16/04/15

DAVOLERIE di Maria Antonietta Serra

Si è appena conclusa a Milano la manifestazione d’arte fotografica MIA Fair, allestita nel nuovo complesso The Mall a Porta Nuova. La fiera, seguita e sostenuta dal suo padre biologico Fabio Castelli, giunge alle porte di Expo2015 nel suo 5° anniversario, aprendo le braccia a 145 artisti, ognuno col suo stand e il suo catalogo.
Ci sono stata, l’ultimo giorno e in preda a una sola curiosità : osservare dal vicino le foto pittoriche di Mauro Davoli. Mi incammino tra la folla senza alcuna disciplina e mi imbatto in svariati mondi fotografici. L’impatto visivo, nel mio percorso da osservatrice agnostica, mi porta a pensieri che non scrivo per pudore verso gli artisti veri, sono all’interno della scatola del mondo “cortese”.
Scavalcando il chiacchiericcio della folla, eccomi in dirittura di arrivo allo stand 54 - corridoio A, dove le opere di Mauro Davoli si palesano e col loro scintillio annientano il resto.
Mi avvicino e prendo atto della grandezza dell’artista, è seduto e conversa con due persone, sua moglie poco più indietro. La semplicità delle sue movenze, del linguaggio che appena percepisco poiché piacevolmente colpita dalle immagini appese e dal contesto così “fuori contesto”, mi rammenta che ho davanti QUEL fotografo legato al mondo dell’architettura, della pubblicità, del design e dell’arte, insomma mi trovo innanzi a Sua Eminenza il Re della fotografia pittorica di reminiscenza fiamminga.
Mi presento e, alla sua stretta di mano correlata da un sorriso privo di tracotanza, capisco che ho di fronte una bella persona, scevra della retorica dell’artista, ho di fronte a me un puro, un uomo semplice dagli occhi limpidi ; sono nel luogo in cui risiede la bellezza.
Non essendo uno specialista del settore e neppure un critico d’arte ho un vantaggio assoluto, tipico di chi elude la tecnica: so che se qualcuno tocca la mia anima attraverso un’opera, un gesto, una frase mi è poi difficile discostarmene. Le immagini appese, di accurata eleganza, dal nero acceso e dalla luce cosi netta a definire alcuni tratti del fiore, del vaso o del piano di lavoro scelto, si agganciano alla mia coscienza rilasciando stille di incanto.  
Capisco che ho poco tempo, che è un mondo tutto da scoprire quello del buio, dei ripiani, delle cose poggiate, dei fiori che appassiscono e degli insetti. Tutto  contribuisce allo svolgersi della creazione, intanto che in fase d’opera si delinea il ritratto. Capisco che non ho conoscenza, che il mio approccio è di puro pathos, ma intuisco che lui offre una chiave di accesso, a chi vuole comprendere.
Mauro Davoli non ha vanità, è un poeta dell’immagine: rende tutto più leggero. Pare che Franco Maria Ricci un giorno sia andato a trovarlo nello studio e, intanto che Davoli lavorava sulle foto dei fiori, ispirandosi ai quadri fiamminghi visti al Louvre, conquistato da tale bellezza, lo convinse a dedicarsi a questa sorta di magia: il riprodurre qualcosa che con pochi raggi di luce possa brillare nell’oscurità. Di lì a breve Davoli finì in copertina sul numero 152 di  FMR, la rivista d’arte che sembrerebbe tornare a pubblicare a breve dopo anni di silenzio.
Resta in me la suggestione legata a un’opera precisa : il ricordo del sottile gioco iridescente sulla pancia del vaso blu di cristallo, l’unico vaso senza fiore, protagonista assoluto e circondato da una corolla di petali bianchi; l’unico che rende il buio alle sue spalle uno sconfinato mondo al quale accedere, dal quale proveniamo forse, una sorta di recondita armonia definita dall’unico petalo di fiore bianco rimasto intatto sul bordo del vaso.


DA LA REPUBBLICA DEL 16 4 2015

Éric Cantona si racconta: "Non sono un pagliaccio da ridurre a francobollo"
L'intervista. Dal campo al set, ma sempre atipico, geniale e ribelle Il gesto da kung fu e un film in slip. "Il calcio si era preso la mia vita ora recito per abbandonarmi ai sensi"
dal nostro inviato EMANUELA AUDISIO


