportato dalla bombola di ossigeno, una coppia di vecchi amanti silenziosi quanto misteriosi, un guru indiano che tenta la levitazione. 
Tutti sono esaminati con dovizia e scannerizzati dallo sguardo lucido di Ballinger e del suo amico Mick tra un chek-up medico, una sauna e una passeggiata tra i monti. Sorvolo sul cast che spazia dalla bellezza di miss universo a Mark Kozelek che fa se stesso, a Paloma Faith che fa se stessa, all’eccellenza vocale di Sumi Jo che interpreta se stessa anche lei. 
L’ approdo finale è un pregiato cameo di Jane Fonda che ci regala un’interpretazione da storia del cinema. Il film inizia con un gioco descrittivo sublimato dalle movenze fluttuanti e deformate in un gioco d’acqua e bagliori, quasi specchi, nella vasca termale del Grand Hotel svizzero, in cui si svolge la storia. E’ tutto un’allegoria della vita. Ogni dettaglio è perfezione:  la sceneggiatura non presenta sbavature, la scelta delle location è perfetta, i costumi come il trucco e parrucco hanno una definizione pittorica ,il casting ha cercato la disarmonia dei volti, la musica regala potenza ad ogni sequenza . Nulla è banale. Tutto profuma di vita. Tutto ha un impeccabile glamour che non sconfina mai grazie alla profonda, intima, cruda e costante attenzione all’animo umano. 
La splendida fotografia di Luca Bigazzi è la matita con la quale Sorrentino dipinge il quadro fatto di luce nitida e fredda, mettendo a fuoco ogni dettaglio, rivelando nei primi piani un accurato rispetto verso i tratti del protagonista in scena, fosse pure una mucca. La musica è filo conduttore nei silenzi in cui risuonano i campanacci di un alpeggio o nello strofinar la carta di una caramella che diventa metronomo tra le dita del protagonista, nelle movenze dettate dalle carezze di un massaggio con oli essenziali, nel librarsi di virtuoso di una pallina da tennis che l’obeso e decadente calciatore mancino palleggia con la grazia del Pibe de oro.  
La musica dunque legata alla vita, al passato, a quel che verrà e all’amore, concetto tradotto in una breve frase detta da Ballinger alla figlia che rivela il senso d’ogni cosa “io capisco solo la musica. E sai perché la capisco? Perché la musica non ha bisogno delle parole, né dell’esperienza. La musica c’è….”. A farla breve essere toccati da questa delicata creatura è qualcosa che smuove dentro, si percepisce l’amore per la vita. Diciamo che il canovaccio narrativo è incentrato sui dettagli più che sulla spettacolare trama. Sorrentino ama questo suo ultimo figlio, gli vuole bene, lo veste con cura e lo presenta al meglio. Gli disegna addosso un’onirica visione, a tratti felliniana, perché questa “giovinezza” è da vivere in ogni nostra stagione.  
E’ un film impeccabile ma non lezioso, perfetto ma non noioso, charmant ma non spocchioso. Unica figura “molesta” nella sceneggiatura è quella dell’emissario della Regina Elisabetta che inviterà Ballinger a dirigere un concerto a Buckingham Palace nonostante le ripetute risposte negative. Il concerto fungerà da snodo nel groviglio emotivo tra lui e la figlia e disegnerà un’onda perfetta risolutiva tra le due generazioni , entrambe segnate dall’incompiutezza. 
Perché ogni vita prima o poi viene sfilacciata dalla memoria e qualcosa si disperde. Tutto è comprensivo di altisonanti armonie ad ogni passaggio del racconto, sempre in equilibrio tra la giovinezza e la morte dove futuro e passato si abbracciano sulle corde di una “ canzone semplice “.

"TRAILER" DI YOUTH

Maria Antonietta Serra ieri sera su FB:" Youth " di Paolo Sorrentino è la vera grande bellezza . Commossa e piena di ammirazione trattengo con me tutta l'emozione, ancora un po' prima del pianto che, sono certa, sopraggiungerà libero e grato. Per ora è tutto. Buonanotte.