Eric Cantona SHANGHAI - PANTALONI rossi, camicia blu, giacchetta di camoscio, coppola, barba dove spunta un po' di bianco. Voce strascicata. Éric Cantona ora fa l'attore. Anche in ruoli pericolosi. Ma vent'anni fa era un attaccante di Marsiglia in esilio in Inghilterra. In Francia nessuno sopportava più la sua impulsività. Veramente da grandeur. Un pre-Zidane. Bravo, quattro titoli in cinqueanni. Mitico, ma atipico. E indomabile. Contro il Crystal Palace gli riuscì una mossa da cattivo, senza aver studiato la parte. Per il kung-fu non gli servivano controfigure, né copione. Non doveva nemmeno recitare, aveva già fatto tutto: picchiato un compagno nello spogliatoio, gettato la maglia a terra, scagliato un pallone contro l'arbitro, aggredito un ct in diretta. Così si lanciò contro un tifoso che lo insultava (pugno e entrata di piedi). Indagò anche Scotland Yard. Risultato: 9 mesi di squalifica. E l'ammirazione eterna di tutti i macho. Adesso a 49 anni cerca di aiutare la fondazione Laureus che si occupa di bambini disagiati. La sua seconda moglie, Rachida Brakni, di origine algerine, è attrice e regista. Cantona ha quattro figli. E due estati fa, a ferragosto, era al cimitero di Ozieri, in Sardegna, sulla tomba del bisnonno.

Da dove si vede meglio la vita?
"Quando giochi non puoi. Ti manca la prospettiva, sei troppo drogato di adrenalina. Tutto è molto colorato. Il calcio si impossessa di te. Mentalmente e fisicamente. Io ho lasciato nel '97. Non ho guardato più partite, ho staccato, messo distanza. Ho solo sbirciato un po' il mio Manchester United e il Barcellona. Mi sono disintossicato, ho dovuto. E sì, mi sono anche depresso. È inevitabile. Ti manca un modo di esprimerti. Il tuo modo, fino a quando non ne trovi un altro".

La sua seconda vita è ricca: 28 tra film e documentari.
"Sì, ma ho studiato, mi sono messo in discussione. Mi sono chiesto: ce la posso fare? Merito della mia nuova moglie Rachida, che ho incontrato sul set nel 2002, che mi ha diretto e con cui lavoro. Lei mi ha destrutturato, ha svelato le mie fragilità, ognuno di noi ha dubbi e paure, dei mostri interni con cui fare i conti. Lei è il torero che svela qualità e difetti del toro".

Però la sua immagine più famosa è quell'entrata killer.
"Non m'interessa essere un pagliaccio in mani altrui. Farmi dire cosa è bene e cosa è cattivo. Non accetto morali, né finire catalogato. Io sono stato anche quel gesto, non lo sconfesso. Non c'è un Cantona cattivo e uno buono. C'è un Cantona che ha attraversato la vita, che ha fatto esperienza e che non vuole essere ridotto a un francobollo".

Passa per un rivoltoso.
"Non ho nessun problema a parlare contro le banche, contro il conformismo, contro l'omofobia, ma può essere un problema mondiale chi ti sposi? Sì parlo molto, se serve. Non mi piacciono le dittature. La mia famiglia viene dalla Spagna, da Martorell. Sono scappati in Francia dopo la disfatta repubblicana nella guerra civile Mio padre è sardo. Mi piacciono le contaminazioni, le radici diverse. Sono cresciuto guardando Cruyff. Avevo otto anni. Non l'ho mai dimenticato. Quello che ha fatto per il Barcellona è incredibile. Ha creato una scuola, una mentalità. Nel 2010 ho sentito parlare di Spagna mondiale. Ma va là, l'ha vinto la Catalogna, l'ossatura della nazionale era quella. L'anno scorso di Germania, vero, ma con dentro turchi e polacchi, ghanesi, albanesi, tunisini. Adoro questo frullato, perché non lascia indietro nessuno".

Lo sport che integra non è una favola.
"Ma a volte diventa troppo favolistico. Raymond Kopa, primo Pallone d'Oro francese, era polacco, veniva da una famiglia di minatori, doveva esserlo anche lui, ma con il pallone si è ribellato. Platini è di origine italiane, Luis Fernandez spagnole. Solo che hanno la pelle bianca e sono meno visibili. Questa cosa che in nazionale devi cantare l'inno mi fa arrabbiare. Più vieni da fuori e più devi alzare la voce. Per dimostrare cosa? Kopa non lo cantava, nemmeno Platini, tanto meno io. Il padre di Zidane è venuto in un barcone a lavorare in fabbrica dall'Algeria per mandare i soldi a casa, per sopravvivere. Siamo tutti francesi, con radici diverse, ma dover dimostrare il nostro attaccamento alla patria è mostruoso. In campo si vince e si perde insieme, non per le origini. È la strumentalizzazione politica, sono le fobie, l'uso della paura dell'altro che avvelena la nostra società. Un calciatore non potrà mai essere terrorista".