Io a lei su WA stamani:Tesoro mio mi scrivi una bella cosa su youth? Daiiii ...

MAS: Sai che mi ha presa talmente tanto che ora come ora non so che dirne? Come quando ci si innamora ... non si spiega. Lascio sedimentare poi provo.

Io: Io l'ho visto ieri e capisco che provi.

Io: Posso scrivere questo nostro WA come trailer del pezzo sul film?

MAS: Certo!

MAS: Anche io visto ieri. Sono ammutolita e lascio scorrere nel sangue questa beatitudine.

17/04/15

QUELLO SGUARDO DI MARGHERITA: "MIA MADRE" di Maria Antonietta Serra

Grande attesa per “Mia madre”, il nuovo film di Nanni Moretti.
Attesa delusa, almeno per la sottoscritta.
L’affondo in poltrona vellutata ha tenuto alto in me il sentimento di commozione più per l’evidente copiosa lacrimazione di mio marito che per il film stesso. 
Eh si, lui il giornalista/autore televisivo/scrittore/ecc ecc  attempato e dal cuore cinico ha trovato il film straordinario, commovente, perfetto nella strada descrittiva. Io, casalinga multitasking di mezza età  e dal cuore morbido ho trovato il film lento, noioso e ingannevole nella descrizione del dolore.
Moretti racconta sostanzialmente il malessere che ci scorta nella vita,  costellato da una serie di incomodi  ostacoli difficili da affrontare: il lavoro, la famiglia, la gestione degli affetti, la morte. Che ci sia la mano di un bravo cineasta è lampante ma, come dicevano i prof a scuola “ il ragazzo è bravo ma non si applica, poteva dare di più “.
Poteva stupirci, aggiungo io.
La perla del film è Margherita Buy in una delle sue interpretazioni migliori , chiaramente una Moretti al femminile e per questo più amabile sia nei momenti di egocentrica ironia che in quelli di smarrimento.
Nanni Moretti è meglio che resti dietro la macchina da presa, la sua voce dolciastra e la sua recitazione dal timbro confuso e dalla pausa forzata, quasi in cerca di applauso nei tempi voluti, ne fanno un narciso che a confronto Woody Allen è un dilettante.
Giulia Lazzarini, nel ruolo di ex professoressa di latino e madre morente tiene la parte con gran padronanza ma qualche forzatura, come l’enfasi nello sguardo, si insinua nei momenti cruciali legati al trapasso imminente e, proprio per questo, le nego la promozione a pieni voti.
Il personaggio prende maggiore forma nel ricordo degli ex alunni, che ne decantano il vissuto. Quindi è l’assenza a rafforzare la presenza della madre, come spesso accade nella vita quando qualcuno che amiamo ci lascia.
Beatrice Mancini, la ragazzina che interpreta la figlia della Buy è di spontanea bravura, lieve come solo i giovani sanno essere, e porta un tocco di grazia, di naturalezza alla storia.
John Turturro nel ruolo enfatico e bizzarro dell’attore che interpreta l’attore è meraviglioso nella sua recitazione dalla storpiata pronuncia italiana, indossa perfettamente tutti i crismi che gli artisti conclamati si portano appresso sia nel reale che nel virtuale.
Il bouquet sembrerebbe di grande effetto eppure manca, a mio avviso, quella nota più intima, autentica, di fluido lirismo che chi ha accompagnato alla morte un genitore dovrebbe avere marchiata a fuoco sul cuore tanto da trasmetterla in un solo sguardo.
Però, c’è un però : a proposito di sguardo è da non perdere quello di Margherita Buy: lungo, muto, compassionevole anche verso se stessa, uno sguardo ampio, tanto da riuscire a contenere tutto il dolore.
Qui mi fermo e mi dico : se il suo sguardo è la chiave del film, allora “Mia madre” è un capolavoro.