In Francia c'è polemica sul doping finanziario del Psg.
"Io non ne faccio. Sono soldi privati, dello sceicco del Qatar. Se iniziamo a chiedere i certificati di democrazia ai soldi chi si salva? Non gli Stati Uniti e la loro politica estera, ne vogliamo parlare? Si può solo discutere su come vengono impiegati. Il calcio inglese ha un'immagine strepitosa ovunque, ma ai mondiali va male dal '66. La globalizzazione è bella, ma se nei ruoli chiavi della squadra hai sempre e solo stranieri, poi in nazionale fai fatica".

Lei ha fatto fatica a denudarsi sul set?
"Eravamo in pochi. Il regista ha chiesto discrezione. Il film si chiamava "Gli incontri dopo mezzanotte". È andato anche a Cannes. Io avevo il ruolo dello stallone. L'ho detto: non voglio limitarmi, ma sperimentare, rischiare. I ruoli buoni, convenzionali non fanno per me".

Nel film dice di avere un tesoro nelle mutande.
"Sì, recito in slip. Parlo delle mie dimensioni. È un'opera d'arte. Non un porno, anche se l'hanno etichettato così. De Sade, Buñuel. L'atmosfera è quella. Certe forme d'amore sono molto espressive".

Béatrice Dalle che la frusta in una gabbia?
"Ripeto. È amore a due, a tre. C'è anche il figlio di Delon. Il porno è più banale. Qui trattasi di sublimazione artistica. E io ai sensi mi sono sempre abbandonato. Per questo ho detto che Pastore è meglio di Ronaldo e di Messi. Chiaro che loro sono fenomeni. Ma io nei passaggi che fa Pastore, per come è capace di uscire dalla difesa, di creare un corridoio, ci vedo arte pura".


C'E' PORNO E PORNO? di Miss Holmes


Una vacanza, al sole tiepido delle festività pasquali, era proprio quello che mi ci voleva.
E l’ho impiegata bene, amiche e amici.
Ho anche curiosato un po’ qua e là e mi sono imbattuta in un progetto interessante assai.
Premessa: devo ammettere che, nonostante la passione che nutro per il soggetto, non ho mai visto un film porno. Mi è bastato imbattermi in immagini spuntate dal web, fare qualche ricerca e sfuggire con vago imbarazzo le copertine di giornaletti e dvd pruriginosamente esposti in edicola per farmi passare qualsiasi velleità esplorativa.
A demotivarmi concorrono diversi fattori: dalla sciatteria, almeno all’apparenza immediata, di certe produzioni fino (soprattutto) al trattamento riservato al corpo delle donne, mostrato non di rado con violenza e inevitabilmente sottomesso e prono a qualsiasi desiderio del maschio superdotato di turno. Aspetti che, lungi dall’eccitarmi, mi smosciano in modo devastante.

Eppure la vista è un senso importante per l’erotismo. Eppure un film porno, proprio porno non erotico, lo vedrei volentieri. Per sperimentare quel tipo di eccitazione diversa, visiva, immediata. Guardare altri o altre che fanno sesso, che godono, che si allacciano, si leccano, si accoppiano, è un’idea che mi solletica e di cui mi piacerebbe sperimentare gli effetti. Insomma, vorrei un porno in grado di stimolare i miei sensi senza mostrarmi donne ridotte a orifizi invasi dappertutto da membri ipertrofici di maschi senza volto.

E forse l’ho trovato. Qui:
http://www.leragazzedelporno.org/

Un gruppo di donne, registe, attrici, artiste di varia provenienza e occupazione, insieme al lavoro per “un progetto di cortometraggi porno d’autore”. C’è un manifesto sulla pornografia al femminile, quello scritto nel 2009 dalla regista svedese Mia Engberg (autrice di The Dirty Diaries Project, sulla stessa linea di quello delle RDP italiane) cui le ragazze nostrane hanno aderito. Ci sono iniziative, preview dei lavori, la raccolta fondi. C’è il blog in cui si racconta il procedere del progetto ma anche molto altro. C’è spazio, tanto spazio, senza vergogne, senza ombre, per il desiderio femminile, per il sesso visto, vissuto, voluto dalle donne. Punti di vista diversi.
Mi è piaciuto: molto. Tanti stimoli, tante emozioni, via dalla meccanicità e dalla superefficienza fisica di quello che ho percepito del porno mainstream. Mi sono sentita in zona franca, mi sono sentita libera da quel vago abito di santarellina priva di voglie che una certa parte della nostra società continua a cercare di imporci e anche ben lontana dall’esposizione brutale da carne al macello di altre realizzazioni.
Mi è sembrato un passo importante verso la presa di un certo potere per le donne: quello di rivendicare la propria potenza sessuale, il proprio desiderio. La possibilità di dire: voglio, prendo.
Se vi va, dateci un’occhiata. Poi parliamone, sempre se vi va.