16/04/15

DAVOLERIE di Maria Antonietta Serra

Si è appena conclusa a Milano la manifestazione d’arte fotografica MIA Fair, allestita nel nuovo complesso The Mall a Porta Nuova. La fiera, seguita e sostenuta dal suo padre biologico Fabio Castelli, giunge alle porte di Expo2015 nel suo 5° anniversario, aprendo le braccia a 145 artisti, ognuno col suo stand e il suo catalogo.
Ci sono stata, l’ultimo giorno e in preda a una sola curiosità : osservare dal vicino le foto pittoriche di Mauro Davoli. Mi incammino tra la folla senza alcuna disciplina e mi imbatto in svariati mondi fotografici. L’impatto visivo, nel mio percorso da osservatrice agnostica, mi porta a pensieri che non scrivo per pudore verso gli artisti veri, sono all’interno della scatola del mondo “cortese”.
Scavalcando il chiacchiericcio della folla, eccomi in dirittura di arrivo allo stand 54 - corridoio A, dove le opere di Mauro Davoli si palesano e col loro scintillio annientano il resto.
Mi avvicino e prendo atto della grandezza dell’artista, è seduto e conversa con due persone, sua moglie poco più indietro. La semplicità delle sue movenze, del linguaggio che appena percepisco poiché piacevolmente colpita dalle immagini appese e dal contesto così “fuori contesto”, mi rammenta che ho davanti QUEL fotografo legato al mondo dell’architettura, della pubblicità, del design e dell’arte, insomma mi trovo innanzi a Sua Eminenza il Re della fotografia pittorica di reminiscenza fiamminga.
Mi presento e, alla sua stretta di mano correlata da un sorriso privo di tracotanza, capisco che ho di fronte una bella persona, scevra della retorica dell’artista, ho di fronte a me un puro, un uomo semplice dagli occhi limpidi ; sono nel luogo in cui risiede la bellezza.
Non essendo uno specialista del settore e neppure un critico d’arte ho un vantaggio assoluto, tipico di chi elude la tecnica: so che se qualcuno tocca la mia anima attraverso un’opera, un gesto, una frase mi è poi difficile discostarmene. Le immagini appese, di accurata eleganza, dal nero acceso e dalla luce cosi netta a definire alcuni tratti del fiore, del vaso o del piano di lavoro scelto, si agganciano alla mia coscienza rilasciando stille di incanto.  
Capisco che ho poco tempo, che è un mondo tutto da scoprire quello del buio, dei ripiani, delle cose poggiate, dei fiori che appassiscono e degli insetti. Tutto  contribuisce allo svolgersi della creazione, intanto che in fase d’opera si delinea il ritratto. Capisco che non ho conoscenza, che il mio approccio è di puro pathos, ma intuisco che lui offre una chiave di accesso, a chi vuole comprendere.
Mauro Davoli non ha vanità, è un poeta dell’immagine: rende tutto più leggero. Pare che Franco Maria Ricci un giorno sia andato a trovarlo nello studio e, intanto che Davoli lavorava sulle foto dei fiori, ispirandosi ai quadri fiamminghi visti al Louvre, conquistato da tale bellezza, lo convinse a dedicarsi a questa sorta di magia: il riprodurre qualcosa che con pochi raggi di luce possa brillare nell’oscurità. Di lì a breve Davoli finì in copertina sul numero 152 di  FMR, la rivista d’arte che sembrerebbe tornare a pubblicare a breve dopo anni di silenzio.
Resta in me la suggestione legata a un’opera precisa : il ricordo del sottile gioco iridescente sulla pancia del vaso blu di cristallo, l’unico vaso senza fiore, protagonista assoluto e circondato da una corolla di petali bianchi; l’unico che rende il buio alle sue spalle uno sconfinato mondo al quale accedere, dal quale proveniamo forse, una sorta di recondita armonia definita dall’unico petalo di fiore bianco rimasto intatto sul bordo del vaso.